Il “Piano Colao” detta le linee del regime. Ora non si scherza più.

Vittorio Colao

di Alessio Deluca. Facciamoci una passeggiata nel mondo che verrà, o che qualcuno vorrebbe tanto che arrivasse, salvo il fatto che troverà noi lungo la strada a sbarrare il terreno, e siamo sempre di più. Abbiamo finalmente il Piano Colao per il rilancio, peraltro già archiviato e cestinato. Tante belle dichiarazioni di intenti, macroscopiche omissioni ma una grande certezza: in futuro sarà obbligo supportare le donne, dare più spazio alle donne, decretarne la superiorità, favorirle nei diritti, affrancarle dai doveri. Sei diverse schede che sembrano partorite dal collettivo nazifemminista di qualche periferia disagiata e invece arrivano direttamente dai piani alti di Bruxelles per tramite degli avamposti nostrani, che ci illustrano quello che ci aspetta. E ormai è probabilmente il momento di smettere di scherzarci sopra.  Si parte con la scheda 94, dedicata agli stereotipi di genere:

Sviluppare e realizzare un programma di azioni diversificate sul piano culturale contro gli stereotipi di genere che agiscano sulla eliminazione degli ostacoli alla piena e libera espressione femminile sul piano formativo, lavorativo, della carriera, della prevenzione della violenza contro le donne”. 

Dunque la nostra sarebbe una società che ostacola in ogni modo la piena e libera espressione femminile… fa già ridere così. La piena espressione dell’individuo è sancita dalla Costituzione ma qui si usa il termine “femminile” e non “personale”. Per quale ragione gli uomini non andrebbero parimenti supportati per una piena e libera espressione maschile? Mai come oggi la piena e libera espressione maschile e paterna è compressa, soffocata e repressa in ogni modo possibile. Faremo in modo che torni prioritaria.

“In Italia gli stereotipi di genere sulla violenza contro le donne sono ancora estesi. Il 30% dei giovani tra 18 e 29 anni pensa che sia accettabile che un uomo controlli il cellulare e l’attività sui social network della propria compagna/moglie (Istat 2019)”.


Qui abbiamo il primo psicoreato. Avete mai sentito di donne che controllano in modo morboso e ossessivo le attività online di partner mariti e fidanzati, per poi imbastire scenate isteriche da TSO? Se sì, non va detto, nemmeno pensato: loro sono brave, innocenti e infallibili. Peccato oltre tutto che nel 30% citato e misurato dall’ISTAT ci siano anche le donne (il 50%), ma la task-force di Colao non lo dice. E noi ci siamo stancati di queste balle.


I nostri figli devono essere indottrinati fin da subito.


“Il 51% degli intervistati ritiene che il principale ruolo della donna sia quello di accudire la famiglia e i figli contro l’11% della Svezia. (Eurobarometro 2017 )”.

Altro psicoreato. Agli uomini italiani non sarà più consentito esprimere un’opinione sul ruolo della donna nella società e nella famiglia, salvo che sia allineata al pensiero unico progressista femminista globalista. E vale anche per le donne che avessero un pensiero autonomo e che infatti, di nuovo, sono la metà di quelli che qui vengono definiti “intervistati”, ma ci si guarda bene dal dirlo. Dovete pensarla come in Svezia, terra di suicidi e al top per le violenze contro le donne, per altro. In ogni caso qualcuno ha deciso che sono più progrediti e sono il nostro faro. E soprattutto che tra il vostro pensiero e quello svedese non deve esserci differenza. Livellamento, omologazione, appiattimento, direttive obbligatorie calate e calcolate dall’alto, indottrinamento: si chiama totalitarismo comunista, portato avanti Unione Europea dei banchieri e dell’alta finanza. Bisognerà opporsi.

“La lotta agli stereotipi di genere è inserita nella tabella di marcia che definisce le priorità della nuova strategia 2020 – 2025 presentata a marzo dalla Commissione europea”.

Avete letto bene. Esiste una “tabella di marcia Europea” per una rieducazione di massa su cosa è lecito pensare e cosa è stereotipo inaccettabile. Quando vi stupite della propaganda, della grancassa dei media, dei dati falsati, dai fondi pubblici ai centri antiviolenza, del doppio standard nei tribunali, e vi chiedete come sia possibile un tale vergognoso squilibrio, sappiate che siamo in piena tabella di marcia della Commissione Europea, che vi plasma e vi obbliga finché non accetterete spontaneamente la Verità Ufficiale.

“Diverse ricerche rilevano che i primi stereotipi di genere relativi alle materie di studio, ruoli famigliari, professionali e sociali emergono nei primi anni di scuola primaria”.

Sapete già dove vogliono andare a parare. I nostri figli devono essere indottrinati fin da subito, sin dai primi anni della scuola primaria. Non individui liberi di esprimere le loro naturali inclinazioni, rispettati nelle loro inclinazioni spontanee quali che siano, per la Commissione Europea devono essere plasmati secondo nuovi stereotipi “giusti”, ad esempio invertendo i ruoli tra maschi e femmine.


Gli uomini zitti e muti, subire, tacere, accettare.


“Estensione a tutte le scuole primarie e secondarie di primo grado delle azioni di promozione dell’avvicinamento delle bambine alle materie STEM e dei bambini alla cura”.

Eccoci qua, le bambine devono essere indirizzate verso materie scientifiche, i maschi verso attività “di cura”. Le nuove scuole come luoghi di ingegneria sociale dove plasmare secondo il pensiero dominante come in ogni regime totalitario. Davvero credono che ce ne staremo qui a ubbidire buoni buoni?

“Promozione, anche attraverso incentivi, di prodotti audiovisivi per il grande pubblico che divulghino una figura femminile non stereotipata in famiglia, sul lavoro, nella società”.

Quando vedete film o serie o programmi tv o iniziative a senso unico e ritenete insultante e asfissiante la propaganda femminista e anti-maschile, ora avete la spiegazione: è incentivata, finanziata, imposta dall’alto. Al cinema solo una figura femminile “non stereotipata”, ovvero lo stereotipo unico: la donna moderna, in carriera, dominante, superiore che faccia da modello per le nuove generazioni e l’uomo sempre violento, stupido, inadatto, sottomesso, perdente. Qualsiasi altra visione della realtà sarà contrastata, vilipesa, emarginata, accusata di essere retrograda.

“Affidamento all’AGCOM del compito di monitoraggio sull’uso di stereotipi di genere basati su caratteristiche fisiche, attitudinali e di ruolo, per ogni età e contesto nella comunicazione commerciale e definizione di linee guida”.

Apparati per monitorare le vostre parole e misurare ciò che potete o non potete permettervi non solo di dire ma anche di sentire. Le donne saranno invece libere di insultare, dileggiare, ironizzare, sfottere in quanto rientrerà nella succitata “libertà di espressione femminile”. Laddove dovessero eccedere si troverà una facile giustificazione in tutte le sedi, nei media come nei tribunali. Gli uomini zitti e muti, subire, tacere, accettare, altrimenti: psicoreato.

“Promozione dello sport femminile anche attraverso incentivi alle sponsorizzazioni ed introduzione del professionismo nello sport anche per le donne”.

Lo sport femminile (tra quelli prevalentemente maschili) deve piacervi per forza. Se non vi piace l’ideologia ve la farà piacere. Ci hanno ciò provato con i mondiali di calcio femminile, con grande orchestrazione da parte di tutti i media, ovviamente senza successo. Le donne devono occupare ogni ambito di attività tradizionalmente maschile, è una scientifica strategia di conquista e laddove non possano raggiungere uno standard, va cambiato lo standard.


Regime e apparati di controllo.


legge codice rosso“Creazione di un sistema di monitoraggio del linguaggio online con l’adozione di misure, da parte dei diversi social, di contrasto ai termini e alle locuzioni discriminatorie di genere”.

Il linguaggio umano deve essere sterilizzato, uniformato, edulcorato e inanimato. Ai social il compito di censurare ogni deviazione dal pensiero unico. Prima si agisce sull’indottrinamento (che chiamano “educazione”), laddove non sia sufficiente, le sacche di resistenza vanno punite (dicono “disincentivate”).

“Azioni di incentivi e/o penalizzazioni presso gli editori per garantire visibilità delle donne in professioni anche più dichiaratamente maschili e viceversa, all’interno dei libri di testo delle primarie e secondarie di primo grado. Azioni per garantire maggiore presenza di autrici all’interno dei libri delle scuole secondarie superiori e di donne che hanno contribuito alla storia”.

Imposizione di una linea alla stampa sotto minaccia di penalizzazioni come in ogni sistema totalitario. È ora di smettere di ridere e cominciare a fare barricate.

“Mettere a regime presso l’Istat di una rilevazione obbligatoria «Barometro sugli stereotipi e le discriminazioni» per il monitoraggio annuale delle opinioni e degli atteggiamenti dei cittadini”.

Mettere “a regime” (lapsus che parla da solo) un apparato di controllo per monitorare le opinioni e atteggiamenti dei cittadini. Vogliamo che i nostri figli vivano in un mondo dove apparati gestiti dalle frustrate laureate in studi di genere monitorano opinioni e atteggiamenti dei cittadini?

“In Italia il tasso di occupazione femminile è molto basso: sotto il 50%. Minore accesso al lavoro, maggiore interruzione, precarietà, irregolarità del lavoro, sono alla base di questa situazione, l’Italia è penultima in Europa dopo la Grecia”.

Noi giriamo l’Italia in lungo e in largo, vediamo donne di ogni età realizzate e attive in una infinità di occupazioni, spesso assai brave e dotate, moltissimi ambiti sono ormai appannaggio esclusivo di sole donne, svariati annunci di lavoro sono dedicati esclusivamente a donne. Ma la narrazione non consente di dirlo: in Italia la donna è precaria, rifiutata, derelitta, svantaggiata perché lo scopo è solo e sempre quello: vivere alle spalle di altri, parassite del sistema.


La meritocrazia non conta.


“Promuovere l’empowerment delle donne al lavoro, nelle istituzioni e nella società attraverso l’introduzione di strumenti diversificati (incentivi, norme, programmi, linee guida) dedicati al settore pubblico e privato per coinvolgerli attivamente sull’obiettivo di incrementare l’occupazione femminile, riequilibrare la presenza di donne nelle posizioni apicali di imprese e istituzioni e negli organi amministrativi che applicano sistemi di cooptazione, massimizzare l’inclusione delle competenze e prospettive delle donne nelle scelte per il rilancio del Paese e della nostra società, ridurre il divario retributivo di genere. Nei luoghi decisionali le donne sono rappresentate al 36% nei CdA solo laddove è presente una norma a tutela della parità di genere, altrimenti raggiungono circa il 20%”. 

Cioè nella visione dispotica una donna in un CDA non è una professionista evidentemente capace e dotata con il compito di dirigere un’azienda. È considerata una “rappresentante della categoria donne nei CDA”.

“Puntare alla parità di genere (min. 40%) con obiettivi incrementali predefiniti nel medio (5 anni) e lungo periodo (10 anni), promuovendo la paritaria progressione di carriera delle donne”.

Devono entrare nei luoghi decisionali, devono comandare, di diritto e in modo garantito. Lo hanno deciso le femministe. Addirittura ciò deve avvenire con obiettivi incrementali temporali quinquennali, a prescindere da ogni singolo caso, “a dispetto delle competenze e qualificazioni possedute” da eventuali candidati maschi.

“Nella PA, nelle istituzioni, enti pubblici (locali, regionali, nazionali, governativi), nei partiti politici, nonché nelle fondazioni e nel Terzo Settore, introduzione delle quote di genere negli organi apicali e consultivi ove si adottano sistemi di cooptazione (task force, commissioni – anche di natura temporanea). Pena: decadenza organo”.

Qui siccome parliamo del pubblico, il tono si fa imperioso. La meritocrazia non conta: dove vige l’obbligo della quota rosa, uomini meritevoli devono essere sostituiti da donne in quanto donne. Si aggiunge la pena: o così o l’organo decade.


La rieducazione forzata europea.


“Nelle società pubbliche e private con più di 250 dipendenti e loro controllate, promuovere l’adozione di una Policy di Genere che, insieme a linee guida su organizzazione del lavoro, criteri di selezione e promozione a garanzia della parità di genere, introduca l’obbligo di dichiarazione di obiettivi incrementali sul numero di donne in posizioni dirigenziali (medio e lungo termine)”. 

Qui siamo al delirio di stampo sovietico. I soci di grandi aziende private non sono più liberi di assumere chi vogliono, devono assumere una quota di donne per legge. E non basta, sono obbligati a fornire al supremo tribunale fucsia dei report dove mostrano gli obbiettivi incrementali. Questa roba non è un volantino di qualche clan di psicopatiche, sono linee guida della presunta élite del paese nel momento più delicato della sua storia recente. È del tutto evidente che chi tesse le fila in Italia è una sorta di scimmia ammaestrata nient’altro che mero esecutore servo sottomesso e compiaciuto dei deliri ideologici progressisti made in EU e ambienti DEM americani.

“Adottare la valutazione d’impatto di genere (VIG) per integrare nei processi decisionali la piena equità/parità tra uomini e donne. Contribuire ad una migliore governance grazie alla capacità di elaborare politiche e attività legislative che rispondano meglio alle esigenze di tutti i cittadini. Produrre un vero e proprio «salto culturale» a livello istituzionale e una potente leva di cambiamento della cultura organizzativa del nostro Paese”.

Ma si, inventiamoci un’altra sigla nel variegato firmamento di fregnacce delle neolingua… ecco la VIG “valutazione di impatto di genere”. Il femminismo sarebbe un “salto culturale” e una potente leva di cambiamento ecc. Tralasciamo di notare che l’attuale epoca di straripante progressismo e esaltazione del femminile coincide con il periodo più degradato sul piano morale, ipocrita e insignificante sul piano culturale, sterile sul piano demografico, artisticamente piatto, esteticamente orrendo che si sia mai sperimentato nella storia dell’occidente. Ma sarà una coincidenza.

“Ritardo dell’Italia in tema di gender equality (posizione di coda tra i Paesi UE). Necessario intervenire per allinearsi alla Strategia per la parità di genere 2020-2025 della Commissione europea ed includere una prospettiva di uguaglianza in tutti i settori della società. La VIG segue le linee guida del Gender Impact Assessment dello European Institute for Gender Equality”.

Solito finto allarme per la presunta arretratezza Italiana, da cui discende la “necessità” di allinearsi alla Strategia per la parità di genere, secondo la Tabella di marcia e di rieducazione forzata europea già citata prima, presupponendo che livellare il modo di pensare corrisponda a un luminoso progresso. Questa VIG è ovviamente soggetta a nuovi e mirabolanti apparati di controllo del tuo sentire e pensare.


Una pioggia di psicoreati.


“Carenza/assenza di uno standard sistemico che preveda la generazione e raccolta dei dati disaggregati per genere per qualsiasi gruppo/settore oggetto di indagine, con conseguente limitata consapevolezza delle disuguaglianze di contesto e sui potenziali impatti di iniziative progettate senza adeguata distinzione di genere”.

Proporre attività completamente inutili frutto di aberranti manie di controllo e ingerenza dettate da un’ideologia nefasta: siamo a livello di ricovero psichiatrico. Detto ciò provate a rileggere la frase e fate ipotesi sul significato.

“Adozione della valutazione dell’impatto di genere quale metodologia di progettazione e analisi di ogni iniziativa legislativa, regolamentare e politica secondo questi passaggi: ecc ecc”.

E si elencano diverse attività che hanno un unico scopo: dare alle laureate in studi di genere, filosofia della differenza, eccetera uno stipendio e un ruolo, ma soprattutto l’illusione di essere utili alla società. Il risultato sarà un database per giungere sempre alla stessa conclusione: quanto siamo retrogradi. E dunque documenti e dati strampalati o palesemente inventati da dare in pasto ai giornali sotto forma di analisi istituzionale, e pianificare così gli interventi di Rieducazione.

Veniamo alle scheda 98 sulle donne vittima di violenza. Ora partiamo dal presupposto che chiunque faccia violenza verso un suo simile è un barbaro da punire nel peggiore dei modi, ma di questo già si occupano le forze dell’ordine. E quindi parliamo dell’ideologia, cioè del giudizio preventivo di colpevolezza che deve gravare su tutti i maschi, nessuno escluso, per decreto del solito manipolo di fanatiche. Si parte con i soliti dati farlocchi della mattanza. Stranamente assente il ritornello della donna uccisa ogni 72 ore, qui variato nella donna su 3 che subisce violenza, bugia nata dalla madre di tutte le mistificazioni (se n’è parlato a Radio Londra di recente). Poi abbiamo l’immagine dei centri antiviolenza di tutta Italia con la coda alla porta di donne piene di lividi.

“La violenza di genere colpisce in Italia 1 donna su 3 nel corso della vita. Oltre 43 mila donne – italiane ed immigrate – all’anno si rivolgono a un centro antiviolenza (CAV), oltre 29 mila sono prese in carico dai medesimi – spesso insieme ai loro figli, vittime di violenza assistita – per l’accompagnamento in percorsi di uscita dalla violenza e l’autonomia”. 

Naturalmente non si cita il tabù delle donne violente, pensare che una donna sia violenta è uno psicoreato e se un apparato ti capta a pensarlo è subito gogna e rieducazione.

Poi si cita la convenzione di Istanbul per cui le vittime saranno assistite con “servizi servizi quali consulenze legali e un sostegno psicologico, un’assistenza finanziaria, alloggio, istruzione formazione e assistenza nella ricerca di un lavoro”.

Non esiste categoria più assistita, non le vittime di incidenti stradali o sul lavoro (quasi tutti uomini), non i disabili non le vittime della criminalità organizzata o usura. Anche qui attenzione agli psicoreati: non su può affermare che vi sia correlazione tra questo sostegno a tutto campo e il fenomeno di migliaia di false accuse contro gli uomini depositate nei tribunali e regolarmente archiviate dai PM perché i fatti vengono smentiti, o appaiono palesemente gonfiati se non proprio inventati, specie durante le separazioni. Nè si può affermare che le donne abbiano ampie responsabilità nell’alimentare ed esacerbare i conflitti di coppia spesso portando scientemente all’esasperazione mariti e compagni proprio al fine di ottenere reazioni scomposte e poterle sfruttare in una strategia di vendetta e persecuzione giudiziaria. È lo schema straordinariamente ben rivelato dalla nostra amica psicopatica che aggredisce l’uomo in treno per via della mascherina. Nessuna novità, sono cose che sanno anche i sassi.


Ci attendono tempi duri e bisogna essere uniti e combattere.


“Nel 2019 lo stanziamento complessivo per Centri Antiviolenza e Case rifugio è stato di 20 milioni di euro suddiviso a metà tra CAV e case rifugio che sono molto al di sotto dei parametri stabiliti dal Consiglio d’Europa”.

Eccola di nuovo la Tabella di marcia europea che ha stabilito che tutti i maschi sono pericolosi aggressori e servono a prescindere CAV a ogni angolo di strada, naturalmente con personale da formare e pagare con le nostre tasse. “Molto al di sotto dei parametri stabiliti”: la realtà non conta, gli interventi sono stabiliti.

“L’emergenza Covid-19 con le conseguenti restrizioni e misure di contenimento, ha acuito i rischi per le donne che vivono in contesti familiari violenti (23 donne sono state uccise dai loro partner da inizio marzo a fine maggio 2020) e per le/i loro figlie/i. Ciò ha messo in luce le nuove sfide che gli attuali CAV e le case rifugio si trovano ad affrontare (a partire dalle diverse modalità operative utilizzate durante l’emergenza), così come la necessità di rafforzare il loro numero a livello territoriale, sulla base dei bisogni espressi dalla popolazione”.

Ogni fatto della realtà deve essere manipolato e sfruttato per la causa. Il Covid non è da meno. Guai a rilevare che nei mesi di lockdown milioni di famiglie italiane hanno manifestato unità, spirito di collaborazione e resistenza e che i telefoni dei famigerati CAV tacevano. Niente affatto, la narrazione deve affermare che la quarantena ha inasprito i conflitti, milioni di donne si sono ritrovate a casa costrette con il proprio aguzzino, impossibilitate a denunciare da cui addirittura il messaggio in codice alle farmacie per dare l’allarme di nascosto. Quante lo hanno usato? Mai lo sapremo. La realtà non conta, la realtà deve corrispondere all’ideologia, e se non lo fa, si cambia la realtà.

Tra le proposte di intervento troviamo: “aumentare del 50% i fondi a sostegno dei centri anti-violenza e di eventuali sportelli pubblici, sulla base di un’analisi dei bisogni contestualizzata in ogni Regione anche a fini formativi delle operatrici”.

Soldi soldi e soldi. Non bastano 30 milioni appena stanziati bisogna raddoppiarli a 60, presi dalle tasse versate da milioni di uomini ovviamente, idioti come pochi. Raddoppiare personale, un esercito ideologizzato che andrà a caccia di uomini colpevoli di qualunque cosa, senza i quali non c’è business. E lo schema è lo stesso: se la realtà non è in emergenza, ci penseranno i media a narrare, a enfatizzare a pungolare, e nuovamente a pretendere ulteriori fondi. E poi corsi e didattica: “Raddoppiare i posti a disposizione nelle case rifugio. Potenziare i dispositivi informatici nei centri, tali da essere inter-operabili. Promuovere percorsi formativi volti a favorire l’uso delle nuove tecnologie nel lavoro dei centri in base alle nuove necessità emerse durante l’emergenza pandemica”.

Infine abbiamo vero passe-partout, la fabbrica del consenso “Introdurre tramite norma l’obbligo per l’Istat di condurre un’indagine ogni 4 anni sulla violenza di genere contro le donne che permetta di stimare il sommerso della violenza, la situazione delle donne di tutte le età, italiane straniere, disabili e non”. 

Qui si pretende di avere una “stima del sommerso” termini vaghi adatti per poter divulgare numeri a piacimento, certificati dall’ISTAT che dal canto suo sa che genere di numeri “fanno notizia”. E quindi aspettiamoci ogni quatto anni la stima del sommerso, data per incontestabile risultato di ricerca: indignazione, manifestazioni, richiesta di ulteriori fondi. È tutto chiaro, è tutto risaputo.

Tutto ciò è pura violenza, come ogni ideologia che voglia imporre una visione del mondo. Uomini e donne devono combatterete per una vera uguaglianza e cioè anzitutto essere contro il femminismo. Le vittime di questa ideologia sono tutti, uomini e donne come per ogni attacco alla libertà individuale. Le donne saranno indotte a rifiutare la famiglia e la maternità, essere convinte suddite del mercato, fiere consumatrici e immolarsi a una vita di frustrazioni, stress e vuoto di valori. L’Unione Europea è un apparato con obiettivi totalitari espliciti ed evidenti. Un connubio tra burocrazia e controllo di stampo sovietico e economia ultraliberista e usuraia che mira al potere assoluto d parte di una ristretta élite. Bisogna opporsi in tutte le maniere.  In tutto il piano Colao manca ogni riferimento all’eclissi e annullamento della figura del Padre che è la vera chiave della questione, il punto nodale dell’epoca. Ci attendono tempi duri e bisogna essere uniti e combattere.


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