L’estate liberticida del regime giudiziario italiano

giudice-di-pace1Un agosto caldissimo, questo, per la magistratura italiana, al centro delle polemiche nazionali per talune sue decisioni relative al fenomeno dell’immigrazione. Questioni che guadagnano le prime pagine dei quotidiani, molti dei quali non esitano a parlare di “regime delle toghe”. Uno scenario da brivido nei termini della democrazia, che basa la propria sussistenza proprio nella netta divisione di ruoli e competenze tra chi fa le leggi e chi è chiamato a farle rispettare. Parlare di regime giudiziario, limitandosi a una singola questione, può apparire eccessivo, un modo per alzare i toni del conflitto politico. Eppure, se ci si allontana dal tema dell’immigrazione e ci si avvicina a quello di maggiore interesse per questo blog, si hanno angoscianti conferme che quella definizione ha ampi margini di fondatezza.

Il riferimento è a due sentenze che, purtroppo, non hanno trovato spazio nelle prime pagine dei quotidiani, pur meritandolo. La prima viene dalla Corte di Cassazione, che ha rigettato il ricorso di un uomo condannato per maltrattamenti perché, dopo aver chiesto la separazione alla moglie (che in risposta si è dichiarata indisponibile a separarsi), era andato a convivere con la nuova compagna in un appartamento adiacente a quello familiare, stesso palazzo ma scala diversa. La Corte ha accertato altri tipi di maltrattamenti da parte dell’uomo: “minacce, lesioni, ingiurie, privazioni economiche” (per quest’ultima: la signora non poteva trovarsi un lavoro?), ma ha inserito nel calderone anche il fatto che l’uomo fosse andato a vivere con l’amante (in realtà la nuova compagna) a poca distanza dall’ex moglie. Così facendo, dicono gli ermellini, ne ha offeso la dignità e questo fa parte dei maltrattamenti. Per questo il ricorso dell’uomo è stato respinto.

varie_toghegiudiciDomanda: è del tutto normale, anche per la Cassazione, che una donna separata viva nella casa di proprietà dell’ex marito, magari insieme al nuovo compagno? Sì, lì è tutto regolare, niente da dire, dunque siamo a un doppio standard che grida vendetta. Seconda osservazione: si dirà che la signora non aveva accettato la separazione, che però resta un atto unilaterale, che si determina nei fatti prima ancora che nelle carte bollate. Al netto delle violenze deprecabili che avrebbe commesso, era comunque proprio della libertà individuale dell’uomo prendere e andarsene a vivere con chi cavolo volesse. La libertà individuale è costituzionalmente garantita, ma la Cassazione pare essersene dimenticata in questo caso, per la fretta di “integrare” al massimo possibile il reato di maltrattamenti a carico di un uomo. Che ora, per il “Codice Rosso”, è pure equiparato a un mafioso. Al di là di questo è il caso di registrare che esistono due libertà individuali per la Corte di Cassazione: quella riservata alle donne, ampia e discrezionale, e quella per gli uomini, limitata e condizionata. Non solo: il trattamento disumano “integra” i reati solo se si tratta di uomini: l’ex moglie di Luigi Tarascio, ad esempio, non è stata affatto incriminata per induzione al suicidio. Eppure, stando al principio della Cassazione, avrebbe dovuto esserlo all’istante. Ma è donna, dunque…


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A questa sentenza si affianca la disposizione del Tribunale di Venezia relativa a una separazione coniugale. I due hanno un figlio quasi maggiorenne (17 anni), che viene audito. Il ragazzo ha parole chiare e nette: ama indistintamente mamma e papà, ma si sente più affine a quest’ultimo. Dunque esprime la sua netta preferenza ad essere affidato a lui. Il giudice ascolta, prende appunti, poi emette la sentenza: il giovane viene affidato alla madre. Motivazione? Col padre condivide la passione del calcio, che potrebbe distrarlo dagli studi, dunque meglio con la madre. Non è uno scherzo, è davvero accaduto. Ed è talmente eversiva come sentenza che l’avvocato dell’uomo ha lasciato trapelare un bel po’ della propria indignazione nella domanda di ricorso, sostenendo che un giudice non può e non deve improvvisarsi educatore verso un ragazzo ormai pressoché maggiorenne. I toni del legale sono stati così (giustamente) irritati da indurre il giudice stesso a denunciarlo per “oltraggio al magistrato”.

varie_giudizioAnche da questa vicenda si trae un messaggio molto chiaro: la maternal preference dei giudici è qualcosa di ovvio, scontato, impostato “di default”. Non solo: nessuno può osare contestarla, nemmeno di fronte all’evidenza di una decisione insensata, quasi violenta rispetto alla volontà espressa da un giovane ormai abbastanza maturo per esprimerla. Pur di non affidare un figlio a un padre, il giudice straccia la libertà del ragazzo e la sua dignità di cittadino. E se glielo si fa notare, s’offende pure. In un paese normale finirebbe sotto inchiesta un minuto dopo aver emesso una sentenza del genere, ma in Italia no. In Italia i giudici si fanno formare da gente come Claudio Foti, i grandi quotidiani danno rubriche fisse a gente che nega l’esistenza dell’alienazione parentale, lamentando come questa “danneggi le donne” nei procedimenti di separazione. Il tutto mentre il “regime delle toghe” si manifesta e fa danni incalcolabili alla giustizia e alle libertà. Con una particolare concentrazione sulle libertà e sulla dignità degli uomini.


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