Identikit della falsa vittima

CAPODiversamente dai molti siti che analizzano il fenomeno dello stalking sotto i suoi vari aspetti (giuridico, giudiziario, sociologico, culturale, eccetera), cercheremo di descrivere qui una figura presente e ampiamente riconosciuta dall’analisi scientifica del fenomeno delle molestie assillanti, ma che per qualche motivo viene sempre trascurata: la falsa vittima.

Perché esiste questa figura e perché occorre avere ben presente che esiste? Il motivo di base risiede proprio nella descrizione stessa del fenomeno stalking, della sua regolamentazione giuridica e della sua perseguibilità giudiziaria. Esso viene infatti identificato non come un fatto oggettivo ma come un fatto soggettivo. La fattispecie del furto è chiaramente e oggettivamente descrivibile: il soggetto A sottrae e si appropria, senza averne il diritto, di un bene di proprietà del soggetto B. Provato che ciò sia accaduto, il soggetto A è colpevole di furto, e come tale viene condannato.

un-mazzo-di-cinquanta-rose-rossee-stalking-condannato-un-70enne_ae1d6978-7a9a-11e6-8937-9c40dd13a43e_998_397_big_story_detailCome descritto e spiegato più volte dai post di questo blog, per lo stalking non funziona così. Si parla di atti persecutori a seconda di come i comportamenti messi in atto dal persecutore vengono vissuti dalla presunta vittima. Non c’è un’oggettività da verificare: esiste una casistica generale che può denotare la sussistenza di un comportamento persecutorio… ma anche no. Dipende appunto da come la presunta vittima interpreta e vive quello stesso comportamento. Dunque il soggetto A cerca di riconquistare il soggetto B, da cui è stato appena lasciato, inviando un mazzo di cinquanta rose rosse. Non è stalking se il soggetto B prende il mazzo e lo getta nella spazzatura con indifferenza. E’ stalking se il soggetto B vive l’evento con ansia e paura. Dichiarando alle autorità competenti di provare ansia e paura per quel mazzo di rose, fa scattare il procedimento a carico del soggetto A. Si dirà: regalare un mazzo di rose non è un atto minaccioso o persecutorio in sé. Infatti, ma non importa. Tutto dipende da come lo riceve e percepisce interiormente l’oggetto di quello stesso atto.

E’ chiaro che, in queste condizioni di totale mancanza di elementi oggettivi, tutto diventa molto liquido e nebbioso, in una proporzione tale che da un lato diventa difficile orientarsi, in assenza di competenze cliniche specifiche, nell’individuazione dei limiti e della portata del fenomeno, e dall’altro diventa molto agevole che comportamenti e figure anomale si sviluppino sotto varie forme, inquinando ulteriormente un contesto già “sporcato” dalla preponderanza degli aspetti soggettivi.

La linea di demarcazione tra il comportamento socialmente inappropriato e il reato viene influenzata dal carattere, dalla tolleranza e dalle reattività della vittima. In effetti la maggior parte dello stalking che attrae l’attenzione dell’apparato giudiziario è il natura tale che spaventerebbe e angoscerebbe tutti, tranne gli individui più stoici.

Mullen, Pathé, Purcell, MacKenzie – “Lo stalker: creazione di una nuova categoria di paura, di reato e di studio”,
Bollati Boringhieri, 2003

Tragedia-greca-660x330Così scrivevano alcuni studiosi all’inizio degli anni 2000, non prevedendo che la materia era tale da poter sfuggire facilmente di mano ai legislatori, agli incaricati delle indagini e delle sanzioni, ai media e al corpo sociale intero. Ai tempi di quella teorizzazione, si avevano in mente le persecuzioni subite dalle star in America, concretizzatesi in atti realmente invasivi e angosciosi, e in alcuni casi sfociati in omicidi. La deriva indotta dall’isteria sulla protezione della privacy ha fatto abbassare col tempo quella linea di demarcazione (tanto da far configurare come stalking un mazzo di rose rosse), lasciando nel contempo strada aperta al fenomeno della falsa vittimizzazione e delle conseguenti false accuse.

La figura della “falsa vittima”, andando nel dettaglio, è declinabile e descrivibile secondo due tipologie. La prima ha una natura meramente patologica, legata al carattere stesso del fenomeno. La seconda ha una natura più socio-culturale, legata alle dinamiche odierne dei rapporti affettivi e dei disequilibri nelle relazioni di genere. Dal punto di vista delle proporzioni, la seconda tipologia, purtroppo la più dannosa e meno inquadrabile, è quella più frequente.

donna-stressata1La falsa vittima sotto il profilo clinico – In questa categoria ricadono i soggetti che sostengono di essere vittime di molestie, pur non avendo una base reale per farlo. Si tratta cioè di rivendicazioni originate da menzogne consapevoli, oppure da un serio disturbo psicopatologico.  Il crescente scalpore del fenomeno dello stalking nella società facilita lo sviluppo di deliri di questo tipo, nei quali il soggetto si crede vittima di molestie assillanti. Secondo gli studiosi, non si tratta di un fenomeno straordinario, vista l’importanza del ruolo dell’esperienza soggettiva di essere osservato, seguito o molestato in molte sindromi paranoidee. All’estremo, questi individui possono arrivare a pensare che ogni loro mossa è sorvegliata, spesso da reti organizzate di persone che cospirano contro di loro. La convinzione di essere molestato in maniera assillante si può osservare in disturbi deliranti di tipo persecutorio ed erotomaniaco, che spesso esordiscono tardivamente.

Si tratta in altre parole di un fenomeno simile a quello in cui taluni arrivano a denunciare problemi di salute fittizi, in realtà consapevolmente simulati, per il soddisfacimento di bisogni psichici. Similmente, dire senza ragione di essere soggetti a molestie soddisfa i bisogni di dipendenza di alcuni individui attraverso l’adozione del ruolo di vittima. Questo ruolo può essere simulato facilmente, proprio per la natura particolarmente indistinta e soggettiva di tutto il fenomeno stalking, come detto. Solitamente, secondo le ricerche di settore, il riconoscimento di soggetti con disturbi fittizi è piuttosto accessibile con l’applicazione dei paradigmi clinici sviluppati finora, tutti rivolti a individuare la sussitenza di un sottostante disturbo di personalità e problematiche esistenziali spesso complesse e stratificate.

Di recente gli studi psichiatrici e criminologici sono riusciti a circoscrivere questo fenomeno, andando oltre alla sua valenza generica. Si è arrivati dunque a una sua specificazione sul fenomeno degli atti persecutori, definendo la categoria della False Victimization Syndrome (Sindrome da Falsa Vittimizzazione).

La False Victimization Syndrome si verifica quando un soggetto cerca di convincere gli altri di essere vittima di Stalking, attraverso l’invenzione di fatti mai accaduti e di circostanze mai verificatesi (o verificatesi per caso), per ristabilire un rapporto e/o ottenere attenzione. Gli individui con queste caratteristiche soddisfano spesso i criteri diagnostici per il Disturbo di Personalità Istrionico (DSM-IV, 1994).

Segni e sintomi e aspetti clinici compatibili con la False Victimization Syndrome si ritrovano in varie patologie psichiatriche.
 Si trovano tra questi: Disturbi di Personalità prevalentemente del Cluster B, paranoia (querulomania), simulazione, Disturbo dell’Umore di tipo Bipolare I e II (fase ipomaniacale e maniacale), nel disturbo fittizio, nella sindrome di Munchausen, nei disturbi mentali organici e nella demenza senile.

Lavinia Rossi, Medico Chirugo, Specialista in Psichiatria, Dottore di Ricerca in Neurobiologia e Clinica dei Disturbi,
in “False Victimization Syndrome

stoccolmaSi tratta di un passo importante. La definizione specifica della False Victimization Syndrome rappresenta un “ponte” tra la fenomenologia puramente clinica (psichiatrica) e le azioni intraprese nella realtà. Un punto di collegamento che aiuta a inquadrare buona parte di ciò che viene messo in atto dalla seconda categoria delle false vittime. Sono spesso persone affette da False Victimization Syndrome, infatti, a produrre false accuse. Va detto però, come si vedrà a breve, che altrettanto spesso chi si fa autore di false accuse non soffre di alcuna patologia, ma semplicemente agisce in modo tattico e astuto per propri scopi personali.

La falsa vittima sotto il profilo socio-culturale – Accade in modo pressoché sistematico che le persone affette da False Victimization Syndrome non si limitino a lamentarsi, pur non essendo vero, di essere perseguitate ma, addirittura, anche per una forma di autopersuasione, procedano per via giudiziaria contro la persona che individuano come persecutore. Per quanto affetto da una patologia psichiatrica, in questo caso il soggetto è pienamente consapevole di strumentalizzare una legge e le possibilità che vi sono connesse. Ma proprio in quanto vittima egli stesso di una sofferenza interiore, tale soggetto può essere facilmente “smascherato” da un’analisi clinica che applichi i paradigmi sviluppati dalla ricerca scientifica di settore, o per lo meno disincentivato con i giusti meccanismi giuridici. Elemento questo non irrilevante nel momento in cui si concepisca una norma sanzionatoria che riconosca il fenomeno stalking come un reato, come si vedrà nella nostra pagina dedicata alla “Proposta“.

bilanciaTuttavia l’essere affetti della False Victimization Syndrome non è indispensabile per arrivare a una manipolazione abusiva delle norme anti-stalking. Tutte, infatti, a livello internazionale, si imperniano sul vissuto soggettivo della presunta vittima, lasciando così ampi margini a chi, per anomalie psichatriche o per mero interesse, intende utilizzare in modo improprio i connessi meccanismi repressivi. In alcuni paesi tali tendenze vengono scoraggiate e disincentivate con diversi meccanismi. La norma italiana (Art. 612 bis del Codice Penale) non prevede invece alcun meccanismo capace di intercettare il fenomeno della falsa vittima e delle false accuse, con tutte le conseguenze che in questo blog si trovano ben descritte.

E’ così, dunque, che l’uso ingannevole della denuncia per stalking risulta prevalente nelle famiglie in crisi o nelle separazioni traumatiche. Le casistiche sono molteplici: accade ad esempio che il genitore affidatario, ma non collocatario, non riuscendo a frequentare i figli per varie problematiche, venga denunciato per stalking. Accade che uno dei coniugi denunci l’altro per stalking in concomitanza con l’avvio del processo di separazione, che spesso comporta inevitabili attriti che a loro volta diventano facili agganci per il denunciante, al fine di metterlo in cattiva luce davanti al giudice e dunque ottenere di più in termini economici, patrimoniali e di tutela della prole. I dati in letteratura mostrano inoltre un’altissima frequenza dell’uso strumentale/contrattuale della denuncia per stalking a fini economici remunerativi ovvero la denuncia come arma di ricatto, e non solo tra ex coniugi, ma anche tra vicini di casa, colleghi, o persone con rapporti altrimenti caratterizzati.

3141suicidio_per_amore_fiumicinoUgualmente frequenti sono i casi in cui la denuncia per stalking viene fatta per ottenere un vantaggio non economico ma puramente “morale”, dunque per pura e semplice vendetta, o per preservare l’immagine di una delle due parti. Non è infrequente infatti, in un’epoca dove l’esposizione di se stessi, facilitata dai social network, è una parte essenziale della vita individuale, che si voglia evitare l’eventuale diffusione di notizie su comportamenti non commendevoli (tradimenti, violenze domestiche, eccetera). In questo senso la denuncia per stalking verso chi ha subito tali comportamenti garantisce che a questi venga “chiusa la bocca”, con in aggiunta una certificazione ufficiale, sebbene falsata, di carnefice, mentre il reale autore del comportamento scorretto ne può uscire pulito, quando non addirittura come “vittima”.

Le casistiche sono molte, ampiamente descritte da questo blog nel corso del tempo. E non sono casi infrequenti, tutt’altro. Si calcola che almeno il 50% delle denunce per stalking presentate in Italia sia frutto di false accuse. In piccola parte gli organi giudiziari riescono a smascherare la manipolazione, ma nella maggior parte dei casi il procedimento prosegue, per motivi che questo blog ha già illustrato, a danno di innocenti, o comunque di persone a cui sono ascrivibili altri reati (molestie, minacce, ad esempio) diversi e meno gravi dello stalking.

Risulta chiaro, dunque, che la falsa vittima, qualunque sia la natura dell’impulso che la spinge ad agire, rappresenta un’anomalia fortemente inquinante all’interno dei processi di riconoscimento, sociale o giudiziario che sia, di un fenomeno di persecuzione, con l’individuazione precisa di carnefice e vittima, da cui dovrebbe derivare il riconoscimento del colpevole e della parte lesa. Proprio perché la sua presenza complica l’inquadramento corretto della questione chiunque si occupi di questo fenomeno, dai mezzi d’informazione ai legislatori, tende a sminuirlo o ignorarlo: molto più semplice impostare la questione sul binomio semplificante carnefice/vittima.

equita-sociale-250x299Si tratta però di un grossolano errore: il problema delle false vittime e delle false accuse nello stalking ha a che fare direttamente, in termini sociali, con i processi di stigma ed esclusione, e in termini giudiziari con principi base del diritto, quali la tutela dell’accusato fino all’emissione del giudizio, la presunzione d’innocenza, il diritto a un equo processo, l’onere della prova. Ma non solo: il dilagare delle false vittime va a tutto detrimento delle vere vittime, che alla lunga rischiano di faticare più del normale a trovare una tutela, secondo la nota logica dell’al lupo al lupo. Tutte questioni, queste ultime, su cui l’Italia, come si è detto, non brilla, visti i ripetuti richiami e le sanzioni europee relative al diritto di famiglia e questioni connesse.

In questo senso, una norma equilibrata, ovvero che tenga conto dell’esistenza del fenomeno delle false vittime, dovrebbe consentire a chi è chiamato ad applicarla di poter operare su elementi che da un lato favoriscano l’oggettivazione degli assunti soggettivi presentati dalla presunta vittima, in modo da poter centrare con correttezza l’obiettivo del riconoscimento della commissione del reato e della sussistenza di una vera persecuzione e del suo autore; dall’altro, che tutelino tanto il diritto della presunta vittima a essere protetta quanto quello dell’accusato di poter essere trattato secondo i normali principi di uno Stato di Diritto, dunque mettendo in atto tutti i disincentivi possibili verso l’utilizzo strumentale delle false accuse.

Come si è visto nella lunga analisi fatta su questo blog (strutturata in dieci parti) dell’Art. 612 bis del Codice Penale italiano, nulla di ciò è presente nel nostro ordinamento nazionale. Né nella norma stessa, né nelle procedure operative ad essa associate, che anzi appaiono disseminate di falle e squilibri, attraverso cui il trucco messo in atto dalle false vittime trova varchi molto agevoli ed estesi. Con conseguenze spesso disastrose per chi finisce immeritatamente sul banco degli imputati o alla gogna sociale e talvolta anche mediatica. Conseguenze che finiscono per alimentare, in una quota ancora non misurata purtroppo, il fenomeno dei molti uomini che nel nostro paese si tolgono la vita per le conseguenze di separazioni traumatiche.

Uno stato di fatto che rende evidente e non più rimandabile un’abolizione dell’Art. 612 bis, e la sua sostituzione con una norma più equilibrata, come avremo modo di dire nell’apposita pagina.