Il coronavirus abbatte il gender (a calci nei coglioni)

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di Alessio Deluca – Ha fatto il giro del mondo la notizia diffusa da alcuni ricercatori secondo cui il coronavirus, quando attaccato dal sistema immunitario, si rifugerebbe nei testicoli, per poi tornare a far danni quando il sistema immunitario è distratto. Ciò spiegherebbe l’altissima mortalità maschile dovuta alla pandemia rispetto ai decessi di donne. L’ipotesi ha subito scatenato una quantità poderosa di sarcasmi sul web, tutti giocati sul concetto dell’avere o il non avere “i coglioni”, inteso come avere carattere, essere persone tutte d’un pezzo. Noi stessi su Facebook non abbiamo resistito al gusto della battuta (“se la notizia è vera, allora i femministi sono immuni”), salvo poi riflettere quanto peso abbiano su cose del genere gli stereotipi maschili e le realtà che ne discendono, ossia il dovere per ogni “maschio” di essere tutto d’un pezzo. Di contro, sa solo il cielo cosa sarebbe accaduto se il virus avesse colpito più donne che uomini, magari annidandosi nelle ovaie. Con buona probabilità sarebbero già stati trovati da mesi terapie di piena e rapida guarigione, vaccino e ricostituenti per la convalescenza.

Tuttavia non sono questi gli aspetti interessanti, bensì qualcosa che per tutta la pandemia di coronavirus è rimasto astutamente sotto traccia, salvo qualche timido hashtag relativo a come le persone non eterosessuali stessero trascorrendo la loro quarantena. I megafoni della teoria gender durante questa crisi sanitaria mondiale sono rimasti, loro che straparlano un po’ su tutto lo scibile umano, incredibilmente silenti. E non è un caso. Giusto per memo: la teoria gender si basa sull’assunto che i generi (cosa diversa da “i sessi”) non sono definiti dalla natura, bensì da un insieme di costrutti sociali e culturali. Cioè non si è donna o uomo, ma si diventa tali, perché fin da piccoli alle une danno bambole e fiocchi rosa e agli altri pistole giocattolo e fiocchi azzurri. Il genere di appartenenza viene dunque determinato posteriormente alla nascita da una serie di stereotipi più o meno imposti, non dal fatto che fin dal ventre materno degli ormoni, guidati dalle istruzioni del DNA, dispongano che il mucchietto di cellule in formazione si svilupperà in un essere maschio o in un essere femmina.


I generi sono due, si chiamano sessi, sono decisi dalla natura e sono maschiofemmina.


Da ciò, è noto, deriva l’idea che sia possibile cambiare genere in ogni momento della vita. E’ sufficiente annullare gli stereotipi indotti ed essere liberamente ciò che ci si sente di essere. Con la non irrilevante conseguenza che chiunque ci circondi deve obbligatoriamente indovinare cosa ci sentiamo in quel momento e trattarci coerentemente, per non incorrere in una mancanza di rispetto, in un’espressione di odio, o in una delle tante accuse di fobia usate per etichettare chi non si piega a questo tipo di dittatura del linguaggio e delle idee. Ecco allora che un essere umano munito di pene e testicoli (con relativi organi maschili interni) può sentirsi ora maschio ma omosessuale, due ore dopo donna bisessuale, ventiquattr’ore dopo unicorno con tendenze al feticismo del piede sinistro femminile e di quello destro maschile e di qualunque zampa animale, e così via senza limiti. Una lbertà di autodeterminarsi che, è bene ricordarlo, secondo la teoria gender deve essere insegnata ai bambini fino dalla più tenera età, fin dall’asilo, proprio per sradicare subito gli stereotipi instillati da quella cosa orrida e odiosa che è la famiglia.

Se non che a un certo punto arriva il coronavirus. Una robina microscopica, priva di intelligenza razionale ma cattivissima. Entra nell’organismo e se trova l’habitat giusto ti toglie il respiro fino a farti morire. Al momento ha fatto questo orrido scherzetto a più di 170 mila persone in tutto il mondo e sta provando a fare il bis a più di altri due milioni di individui. I morti di sesso maschile oscillano tra il 70 e l’80% del totale, le donne tra il 30 e il 20%. Di fronte a questi dati nessuno ha alzato la mano per chiedere il dato specifico di cosa costoro si sentissero mentre passavano a miglior vita. In tempi normali quelle manacce si alzano di continuo: per chiedere toelette riservate, carceri riservate, integrazione nelle discipline sportive, pronomi dedicati e pienamente rispettosi del sentire interiore, oggi anche di far parte di qualche “task-force” ministeriale. In certi paesi si arriva anche in tribunale sotto l’accusa di atti discriminatori se uno viene colto a presumere il genere di un’altra persona senza prima averle chiesto cosa si sentiva di essere in quel momento. Fior di carriere, universitarie e non, sono andate in fumo per aver pronunciato l’ovvio: i generi sono due, si chiamano sessi, sono decisi dalla natura e sono maschiofemmina.


La natura arriva e distrugge ciò che non le appartiene.


Tutto questo grande teatro dell’orrore è scomparso, si è inabissato durante la pandemia. Perché è risultato chiaro che il virus, operando sulla base delle istruzioni del suo codice genetico, non dà molto peso a cosa uno si senta o meno, prima di attaccarne l’organismo e di metterne fuori uso i polmoni. Lo fa e basta. Con una preferenza speciale, soliti privilegiati del patriarcato, per gli uomini. Viene in mente una vignetta americana, per la verità abbastanza greve, del transgender che chiede al medico: “per favore usi pronomi femminili con me” e si sente rispondere: “d’accordo signora. Sappia che ha un tumore alla prostata”. E’ così: le malattie, in molti casi, non si complicano la vita come gli esseri presunti intelligenti, e se decidono di distinguere seguono il setting naturale: o maschi o femmine. Stop. Quando poi sono particolarmente bizzarri, come il nostro attuale covid-19, potrebbero decidere di usare una parte prettamente maschile come i testicoli per farci il proprio quartier generale. Così facendo, un organismo microscopico schiaffa in faccia la dura realtà ad anni ed anni di fuffologia genderista elaborata in libri, film, spot, corsi di laurea ed esperimenti di ogni tipo. Tante parole al vento seppellite da un fatto: se hai i coglioni sei maschio, e per questo sei più a rischio di morte, anche se urli a tutta voce al virus che in quel momento ti senti un’iguana ibrida delle Galapagos.

Viceversa, è ovvio, se hai le ovaie sei femmina, dunque rischi di meno, sebbene qualcosa possa arrivare a squilibrare la statistica. Gli unici uomini che potrebbero scamparla, se la ricerca di cui si parla risultasse fondata, sono infatti quei transgender che si sono fatti operare per rimuovere gli organi genitali. Non si sa quanti siano di preciso e sarebbe interessante capire quanti tra gli uomini morti per coronavirus rientrassero in quella categoria. Potrebbe essere un’interessante controprova della teoria dei testicoli-rifugio. Ed è probabile che, nel caso, costoro siano stati conteggiati tra le vittime di sesso maschile, nonostante l’amputazione o il vissuto individuale quando il soggetto era in vita. Perché di fatto, al di là di ogni sciocchezza, il virus li ha riconosciuti (e magari li ha pure uccisi) come maschi. Così è la natura. Una testa dura, abituata a quel suo setting che dura da secoli. Per questo il noto virologo Luc Montagner sostiene che il coronavirus sparirà da solo. Il suo RNA, dice, è frutto di una sintesi di laboratorio, non è naturale, dunque la natura non lo accetterà e lo distruggerà. Questa “matrigna”, quel “brutto poter”, come la chiamava Leopardi, ha questo viziaccio: arriva e distrugge ciò che non le appartiene. Sia che si tratti di un virus forse creato in laboratorio, sia che si tratti di un’ideologia priva di senso, quella sì creata nei laboratori delle lobby internazionali e nazionali.


 

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