Identikit della vera vittima

Si è detto con chiarezza, nella pagina dedicata all’identikit dello stalker, di quali e quanti segni possano testimoniare l’insorgenza di uno stato diversamente graduato sul piano patologico di un istinto persecutorio. Tali segnali possono essere identificati, sia a scopi preventivi che a scopi di verifica. E sono essi, essenzialmente, a distinguere chi può o deve ricadere nella tipologia del persecutore da chi commette altri tipi di reato (molestie, minacce, violenza privata, eccetera), o addirittura non commette alcun reato, ma adotta solo un comportamento sopra le righe, sanzionabile con un richiamo informale o non sanzionabile del tutto.

coerenza-o-rigiditc3a0-mentaleTrattandosi però di un reato relazionale, non basta che vi sia uno stalker definito come tale per i segnali patologici che trasmette: deve esserci anche una vittima. Ed è su di essa che si concentra l’attenzione nel momento in cui deve definirsi il reato di stalking. Non vi è fattispecie, infatti, se la vittima non vive situazioni ben identificate e circoscritte: senso di ansia e paura per se stessa o per i propri cari; messa in atto di azioni difensive (cambio di numero di telefono o di tragitti quotidiani, eccetera). Tutti atti soggettivi, non verificabili ma solo autocertificabili. Ed è su questo meccanismo che si imperniano gli abusi spesso attuati sull’art. 612 bis: in quanto soggettivi e autocertificati, possono essere facilmente simulati.

Da qui la necessità di un identikit della vera vittima di stalking, che possa fungere da guida per le autorità e istituzioni che si rapportano con soggetti denuncianti, allo scopo di fare una prima scrematura tra chi è davvero soggetto a persecuzione, chi è borderline, e chi se ne sta approfittando. I criteri di riconoscimento, anche in questo caso, secondo i maggiori studi del settore, sono di carattere psicologico, psichiatrico e comportamentale. Secondo questi criteri, la vera vittima di stalking è piuttosto facilmente riconoscibile. Anche perché, di fatto, non è facile venire fagocitati dall’attività persecutoria di un altra persona. E se accade, è piuttosto facile capire in che misura ciò è avvenuto.

Più dell’80% delle vittime riferiscono un aumento del livello di ansia e dello stato di allerta a seguito dello stalking, e un terzo soddisfa i criteri DSM per la diagnosi di Disturbo Post-Traumatico da Stress. Questi soggetti riportano ricordi intrusivi degli episodi di molestia, sintomi di ipervigilanza (specie disturbi del sonno), stato di allerta, comportamenti di evitamento e sentimenti di isolamento dagli altri.

Le ripetute intrusioni dello stalker inducono nelle vittime un senso di perdita di controllo e mettono a repentaglio la loro fiducia di vivere in un ambiente sicuro e ragionevolmente prevedibile. Le vittime di stalking a volte arrivano a sentirsi in uno stato di persistente minaccia o assedio. Inoltre, lo stalking può suscitare timore, ipersensibilità e sfiducia a tal punto che vengono messe a dura prova le relazioni interpersonali e la rete di sostegno della vittima. È di comune riscontro che le vittime riportino sentimenti di abbandono e di alienazione dagli altri, e che tali sentimenti risultino confermati dai loro comportamenti di evitamento […].

Circa il 59% delle vittime supera la soglia per essere considerato caso epidemiologico, utilizzando il GHQ-12: il che indica almeno un livello medio di disagio psichico generale. Il punteggio medio all’IES indica alti livelli di sintomatologia post-traumatica. I livelli di psicopatologia non differiscono in base alla natura della precedente relazione con il molestatore, e non viene riportata un’analisi del possibile influsso della durata delle molestie, del verificarsi delle minacce o aggressioni fisiche e del fatto che le molestie siano più o meno recenti.

Mentre i sintomi ansiosi e depressivi spesso permangono, la gravità dei timori di intrusione e dei comportamenti di evitamento tende a diminuire nel tempo. Ciò nonostante, il 10% delle vittime rimane significativamente disturbato da ricordi intrusivi sgraditi delle molestie molto tempo dopo che sono cessati le minacce e i comportamenti spiacevoli.

Mullen, Pathé, Purcell, MacKenzie – “Le vittime dello stalking”, Bollati Boringhieri, 2003

donna-tristeGià questo stralcio parla chiaro: la vera vittima di stalking subisce effetti rilevabili sia sul piano psicologico che su quello comportamentale e sociale. In una misura e in modalità tali da poter essere rilevabili da un’analisi clinica, esattamente come il delirio da stalking che ispira il vero persecutore. A differenza di quest’ultimo, però, il cui delirio può terminare, in modo naturale o indotto (tramite sanzione, restrizione o terapia), in un tempo relativamente breve, i danni subiti dalla vera vittima di stalking permangono in termini rilevabili per lungo tempo.

Un’analisi clinico-diagnostica rivelerà il collegamento tra i danni di natura psichica e gli eventi di persecuzione subiti, contando sul fatto che, secondo i dati raccolti finora, essi permangono in diversa misura nella psiche per almeno due anni. L’invasività delle azioni messe in atto da un vero persecutore sono talmente incisive da lasciare nella vittima ferite rimarginabili solo dopo lungo tempo. In altre parole, non si è vere vittime di stalking in termini estemporanei e transitori. Se i termini sono tali, si ricade in altre fattispecie (vittime di molestie, minacce, eccetera), tali da provocare turbamenti superficiali, facilmente rimuovibili una volta che ne viene rimossa la causa.

donna-con-coltelloUn importantissimo elemento statistico che va poi a integrare questo quadro riguarda gli esiti dello stalking. E’ importante perché la narrazione mediatica, specie in Italia, tende a mescolare fatti e considerazioni in un tutt’uno indistinto dove vengono riportati in un’unica tipologia le attività di stalking e azioni criminose più gravi (omicidio).  La realtà è ben diversa: gli assassini restano assassini, ed è raro il caso che prima di agire abbiano messo in atto una forma di persecuzione. Questa distinzione, una volta che il reato venisse definito correttamente, dovrebbe essere fatta in modo netto a partire dai media.

Certamente alcune vittime vengono uccise e stuprate dai loro stalker, ma questi gravi atti di violenza sono di solito l’eccezione e non la regola. Le ricerche indicano che la maggior parte delle aggressioni fisiche contro le vittime di stalking appaiono non premeditate, e raramente vengono impiegate armi contro le vittime da parte degli stalker. Nella maggior parte dei casi le vittime vengono spinte, afferrate, prese a calci, schiaffeggiate, colpite con pugni o in altri modi, e le conseguenze più frequenti sono lividi, abrasioni, e ferite lacero-contuse.

MacKenzie, Mullen, Pathé, Purcell – “I comportamenti di molestie”, Bollati Boringhieri, 2003

E’ dunque evidente che non è vittima di stalking chiunque denunci di trovarsi in uno stato d’ansia, o autocertifichi di aver messo in atto azioni difensive. Se è vero come è vero che il persecutore gioca sul piano della pressione psicologica, e molto raramente interpreta il proprio impulso con atti che trascendono, ovvero si traducano in violenze concrete, la reazione e il danno della vittima non possono che essere di tipo psicologico e sociale, e come tali rilevabili clinicamente, allo scopo di attuare attività di verifica, indurre meccanismi di protezione e cura.

Chiunque non ricada in questa descrizione, non può dirsi realmente vittima di stalking, ma di un’altra tipologia di reato (o di nessun reato, a seconda dei casi). Essendo il reato di persecuzione basato sulla percezione della presunta vittima, se tali caratteristiche non ricorrono, non può darsi nemmeno la sussistenza del persecutore, che quindi andrà ridefinito nei termini del molestatore, o di altre figure diverse da quello dello stalker.