Le verità nascoste al processo per il presunto stupro di Firenze

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LA FIONDA

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Pietro Costa
Pietro Costa

di Isabella Nanni – È passata in relativa sordina la notizia della condanna in primo grado di Pietro Costa, il giovane ex carabiniere accusato di stupro nei confronti di una delle due americane in quel di Firenze, intorno alle 3 del mattino del 7 settembre 2017. Una condanna attesa, scontata, diranno in tanti. Il minimo sindacale, penseranno i più. Altri invece non saranno soddisfatti: dovevano dargli di più, anzi, dovevano lapidarlo, bisognava chiamare Nardella e concedergli il lancio della prima pietra con tanto di fascia tricolore.

Il comportamento di quei due uomini dal punto di vista professionale è stato inqualificabile, e posso garantirvi che se per la violata consegna fosse ancora prevista la fucilazione, non mi metterei certo tra loro e il plotone di esecuzione. Ma mi rifiuto di lasciarli andare alla tomba con il nome infangato da un reato che non hanno commesso. È un nome che appartiene anche alle loro famiglie e nei due anni che ho lavorato a questo caso in qualità di consulente linguistica, il mio pensiero e le mie preghiere sono andate spesso ai figli e alle figlie del collega anziano del sig. Costa, le uniche vittime interamente innocenti di questa orribile storia.


Un marchio d’infamia che non merita.


Ho analizzato oltre 103.000 entries degli iphone delle due accusatrici, tradotto oltre 20.000 messaggi, prodotto 700 pagine di relazione che dimostravano puntualmente dove le dichiarazioni delle due ragazze ai magistrati si discostavano dalla realtà. Quasi niente di tutto questo è entrato nel processo di cui ieri si è concluso il primo grado. L’ordinanza del giudice, sulla cui ricusazione pende il giudizio della Cassazione previsto per l’8 aprile prossimo, con la scusa della “moralità” ci ha impedito di produrre le prove che avrebbero consentito a un giovane uomo, per quanto manchevole sotto il profilo professionale, di provare a ricostruirsi una vita senza un marchio di infamia che a mio avviso, in base al materiale da me analizzato, non merita.

Come consulente linguistica di parte sono stata escussa il mattino prima delle arringhe finali e della sentenza. Ho passato un’ora ad analizzare una breve chat che capirebbero dei ragazzini delle medie (pur senza il mio livello di approfondimento) con la PM che si è permessa di mettere in dubbio, da quale pulpito linguistico non è dato sapere, le mie competenze linguistiche e la mia professionalità ventennale certificata. Tutto questo mentre il grosso del mio lavoro restava inutilizzato in un cassetto perché in quell’aula la verità la cercavano solo gli avvocati difensori e l’imputato, mentre avrebbero dovuta cercarla in primis gli Americani, l’alleato di cui tanto si preoccupava l’avvocato dell’Arma, visto che circa il 15% delle donne che sporgono false accuse di stupro sono delle seriali – e come si dice a Roma, mo’ so’ cazzi loro.


Un presente compromesso.


Gary Dotson
Gary Dotson

Questo processo finora è stata un’esperienza mortificante come professionista, come cittadina e come donna. In un sistema del genere temo seriamente per l’incolumità di mio marito e di conseguenza per me e le mie figlie, visto che il suo apporto economico e umano alla nostra famiglia è fondamentale. Non pensate che basti “tenerselo nei pantaloni”: il 50% delle false accuse di stupro è completamente inventato, gente come Gary Dotson si è fatta 12 anni di galera per le accuse di un’adolescente di cui non conosceva nemmeno l’esistenza, una ragazzina in cerca di un alibi perché aveva paura di essere rimasta incinta dopo un rapporto non protetto col fidanzatino dell’epoca. Le false accuse di stupro/molestie sul lavoro in U.S.A. sono talmente all’ordine del giorno che gli uomini non entrano da soli in ascensore con una donna, e di questo passo temo che anche in Italia arriveremo presto a questi livelli.

Come faccio ad avere questi dati? Sono solo una piccola parte della mia ricerca sulle false accuse di stupro in U.S.A. e U.K., una ricerca che da sola mi è costata due mesi di lavoro e che mi è stata positivamente recensita dal Prof. Peter Van Koppen dell’Università di Amsterdam, criminologo tra i massimi esperti di accuse di stupro vere e false in Europa, se non al mondo, un luminare che ha collaborato con l’F.B.I. e con cui mi confrontai quando cominciai a seguire questo caso con il precedente collegio difensivo. Un altro contributo che non è entrato nel processo di cui si è concluso il primo grado. Che cosa insegni ai tuoi figli se i principi in cui credevi vengono continuamente calpestati? Che speranza puoi offrirgli quando hai la sensazione che il tuo lavoro non serve a niente? Come li aiuti a costruire il futuro da un presente così compromesso? Spero di ritrovare le risposte.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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