Il “patriarcato” non regge alla prova dei fatti

patriarcatoLa teoria del “patriarcato” è il fondamento ideologico di tutto il femminismo mondiale odierno. Non è nemmeno un assioma, ma un vero e proprio dogma, attraverso il quale viene letto tutto il percorso storico dell’umanità e interpretato il presente. Semplificando: la teoria marxista sostiene che la storia sia stata una costante tensione tra chi, a prescindere dal sesso, deteneva il potere, anzitutto economico, e chi, sempre a prescindere dal sesso, da quel potere veniva sfruttato, impoverito e oppresso. La teoria femminista del patriarcato è uguale, ma sostituisce gli uomini ai detentori del potere e le donne agli sfruttati, impoveriti e oppressi.

Questa chiave di lettura ha anche alcuni padri e alcune madri “nobili” (ne cito solo due, tra i tanti: Olympe Des Gouges, fondatrice del femminismo storico all’epoca della Rivoluzione Francese, e Friedrich Engels, ideatore di uno spin-off del marxismo in chiave femminista in epoca ottocentesca). La volgarizzazione delle loro idee oggi va per la maggiore e impone il paradigma del “patriarcato” per dimostrare la secolare oppressione femminile e l’attuale diritto delle donne a ottenere un risarcimento, una contropartita, quando non una vendetta. Da questi assunti deriva l’attuale doppio standard antimaschile applicato nella cultura, nei tribunali, nelle politiche.


Non è nemmeno un assioma, ma un vero e proprio dogma.


Ma questi paradigmi di lettura della storia reggono alla prova dei fatti? La teoria marxista sì. Sebbene sia stata sfidata a più riprese (ad esempio dal filosofo-economista Vilfredo Pareto), rimane ancora oggi una chiave di lettura efficace e coerente, se applicata a ogni fase della storia umana, per come viene diversamente testimoniata. La teoria del patriarcato decisamente no: rispetto a Marx, lo spostamento del focus dal potere, specie economico, al sesso, non trova alcun riscontro.

Se si fa qualche ricerca, si trovano innumerevoli prove a favore della chiave di lettura marxista e altrettanto innumerevoli smentite all’idea femminista secondo cui in ogni epoca gli uomini hanno oppresso le donne, costruendo un mondo di privilegi maschili da cui queste venivano escluse, attraverso una sorta di reclusione in casa dove erano costrette a sfornare ed accudire figli, oltre che occuparsi delle faccende domestiche. Ne ho avuto conferma di recente, trovando una bellissima pagina di Facebook dove vengono raccolte le foto antiche di Genova, la mia città. Ne ho salvate alcune, tutte antecedenti al 1925, dunque in piena epoca “patriarcale”, e vorrei condividerle qui per ragionarci sopra.


La teoria marxista rimane una chiave di lettura efficace e coerente.


Nelle foto puramente “urbane”, ciò che si nota è una presenza pressoché paritaria di uomini e donne. Queste ultime non di rado da sole o in compagnia di altre donne. In linea di massima tutti sono vestiti in modo elegante (per l’epoca), segno di uno status economico agiato, ma non mancano anche donne e uomini in abiti più semplici e popolari. Non pare dunque molto sostenibile l’opinione della donna relegata in casa, mentre l’uomo se la spassa in giro, nuotando nei suoi privilegi come Paperone fa con i suoi dollari. Sembra piuttosto che, sulla scorta della lettura marxista, la linea di demarcazione sia appunto quella della ricchezza.

Le rappresentazioni non cambiano quando lo scenario non è più cittadino ma contadino. La presenza di un fotografo era un evento importante nelle zone interne (Val Polcevera, Fegino e altre) e davanti all’obiettivo ci si presentava tutti, famiglia al completo, donne incluse. Gli abiti non sono sfarzosi, naturalmente, ma la dignità, nel numero dei presenti, nella posizione seduta o in piedi, è decisamente paritaria.

Certo le foto viste finora sono tutte prese o in posa o in momenti disimpegnati. Resta il fatto che, dicono le sostenitrici del “patriarcato”, la donna veniva costretta in un ruolo inferiore, subordinato, oppresso, quando si trattava di essere produttivi. Dunque cosa faceva questa gente tra fine 800 e i primi del ‘900 quando si trattava di lavorare? Guardando la foto seguente, si vedono donne intente a lavare i panni ai “truogoli” (acquai) pubblici. Paiono in effetti costrette a un lavoro da serve davvero poco dignitoso. Ci fossero stati Instagram o Facebook ai tempi, l’immagine sarebbe sicuramente stata accompagnata dall’indignato hashtag #tuttedonne.

E mentre queste donne si spaccavano la schiena a lavare lenzuola, camicie, calzini del marito o dei figli, gli uomini che facevano? Forse se ne stavano in qualche osteria a bere, o a sollazzarsi con qualche altra donnina allegra disponibile nelle zone del porto, o a giocare a carte in qualche piazza assolata della città? Niente affatto, gli uomini lavoravano. E se restiamo nella fascia popolare di chi non indossava pizzi, merletti o cilindri e scarpe lustre, il lavoro degli uomini non era sicuramente migliore di quello domestico svolto dalle donne. Mentre queste ai lavatoi si occupavano di lenzuola e del resto, infatti, gli uomini stavano al porto a caricarsi sacchi sulla schiena, oppure, come questi in foto, a scavare a piccone e pala la strada sulla terribile erta del Monte Gazzo, nei pressi della città. Da quella strada sarebbero dovuti poi passare i pellegrini, molti dei quali donne. Genere di cui però, al momento di impugnare la vanga, non c’è ovviamente traccia (#tuttiuomini).


Dopo un lavoro del genere, questi uomini saranno tornati a casa e avranno trovato la moglie o la compagna stanca come loro. Avranno messo la paga del giorno sul tavolo, consegnandola a lei per l’amministrazione domestica, andando poi a dormire, con le ossa doloranti, sotto a lenzuola lavate e stirate da lei. Una donna che però non necessariamente era confinata ai lavori di casa e affini, come pretenderebbe la teoria del “patriarcato”. Ad esempio non è dato sapere se le signore di prima stessero lavando lenzuola proprie o altrui, ossia se non stessero svolgendo un’attività remunerata di lavandaie. In ogni caso è provato che normali attività lavorative extradomestiche fossero tutt’altro che interdette al mondo femminile. In quest’altra foto diverse donne svolgono i loro commerci nel mercato centrale più importante della città, dunque fanno il loro business fuori casa:

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Nessuno impedisce loro di star lì a vendere i loro prodotti esattamente come altri commercianti uomini del mercato. I loro mariti non le confinano in casa ad allattare marmocchi, come vorrebbero convincerci le femministe, né a fare lavori faticosi e “umili” come le lavandaie. Con buona probabilità lui è nei campi a raccogliere prodotti della terra, mentre lei è lì a venderli al mercato. Vista in modo economicista, insomma, queste modalità di relazione costituivano una cooperativa efficiente, dove ognuno svolgeva il proprio (faticoso) ruolo orientato alla sopravvivenza o a una vita dignitosa. Vista sotto il profilo sociologico, si trattava di una famiglia popolare. Certo le famiglie ricche se la passavano meglio: l’uomo andava in ufficio o nel proprio scagno a curare il proprio business, mentre le donne di casa andavano a zonzo per tè con amiche della stessa schiatta, lasciando alle sguattere e agli sguatteri la cura della casa (come testimoniato in modo mostruosamente comico dalla nota commedia “I maneggi per maritare una figliola“, eternata dall’attore genovese, famosissimo a quei tempi, Gilberto Govi e da sua moglie Rina). Ecco insomma che, di nuovo, spunta molto più credibile il barbone bianco di Marx che non le forzature delle sostenitrici del “patriarcato”.

Un’idea che crolla miseramente davanti a quella che è forse la foto più significativa tra quelle che ho trovato. Chi l’ha postata la data ai primi del ‘900 (gli abiti lo confermano) e la intitola giustamente “manenti e padroni”. I “manenti”, per chi non lo sapesse, sono  lavoratori agricoli tenuti alla corresponsione di una parte del prodotto e di determinati servizi personali a favore appunto dei “padroni”. Questi ultimi sono solo uomini e i contadini solo donne? Proprio no. Anzi:

Siamo di nuovo nell’entroterra genovese, dove quattro matrone, con tanto di ombrello, borsetta e cappellino a fiori, si fanno ritrarre orgogliosamente insieme a tre “manenti”, due donne e un anziano, integrati per l’occasione da un futuro contadino servitore maschio. Erano lì per una scampagnata, per prendere delle uova fresche dai loro dipendenti, o per riscuotere la parte spettante alle “padrone”? Chissà. Di fatto il peso più grande che portano è appunto un ombrello, mentre a destra la loro subordinata, donna, si carica sulla schiena una gerla ricolma di roba. Point, set e game per Marx, si potrebbe dire. Sconfitta totale della teoria del patriarcato, in altre parole.


Sconfitta totale della teoria del patriarcato, in altre parole.


Ciò che traspare da queste foto antiche di una città italiana è sicuramente rilevabile da altre foto relative ad altre zone di qualunque area italiana, europea o occidentale. Le testimonianze concrete dell’insussistenza teorica e pratica di chi sostiene l’idea del “patriarcato” oppressivo sono sparse in quantità alluvionali in documenti letterari, artistici, fotografici e amministrativi che, se letti con la corretta contestualizzazione storiografica, confermano di volta in volta la chiave di lettura marxista, relegando il paradigma del “patriarcato” là dove dovrebbe essere: nella “rumenta” (spazzatura, in genovese).

Ha importanza concreta ciò che si è detto finora? Io credo di sì. Perché è sulla totale falsificazione del passato operata dalle sostenitrici e dai sostenitori della “teoria del patriarcato” che si basa il doppio standard attuale, che spinge con sempre maggiore determinazione oltre ogni limite accettabile i privilegi concessi al mondo femminile, opprimendo, schiacciando, criminalizzando e penalizzando il versante maschile. Non c’è nulla di cui gli uomini siano debitori alle donne, in termini storici. Nulla che debba essere risarcito. C’è solo da recuperare, declinato in termini odierni, quella capacità cooperativa che ha sempre garantito una vita dignitosa, e talvolta anche il benessere, a intere famiglie e a un’intera comunità.


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