La proposta

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Quello che segue è l’Art. 612 bis del Codice Penale italiano, la cosiddetta “legge anti-stalking” attualmente in vigore.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

Abbiamo analizzato nel dettaglio le sue criticità, e quelle della procedura ad essa connessa, in post dedicati, alla cui rilettura rimandiamo, come premessa alla nostra proposta per una nuova normativa. Una proposta che nasce dalla raccolta di documenti e testimonianze, dall’analisi e dallo studio della più autorevole letteratura psichiatrica, criminologica e giuridica sul tema. Nella proposta che segue, le innovazioni vengono introdotte, poi citate su sfondo grigio e successivamente spiegate.

Ecco dunque di seguito le linee su cui deve basarsi una nuova legge “anti-stalking” che soppianti quella attuale, e che si caratterizzi per buon senso, equilibrio e giustizia.



LA PROPOSTA – Uno degli elementi più controversi della legge anti-stalking è il fatto che essa si basi in modo pressoché esclusivo sul vissuto soggettivo della presunta vittima, senza alcuna oggettivazione probatoria, e senza che ad essa venga richiesta evidenza di un ruolo attivo, in dinamiche che sono soprattutto relazionali, nel cercare di interrompere la persecuzione. Un primo modo per ovviare a questo deficit è subordinare l’accettazione della querela proprio a un ruolo attivo da parte della presunta vittima.

Il querelante deve allegare, perché la denuncia sia depositabile, una comunicazione scritta, inviata in qualunque forma e per qualunque tramite, purché vi sia certezza di ricezione da parte dell’interlocutore, con cui il querelante stesso richiede formalmente al querelato l’interruzione degli atti persecutori. Tale comunicazione deve essere emessa in tempi coerenti con quanto dichiarato in denuncia e andrà a sostenere il processo di oggettivizzazione degli elementi soggettivi su cui essenzialmente si impernia la querela.

Per “tempi coerenti con quanto dichiarato in denuncia” si intende che tale comunicazione deve risultare inviata nel momento stesso in cui ci si ritrova in uno stato di ansia e paura a causa di atti persecutori altrui, e non giusto a ridosso della presentazione della querela, comportamento che denota facilmente un approccio strumentale. Lo stalking, secondo la definizione corretta, è un comportamento odioso, fin da subito non tollerabile. Chi lo sopporta senza reagire attendendo mesi prima di trasmettere il proprio disagio al persecutore, ancor più se lo trasmette poco prima di presentare denuncia, non può rientrare nella tipizzazione della vittima da atti persecutori, ma nel novero di coloro che appunto cercano di strumentalizzare le disposizioni di legge. A meno che, naturalmente, il processo persecuzione-difesa-denuncia non avvenga in una sequenza rapida, come sarebbe sempre consigliabile.


Obiettivo primario imprescindibile di una nuova norma dev’essere a quel punto quello di rendere realmente riconoscibili i protagonisti della relazione conflittuale che sfocia negli atti persecutori. Occorre cioè dare a investigatori e organi inquirenti una ragionevole sicurezza di avere a che fare con un vero stalker e una vera vittima, evitando loro l’aggravio di verificare che non si tratti di una delle tante false vittime, o vittime di altre tipologie di reato. Per riuscire in questo, occorre mettere in atto subito una barriera contro l’inquinamento del contesto, sgombrare il campo da anomalie e distorsioni e contemporaneamente disincentivare il facile accesso a quanto previsto dalla legge a soggetti patologici o semplicemente astuti.

La querela per stalking dovrà essere accompagnata dal versamento da parte del querelante di una imposta di 2.000 euro.

Essa sarà interamente restituita al querelante tramite detrazione sulla dichiarazione dei redditi nel caso si pervenga a una sentenza di colpevolezza, già dal primo grado di giudizio, a carico dell’accusato. Se l’accusato viene invece assolto o se la querela viene archiviata, l’amministrazione giudiziaria tratterrà metà dell’imposta, a copertura delle spese operative interne, mentre l’altra metà verrà trasferita su un fondo apposito presso il Ministero dell’Istruzione vincolato al finanziamento di iniziative di formazione contro la violenza bidirezionale di genere.

Nel caso la presunta vittima dimostri di versare in stato d’indigenza (sul modello ISEE), sarà lo Stato a garantire la copertura dell’imposta, salvo rivalersi sul querelante, con maturazione degli interessi e valutazione di denuncia per frode allo Stato, in caso di assoluzione del querelato o archiviazione del procedimento.

Il meccanismo dell’imposta, così concepito, è penalizzante per la falsa vittima di stalking, da cui l’amministrazione pubblica, oberata di false denunce, sarà in grado di trarre vantaggio, contribuendo a campagne di formazione che aiutino a impostare in modo corretto le relazioni bidirezionali (ovvero maschio/femmina ma anche femmina/maschio) di genere. La vera vittima, dal canto suo, avrà tutto l’interesse, per poter detrarre l’imposta, a cooperare con l’autorità giudiziaria, non più solo contando su prove solo soggettive, ma sforzandosi di contribuire con prove reali, tangibili e più verificabili di un generico e autocertificato “stato d’ansia”. Se è vera vittima di un vero stalker, avrà tutto l’interesse a portare prove e fatti che lo portino alla condanna, e dunque alla detraibilità dell’imposta.


Sgombrato così il campo, per lo meno in buona parte, dalle false vittime, la legge deve mettere gli investigatori e gli inquirenti in condizione di operare sulla base di un’oggettiva individuazione delle figure coinvolte. Essendo esse, nei loro caratteri genuini, caratterizzate da tratti di sofferenza psichiatrica e psicologica ben rilevabili, occorre che l’accusa giunga sul tavolo del giudice corredata non solo delle eventuali evidenze, soggettive o oggettive, prodotte dalla presunta vittima, ma anche di perizie specialistiche prodotte da terzi.

La querela farà scattare una perizia coatta a carico dell’accusato, da attivarsi in tempi brevissimi (2 giorni al massimo dal deposito della querela) attraverso l’analisi congiunta di uno psichiatra e di un criminologo, scelti a caso dalla Questura/Procura all’interno di un albo di specialisti da crearsi appositamente. Costoro avranno 5 giorni di tempo per verificare che si tratti di un vero stalker o se il caso non ricada in altre tipologie di reato. Le loro conclusioni andranno depositate presso la Questura/Procura di competenza.

Il costo della perizia sarà a carico del querelante. In caso di perizia positiva (l’accusato rientra nei canoni dello stalker), anche questa somma potrà costituire detrazione dalla dichiarazione dei redditi. In caso di perizia negativa (l’accusato non rientra nei canoni dello stalker), il querelante non potrà detrarre nulla.

Nel caso la presunta vittima dimostri di versare in stato d’indigenza (ex modello ISEE), sarà lo Stato a garantire la copertura delle spese peritali, salvo rivalersi sul querelante, con maturazione degli interessi e valutazione di denuncia per frode allo Stato, in caso di perizia negativa.

Durante questa fase, che è di natura meramente clinico-diagnostica, il querelato non è tenuto all’assistenza di un legale, e non può sottrarsi alla perizia, pena la coazione tramite TSO.

Questa disposizione va nella stessa direzione di quanto accade sempre più di frequente in ambito sanitario, dove i medici, tra le maggiori vittime di stalking, spesso arrivano a richiedere una perizia psichiatrica al cliente prima di procedere a un intervento. Con ciò si solleverebbero le autorità giudiziarie da un’attività di valutazione indispensabile ma che esse non hanno le competenze per fare, se non sotto forma di inaffidabile desunzione intuitiva. Il pagamento della perizia da parte del querelante, e rimborsabile sulla dichiarazione dei redditi, è poi la seconda barriera contro l’inquinamento delle false vittime, un secondo filtro della stessa natura dell’imposta.


Sono stati registrati frequentemente casi in cui l’intervento dell’autorità giudiziaria ha esacerbato ancora di più lo stato sofferente, e dunque l’aggressività, dello stalker, inducendolo ad aggravare la campagna di persecuzioni. Trattandosi di uno stato psicologico e psichiatrico estremamente tormentoso, occorre porre in essere da subito misure cautelari che trasmettano all’accusato la gravità della situazione in cui si trova, da un lato, e garantiscano dall’altro alla presunta vittima una protezione sicura. Come si è visto, l’istituto dell’ammonimento amministrativo presenta anomalie non accettabili, a partire dalla sua natura “non remissibile”, se non con lunghe e costose procedure, e dal costituirsi come elemento di riferimento per i casi di recidiva. Come tale, si è prestato e si presta a un tale numero di abusi da richiederne la completa sostituzione con istituti più efficaci e sicuri.

A fronte di un deposito di perizia positiva a carico dell’accusato, dunque entro massimo 7 giorni dalla presentazione della querela, la Procura potrà irrogare a carico dello stesso un divieto di avvicinamento al querelante, ai suoi congiunti e ai luoghi da essi abitualmente frequentati, della durata di 3 anni. Il divieto di avvicinamento decade automaticamente in caso di sentenza di assoluzione o archiviazione.

Dal momento in cui l’accusato riceve il divieto di avvicinamento, gli incaricati delle indagini possono disporre a suo carico misure di controllo quali, ad esempio, il pedinamento o le intercettazioni telefoniche e/o telematiche. Il mancato e comprovato rispetto del divieto di avvicinamento, oltre a costituire reato in sé, andrà considerato come aggravante in caso di condanna per atti persecutori.

In caso di perizia negativa, vista la stessa perizia e gli altri elementi eventualmente prodotti dal querelante, gli organi inquirenti sono tenuti a valutare la commutazione dell’accusa di atti persecutori in altra tipologia di reato, per i quali in ogni caso si dovrà procedere secondo quanto previsto dalle relative norme. Se non sussistono motivi di ulteriori procedimenti, la querela deve venire archiviata, con impossibilità da parte del querelante di replicarla per gli stessi motivi, e la possibilità da parte del querelato, a quel punto prosciolto, di procedere a una denuncia per calunnia nei confronti del querelante.

L’approvazione di questa disposizione comporterà automaticamente una moratoria di tutte le precedenti ammonizioni amministrative irrogate ex art. 612 bis CP. I querelanti che in passato hanno promosso l’irrogazione del provvedimento e che ritengano ancora sussistenti le circostanze per un suo mantenimento in essere, dovranno fare ricorso in questo senso al Tribunale Amministrativo Regionale di competenza o presentare istanza di merito al Presidente della Repubblica.

Arrivati a questo punto, le denunce presentate dovrebbero essere nella maggior parte dei casi vere, e dunque in un numero sicuramente più gestibile di quello attuale. Questo consente alle autorità di tenere sotto controllo la situazione, facendosi forza di una perizia che già accerta con precisione la sussistenza di un soggetto con buona probabilità dedito a mettere in atto azioni persecutorie. Quest’ultimo, nel frattempo, ha subito una perizia e ricevuto un divieto di avvicinamento, dunque ha avuto modo di sentire su di sé l’intero peso di un procedimento pendente che potrebbe rivelarsi molto grave, nel caso egli proseguisse con gli atti persecutori. Un insieme di deterrenti, insomma, che appare già sufficientemente efficace, senza però andare a intaccare i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico e costituzionale e i diritti individuali della persona.

Contestualmente si avrà un azzeramento di tutte le anomalie legate ai procedimenti di ammonimento amministrativo irrogati ad oggi, con la possibilità da parte di chi ne ha promosso l’attivazione di mantenerne la validità tramite un normale procedimento amministrativo.


Non va dimenticato però, che lo stalking è un reato “relazionale”, avviene tra due persone che in qualche modo e in qualche misura entrano (o erano già) in rapporto. Tra le due, naturalmente, l’accusato va considerato prioritariamente nella disamina del suo stato psicologico e psichiatrico, onde valutarne la potenziale pericolosità. Tuttavia è importante per una valutazione oggettiva della situazione consentire alle parti e all’amministrazione giudiziaria stessa una misurazione della credibilità del querelante. Il tutto per evitare, oltre che, ancora, il fenomeno delle false accuse, che il querelante non abbia interessi concorrenti con l’accusato, e non voglia utilizzare l’arma giudiziaria per scopi ritorsivi e non di giustizia, come la Cassazione ha già rilevato accadere di frequente per le accuse di “molestie”.

A fronte di una perizia positiva a carico dell’accusato, è facoltà della difesa dello stesso, così come della Procura, chiedere una perizia psichiatrica a carico del querelante, onde verificarne la credibilità nei termini definiti dalla tipizzazione della vittima di stalking. La perizia dovrà dunque puntare alla verifica della sussistenza dello stato d’ansia e paura caratteristici della vittima di stalking. L’accusato ha, in questa fase, la facoltà di depositare, se ne ha a disposizione, prove ed evidenze della non sussistenza di tali condizioni. I costi della perizia saranno a carico di chi la promuove. Se viene promossa dall’accusato, la somma gli verrà rimborsata dall’amministrazione giudiziaria in caso di sua assoluzione o archiviazione, entro sei mesi dall’assoluzione o archiviazione stesse.

Qualunque sia l’esito della perizia, essa viene depositata agli atti per le valutazioni del caso, e posta a conoscenza degli organi inquirenti e dell’accusato. Starà agli organi inquirenti, a fronte delle perizie raccolte, decidere se portare avanti il procedimento o archiviarlo.

In nessuna di queste fasi è prevista la promozione di una “contro-perizia” o di “perizie di parte”, essendo quelle prodotte redatte da soggetti terzi.

Ciò che è importante in questo meccanismo è che la perizia a carico del querelante non ferma in nessun modo il procedimento, ma lo integra con informazioni aggiuntive. L’accusato che sa di essere vittima di false accuse o che la vittima sta simulando lo stato d’ansia ha così l’opportunità concreta di svelare l’abuso tramite una perizia di terzi. In più si tratta di uno strumento non manipolabile da parte di un vero stalker: l’analisi degli specialisti potrebbe infatti facilmente rivelare la natura reale e non falsata della vittima. In questo caso, dunque, la perizia, venendo acquisita agli atti, può diventare un vero e proprio macigno a carico dell’accusato, e questo ne suggerirà un uso attento e non strumentalizzabile.


Da questo punto in poi il procedimento è in grado di proseguire secondo la prassi penale già consolidata. Messa in atto ogni opposizione verso le false vittime e sollevata l’autorità giudiziaria dalla verifica della sussistenza sia delle condizioni psicologiche e psichiatriche peculiari dello stalker, sia di quelle della presunta vittima, delegate a terzi specialisti del settore, i giudici potranno a quel punto fare serenamente il proprio lavoro, ovvero valutare le perizie, i fatti, le testimonianze e le prove, per poi archiviare o emettere una sentenza. Le pene previste possono rimanere invariate rispetto a quanto già previsto dall’Art. 612 bis, anzi potrebbero addirittura, a queste nuove condizioni, venire aggravate.

Vi è però ancora la necessità di un ribaltamento concettuale per la correzione di alcune aggravanti attualmente in vigore e prive di ogni logica

La pena deve essere aumentata se il fatto è commesso da persona che non è e non è mai stata legata da alcun tipo di relazione con la persona offesa.

Oggi sussiste l’aggravante contraria a quella sopra proposta, che scatta se si è in presenza di un pregresso rapporto affettivo. La deriva verso atteggiamenti persecutori va invece inclusa in un contesto di comprensibilità e attenuazione quando nasce dalla demolizione di un progetto condiviso. I contraccolpi psicologici sono tali, in questi casi, da poter indurre a stati patologici comprensibili, sebbene non giustificabili. Al contrario, uno stalker estemporaneo, che tormenta la propria vittima pur non conoscendola affatto, senza avere alcuna pregressa relazione con essa, non trova alcun tipo di comprensione razionale: esso è un ingiustificato invasore, estraneo, sconosciuto e dunque violento, dell’esistenza della vittima, e come tale va sanzionato in modo più grave.


Attualmente sussiste anche l’aggravante della persecuzione attuata con l’utilizzo di strumenti informatici o telematici. Essa andrebbe riformulata in termini positivi. Per quanto infatti tali strumenti si prestino ad atti persecutori, essi oggi sono anche dotati di funzioni tali da poter escludere dalla propria vita, in automatico o con comportamenti blandamente attivi da parte della vittima, gli effetti dei tentativi di persecuzione. Blacklist o cartelle spam sono alla portata di tutti, così come dovrebbe essere alfabetizzazione diffusa quella di utilizzare per i propri spazi telematici password non facilmente intuibili. La trasformazione di tale aggravante in termini positivi porrebbe la norma al passo coi tempi e con la realtà fattuale, ma soprattutto renderebbe obbligatorio un ulteriore momento attivo da parte della presunta vittima.

Nel caso si denunci una persecuzione subita (anche) tramite mezzi telematici, si deve portare prova di aver messo in atto, in tempi coerenti con quanto dichiarato in denuncia, tutti i procedimenti di autotutela messi a disposizione dalla tecnologia attuale (esempio: cambio password, asseverato dall’email di notifica; utilizzo di blacklist o della funzione anti-spam; cambio del numero telefonico, eccetera). Se il querelante non dimostra di aver messo in atto strategie difensive di questo tipo, l’aggravante non può essere utilizzata.

Anche in questo caso, “in tempi coerenti con quanto dichiarato in denuncia” significa che la parte attiva giocata dalla vittima nel difendersi deve avere luogo nel momento in cui emerge lo stato d’ansia e paura tipico della vittima di atti persecutori. Mettere in blacklist telefonica il numero del proprio persecutore dopo averne accettato passivamente i messaggi per mesi fa perdere di credibilità alla presunta vittima. Ancor più se atti difensivi simili vengono realizzati giusto a ridosso della presentazione della denuncia. A meno che, naturalmente, il processo persecuzione-difesa-denuncia non avvenga in una sequenza rapida, come sarebbe sempre consigliabile.


Poco c’è infine da dire sulle possibili conseguenze derivanti dalla recente riforma del processo penale, secondo cui (Art. 612 ter del Codice Penale) i processi per stalking dove non vi siano aggravanti possono essere chiusi tramite il pagamento di un risarcimento “equo” da parte dell’accusato a favore della vittima, senza che quest’ultima si costituisca parte civile. E la vittima non ha voce in capitolo: se il giudice valuta l’offerta appunto “equa”, il procedimento si chiude lì. Le fattispecie a cui si applicherebbe questa immorale mercificazione dell’innocenza (o colpevolezza) non sono la maggioranza, ma ciò non toglie la sua irricevibilità giuridica e morale. Se il legislatore vuole alleggerire il carico delle pratiche per stalking gravante su Questure e Procure, non ha che da abolire l’art. 612 bis e sostituirlo con una norma ad hoc elaborata sulla base della nostra proposta appena illustrata.

Ugualmente incommentabile è l’inserimento (settembre 2017) della figura del sospettato di stalking nel codice “Antimafia”, laddove si parla di confisca preventiva dei beni. I mafiosi detengono i loro beni come frutto di attività criminale, lo stalker no. Tanto meno questi agisce con le modalità tipiche delle organizzazioni mafiose. A voler pensar male, pur facendo peccato, viene da pensare che si tratti di una via surretizia per poter consegnare alle varie e sempre voraci associazioni attive in questo campo i beni sequestrati a poveri cristi sospettati di stalking, così come si fa con quelli della mafia. Una sorta di risarcimento elettorale per la riforma del codice penale di cui al paragrafo precedente.


CONCLUSIONE – È evidente che, così impostata, una norma anti-stalking garantirebbe la correzione delle tante criticità che quella attuale sta determinando nel nostro paese, a partire da una rimodulazione della narrazione dilagante relativa alle relazioni di genere. Con una legge e delle procedure che tengano conto dei principi espressi, si taglierebbe di netto ogni possibilità di abusare di una norma necessaria, ma che deve essere commisurata al fenomeno e alla necessità di garantire un trattamento equo e bilanciato a tutti i cittadini, tutti innocenti fino a prova contraria, e da giudicare in un senso o nell’altro oltre ogni ragionevole dubbio.



ESEMPIO

Il soggetto X subisce atti che ritiene persecutori dal soggetto Y quali: pedinamenti, messaggi telematici e telefonate insistenti, ad ogni ora e con contenuti ossessivi e/o molesti e/o minacciosi, regali indesiderati, contatti con i propri congiunti, e tutta la restante casistica ben nota. Tali atti ingenerano in lui uno stato d’ansia, di paura per la propria incolumità e privacy e di quelle dei propri congiunti, tali da costringerlo a modificare le abitudini di vita. A seguito di ciò:

1. Autonomamente o tramite terzi X invia a Y una richiesta, anche sotto forma di diffida, affinché interrompa la sequenza di atti molesti e ossessivi. Il messaggio può essere inviato telematicamente (email o messaggio) o in cartaceo (raccomandata a/r), purché si abbia una qualche prova della sua ricezione.

2. X pone in essere tutte le misure difensive consentite dalla tecnologia: cambio del numero di telefono, inserimento del numero di Y in blacklist, classificazione della sua email come “spam”, eccetera, mantenendo evidenza, ove possibile, di tali attività.

Nonostante ciò, Y prosegue nei suoi atti persecutori, e X di conseguenza vive ancora in uno stato di ansia e paura.

3. X si reca in un posto di Polizia, Carabinieri o in Questura, recando con sé la prova di ricezione della comunicazione di cui al punto 1. e le evidenze di cui al punto 2. Insieme a ciò dovrà recare con sé la prova di pagamento dell’imposta di 2.000 euro. La documentazione verrà allegata alla denuncia che X avrà così la possibilità di depositare, descrivendo contesto, circostanze e fatti, portando eventuali altre prove oggettive e citando eventuali testimoni.

4. La Questura incarica, entro due giorni dalla ricezione della denuncia, uno psichiatra e un criminologo scelti a caso dall’Albo appositamente creato, ordinando la perizia coatta di Y. Nel caso Y rifiutasse la perizia, viene immediatamente ordinato un Trattamento Sanitario Obbligatorio, cui seguirà la perizia del caso.

5. Entro sette giorni i periti rilasciano alla Questura le loro conclusioni congiunte, presentando fattura al querelante.
Se la perizia assevera che Y non rientra nella tipologia clinica dello stalker:
a) l’imposta di 2.000 euro versata dal querelante verrà trattenuta al 50% dall’amministrazione giudiziaria mentre il restante 50% viene versato al Ministero dell’Istruzione presso un fondo vincolato per interventi contro la violenza bidirezionale di genere;
b) investigatori e inquirenti devono, sulla base di eventuali contenuti rilevanti nella perizia, incriminare Y per altre fattispecie previste dal Codice Penale, oppure archiviare la denuncia;
c) in caso di archiviazione, il querelato può citare in giudizio il querelante per calunnia.
Se la perizia assevera che Y rientra nella tipologia clinica dello stalker;
a) viene emesso immediatamente un divieto di avvicinamento della durata di tre anni a carico di Y rispetto a X, ai familiari di X e ai luoghi usualmente frequentati da X, anche qualora si tratti di ex coniugi con affido congiunto dei figli, che in questa fase, e fino all’emissione del giudizio, viene sospeso;
b) durante la seguente fase istruttoria, investigatori e inquirenti possono, a seconda della pericolosità emergente dalla perizia, disporre attività di controllo verso Y (ad esempio pedinamento, monitoraggio telefonico, eccetera), onde verificare il rispetto del divieto di avvicinamento;
c) il querelante potrà presentare in sede di dichiarazione dei redditi richiesta di rimborso dell’imposta pagata.

6. Durante la fase istruttoria, così come in fase dibattimentale, il Pubblico Ministero, o il collegio giudicante, o la difesa dell’accusato, possono richiedere una perizia psichiatrica a carico del querelante, onde verificare la reale sussistenza dello stato d’ansia e paura e la conformità, in termini di credibilità, della persona alla tipizzazione della vera vittima di stalking.
Il perito verrà scelto a caso dal Tribunale all’interno del già citato Albo.
Il costo della perizia è a carico di chi la richiede, dunque dell’Amministrazione giudiziaria se la richiesta perviene dal PM o dal collegio giudicante, del querelato, se è costui a richiederla tramite la sua difesa.
In questa fase il querelato può depositare evidenze, se ne è in possesso, della non sussistenza dello stato d’ansia e paura del querelante, che verranno prodotte al perito incaricato, il quale dovrà poi allegarle alla propria perizia.
Gli esiti della perizia, qualunque essi siano, verranno acquisiti agli atti del processo e il collegio giudicante dovrà tenerne conto.

5. Il procedimento, acquisite le perizie, seguirà il normale iter processuale, con due possibili esiti.
– Proscioglimento del querelato (sotto qualunque forma) – In questo caso:
a) l’imposta di 2.000 euro versata dal querelante viene trattenuta al 50% dall’amministrazione giudiziaria mentre il restante 50% viene versato al Ministero dell’Istruzione presso un fondo vincolato per interventi contro la violenza bidirezionale di genere;
b) il Tribunale valuta l’ipotesi di incriminazione del querelante per lite temeraria;
c) il querelato ha la possibilità di denunciare il querelante per calunnia;
d) il querelato può chiedere il rimborso della perizia sulla querelante, che gli verrà versato dall’Amministrazione Giudiziaria entro sei mesi dal deposito della sentenza;
e) decade immediatamente il divieto di avvicinamento a carico del querelato.
– Condanna del querelato – In questo caso:
a) l’imposta di 2.000 euro versata dal querelante viene interamente restituita allo stesso in sede di dichiarazione dei redditi;
b) il giudice applica l’aggravante nel caso il querelato non avesse avuto alcun tipo di relazione con il querelante precedentemente agli eventi persecutori;
c) il giudice applica l’aggravante dell’utilizzo dei mezzi telefonici e/o telematici solo se le immediate contromisure messe in atto dal querelante vengono giudicate idonee nei modi e nei tempi.