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Il “Codice Rosso” tra due parentesi dell’orrore

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persone_tarasciovajQuando si dice la sfiga… Il “Codice Rosso”, la cui approvazione il Ministro Bongiorno ha definito “un miracolo” sui social, casca proprio tra due eventi che ne dimostrano ulteriormente, qualora ce ne fosse stato bisogno, la sua totale inutilità. Non nel solo nel senso che è una disposizione inefficace e sbilanciata, quando non incostituzionale in alcune sue parti, ma nel senso che di una norma del genere non ce n’era proprio bisogno. Le sue premesse, è noto, sono la dilagante violenza sulle donne, un mito propagandato da chi ha il massimo interesse a imporre quella convinzione, ma smentito dai fatti e dalle statistiche ufficiali, ovvero quelle ISTAT e ministeriali, non certo quelle diffuse in autocertificazione dai centri antiviolenza. Che operano, ormai è palese, secondo lo stesso meccanismo rilevato dai magistrati in Val D’Enza: gonfiare un fenomeno minimale, oppure creane uno ad arte, dopo di che proporsi come soluzione per arraffare soldi e imporre la propria visione del mondo, anche se questa è palesemente tossica e invelenisce la società.

Da questo contesto nasce la giustificazione politica e mediatica di un provvedimento come il “Codice Rosso”. Dal lato politico è un pinkwashing, per usare uno degli anglicismi tanto cari al femminismo suprematista. Ovvero è una pennellata di rosa data da un governo all’ossessiva ricerca di un qualsivoglia consenso. E cosa meglio di aggrapparsi al mito popolare della violenza sulle donne per ottenere un po’ di applausi? Lo si fa a costo zero, semplicemente aumentando le pene, facendo tintinnare le manette e propagandando la cosa come un passo ulteriore in difesa delle povere donne italiche oppresse dai bruti maschi latini, dalla loro violenza patriarcale, dalla loro ossessiva gelosia, dalla loro possessività tossica, quella che genera la “mattanza dei femminicidi”, perché così vengono chiamate tredici donne uccise in duecento giorni nel paese a più basso tasso omicidiario d’Europa (e forse del mondo).


Una disposizione inefficace e sbilanciata, quando non incostituzionale in alcune sue parti.


persone_tarascioMa la sorte e la realtà, questi due folletti dispettosi, irrompono sulla scena e chiudono la farlocca e dannosissima iniziativa parlamentare tra due parentesi che smentiscono tragicamente l’assunto, la ratio alla base di una norma buona per un Matrix o un Truman Show. Due giorni prima della sua approvazione a Roma si uccide, gettandosi dall’alto, Luigi Tarascio. Uomo, padre di tre figli, uno da una relazione precedente e due dalla sua attuale moglie. Una donna i cui comportamenti Luigi descrive con amarezza e precisione assoluta nel suo messaggio di addio, che affida a Facebook. Le sue righe fanno il giro del web e commuovono tutti, ad eccezione delle femministe disumane che, in un vergognoso esercizio di victimblaming, lo accusano di “diffamare l’ex moglie” dall’aldilà. Invece le parole di Luigi sono la descrizione minuziosa, quasi un’anatomia del tipo di violenza a cui una donna è capace di sottoporre un uomo. Sono anche la testimonianza della resilienza che quell’uomo sa mettere in campo per amore sia della compagna che soprattutto dei suoi figli. Le ultime parole di Luigi sono la prova matematica che quello della ferocissima violenza maschile sulle donne come fenomeno esclusivo è una balla colossale. Esiste anche l’altra violenza, ed è parimenti diffusa, feroce e inumana, se non di più, nel momento in cui porta un uomo-padre a preferire la morte alla lotta per continuare ad essere ciò che è.


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La parentesi di Luigi Tarascio però non resta aperta. Introduce le volgari esultanze del governo per l’approvazione del “Codice Rosso”, ma va a chiudersi il giorno successivo a quella stessa approvazione. Il punto viene messo da Patrizia Armellin, 52 anni, e Angelica Cormaci, 24 anni, che a Treviso ammazzano a bastonate e soffocandolo con un cuscino il convivente Paolo Vaj, 57 anni. E’ una parentesi che chiude e soffoca il “Codice Rosso” nella tragicità ma soprattutto nel parossismo. Le due, al momento dell’arresto, dichiarano subito di essersi difese da un’aggressione dell’uomo, mostrando alcune blande escoriazioni. Vivaddio i Carabinieri le spremono per bene in interrogatorio, fanno rilievi seri e non se la bevono. Le due vengono arrestate per omicidio volontario. Evidentemente il “modello Monterotondo” non funziona sempre, o forse i centri antiviolenza non hanno fatto ancora in tempo a incarnarlo nelle prassi e negli approcci delle forze dell’ordine. Di fatto il “Codice Rosso” viene approvato tra due eventi dove donne uccidono, direttamente o indirettamente, due uomini, e in entrambi i casi cercano di far passare la vittima per mostro. La realtà dei fatti che fa cucù da dietro le quinte di un pessimo spettacolo istituzionale.

bigmediaChe però, naturalmente, non è confinato al Parlamento e al Governo. In Italia le pantomime o si fanno bene o non si fanno. E i registi del peggio del peggio sono sempre i mass media. Che archiviano la vicenda di Luigi Tarascio scrivendo che si è suicidato “per motivi familiari”. Un po’ come nelle giustificazioni degli adolescenti che bigiano le scuole alle superiori… La stessa formula viene usata per tutti gli uomini che si suicidano e vengono notiziati, anche quando lasciano messaggi di cui poi non si sa nulla. Stavolta Luigi ha fregato tutti: il suo messaggio l’ha reso pubblico, e proprio il pubblico leggendolo e confrontandone i contenuti con i resoconti dei media ha reagito in coro con un: “sticazzi motivi famigliari”. Luigi Tarascio è stato indotto al suicidio. Se anche solo un 2% di ciò che ha scritto nel suo messaggio finale è vero, questa è la realtà dei fatti, nonostante le minimizzazioni defecate dai media di regime ad agio di un’opinione pubblica fortunatamente sempre più sveglia.


In Italia le pantomime o si fanno bene o non si fanno.


Ma il meglio viene sulla vicenda di Treviso. Non appena si viene a sapere che le due assassine sono state arrestate per omicidio volontario, i media, da quelli locali a quelli nazionali (quest’ultimi in modo più limitato, avendo scelto la più comoda strada dell’omissione della notizia) partono con la costruzione del mostro e la santificazione delle responsabili (estratti dalla Tribuna di Treviso qui, qui, qui e qui). Si intervistano parenti che “hanno sempre dubitato” dell’uomo morto ammazzato, si ipotizzano chissà quali servitù a cui l’orco avrebbe assoggettato le due fanciulle, e così via in una fiera di victimblaming (sempre per usare gli anglicismi cari alle femministe) che fa letteralmente vomitare. Si sorvola sui rapporti ambigui delle due donne (si sono conosciute su “Second life”, dove la giovane chiama “mamy” la più anziana, per chissà quale gioco di perversione) e sul fatto che la vittima, di nuovo su Facebook, qualche giorno prima di venire ammazzato a bastonate, avesse postato una frase dove faceva capire di volersi liberare di quelle due presenze femminili. Che, chissà, forse non accettavano di essere scaricate o forse l’uomo ostacolava il rapporto morboso tra di loro, fatto sta che sono passate all’azione. Chissà se sapremo mai il movente, perché per i media l’uomo ha meritato di morire ammazzato e le donne sono innocenti. Lo si dica chiaramente o per allusione, il messaggio resta questo, anche contro le decisioni dei giudici inquirenti (quelli giudicanti le manderanno libere perché incapaci di intendere e di volere, questo è già scontato).

varie_codicerossoapplE mentre ci si potrebbe interrogare sul ruolo sempre più paradossalmente importante dei messaggi lasciati sui social network per ottenere uno scampolo di verità sulle cronache drammatiche del quotidiano, occorre prendere atto di come sussista uno scollamento assoluto tra ciò che la politica decide, supportata dai media e dai portatori d’interesse, il “Matrix” della situazione, e la realtà dei fatti. Secondo il Ministero della Giustizia ogni anno viene incarcerata una media di mille uomini per reati violenti contro le donne (dato reperibile sul database “Violenza donne” dell’ISTAT). I condannati in generale sono circa 5.000, ovvero il 10% delle denunce presentate e lo 0,02% sull’intera popolazione maschile adulta d’Italia (stessa fonte). A conti fatti, l’Italia sembra il paese ideale dove vivere per una donna, come ha riconosciuto anche l’Unione Europea (dati FRA – EU). Altra storia per gli uomini. Come già detto, per loro vivere in questo paese significa ritrovarsi sotto assedio. Almeno fin tanto che qualcuno non si decide a fare una sortita di massa e a romperlo.


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