Simona e Luigi: due suicidi, due misure

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Simona e Maura Viceconte

di Giorgio RussoMaura Viceconte era stata una maratoneta e mezzofondista di molto successo, specie a livello europeo. Muore togliendosi la vita, senza alcuna apparente ragione, il 10 febbraio 2019. A lei è molto legata Simona, sua sorella minore. Anche lei morta suicida un anno e tre giorni dopo, il 13 febbraio 2020, qualche giorno fa. Colpisce nella vicenda lo stesso percorso delle due donne e le stesse modalità suicidiarie. Diverso il trattamento giudiziario e mediatico. Per Maura tutto è stato archiviato: non si sa cosa l’abbia spinta a togliersi la vita, è e rimane una tragedia personale e familiare priva di spiegazione. Per Simona invece la spiegazione sembra esserci, per lo meno i giudici e soprattutto i media sono già certi di averne individuata una.

Colpevole del gesto di Simona è il marito. Nel giro dei tre giorni successivi al suo gesto, si costruisce attorno a lei, alla sua decisione e alla sua famiglia un teorema che sembra non ammettere dubbi. I due si stavano separando. Una separazione estremamente dolorosa per la donna, a quanto pare. Ma non basta: si parla di maltrattamenti da parte del marito, tali da indurla a farla finita. I giornali scavano, scavano, scavano, in una ricerca ossessiva di prove e segnali di quei maltrattamenti. Luca, il marito di Simona, deve andare sulla graticola, è già deciso, dunque lo zelo dei mezzi di comunicazione viene esercitato a pieno ritmo. Fino a una sorta di apoteosi, l’articolo di Repubblica di domenica 16 febbraio, a firma Paolo G. Brera. Un vero capolavoro di malafede ideologica e inquinamento mediatico.


Nessuna inclinazione naturale al suicidio.


Paolo G. Brera

Tutto congiura contro l’articolista. Simona ha lasciato un biglietto, secretato dai magistrati, ma trapela che si tratta di un addio, senza alcuna accusa verso nessuno. Mannaggia. Non solo: non ci sono né denunce precedenti per maltrattamenti presentate dalla donna, né referti ospedalieri per percosse, e i vicini di casa testimoniano di non aver mai sentito niente di particolare. Al massimo avevano notato tristezza in Simona, anche per il fatto che si curava meno nel vestire. Il che non è sufficiente per far supporre che ci fossero maltrattamenti in famiglia da parte di Luca. Unica ragione di malcontento da parte di Simona era stato il trasferimento in Abruzzo, dove il marito lavorava. Per il resto niente consente a Brera di poter dire con certezza che Luca ha indotto Simona al suicidio.

Ma ecco il deus ex machina che corre in soccorso del propagandista di professione: “l’esperto”. Viene interpellato il prof. Luigi Cancrini, presidente del Centro studi di terapia familiare e relazionali, per sgombrare il campo da un’idea che era circolata nell’immediato. Simona è stata vittima di una sorta di “inclinazione naturale” al suicidio, manifestatasi già un anno prima con l’atto della sorella Maura. Smentito che ciò possa essere, Brera fa allora scattare un’abile escalation emozionale, inanellando tutti i drammi di Simona: la morte del padre, il tumore della sorella Maura poi suicida senza motivo, la conseguente depressione, la separazione da lei chiesta, poi ritirata, ma confermata dal marito Luca.


Un doppio standard che, su tutti i livelli, non conosce limiti di vergogna.


Uno stillicidio di sofferenza per la donna, con il carico messo proprio sull’ultimo atto: come ha osato Luca, questo è il sottotesto di Brera, chiedere la separazione a Simona dopo tutto quello che aveva passato? Come ha osato rimanere distaccato dalla disperazione con cui Simona stava vivendo la separazione? Piangeva costantemente, la donna. Forse aveva già tentato di togliersi la vita, e Luca l’aveva assistita e aiutata. Con il distacco di chi chiede il divorzio, certo, ma è stato presente. Per Brera però tutto ciò non è abbastanza. L’uomo è stato indifferente alla sofferenza dell’ex moglie. Non è per nulla vero, lui stesso l’ha raccontato, ma tuttavia lo afferma implicitamente: Simona si è uccisa per colpa sua. L’ex marito non ha fatto abbastanza per impedire che accadesse, dunque è indubbiamente colpa sua.

Non ci si crede? Ecco l’asso nella manica nel narrato di Brera: la magistratura ha messo l’uomo sotto indagine per maltrattamenti. In realtà l’ha fatto per poter attuare l’autopsia sul corpo della donna (che non ha rilevato alcun maltrattamento, confermando il decesso per suicidio), ma tanto basta per puntare il dito su di lui. E per farlo su scala nazionale, su un quotidiano diffuso da Lampedusa ad Aosta. Ecce monstrum, ecco il mostro, ed è naturalmente uomo, maschio, bianco, eterosessuale, patriarcale. Con la preghiera a reti unificate che i magistrati si bevano la stessa rappresentazione emozionale e incriminino Luca non più solo per maltrattamenti ma per il ben più grave reato di induzione al suicidio. Tutto fa, tutto deve far brodo per alimentare l’idea dell’uomo orco e della donna vittima e per continuare a legittimare un doppio standard che, su tutti i livelli, non conosce limiti di vergogna.


Così accade in un paese dove predomina la “cultura patriarcale”, giusto?


Luigi Tarascio

Perché la storia di Simona fa tornare in mente un’altra vicenda, dimenticata dai più, ma non certo da questo blog. Ed è la storia di Luigi Tarascio, uomo e padre romano, suicida il 16 luglio 2019 proprio per l’incapacità di reggere le conseguenze di una separazione coniugale e l’allontanamento dai suoi figli. Un eroe e un martire per questo blog e per tutti gli uomini e padri d’Italia. Queste pagine ne raccontarono la vicenda, definendola come emblematica della “violenza femmina”. Perché fu lo stesso Luigi a spiegare pubblicamente, su Facebook, le ragioni del suo gesto. Un lungo post che, a differenza di quello di Simona, non era affatto un addio, ma un circostanziato atto d’accusa verso l’ex moglie e le violenze psicologiche che questa l’aveva costretto a subire, umiliandolo e schiacciandolo senza pietà. Il blog pubblicò in allora gli screenshot di quel messaggio così emblematico poi, su richiesta della famiglia di Luigi, le immagini vennero rimosse. Rimangono comunque a disposizione per chi le volesse visionare in privato (da richiedere a stalkersaraitu@gmail.com).

A quei tempi qualche giornale parlò di Luigi, nei termini di un uomo malato e disperato che aveva deciso di farla finita, punto. Qualcuno accennò al suo messaggio su Facebook, ma solo di sfuggita. Di certo nessuno raccontò con empatia e parole tanto strappacuore quanto manipolatrici la sua vicenda di uomo umiliato a morte e concretamente indotto al suicidio. Nessun giornalista cercò di sollecitare i magistrati a fare luce sulla vicenda e i giudici stessi si guardarono bene dal prendere iniziative autonome, nonostante le chiare lettere espresse dal suicida. Ciò che per il marito di Simona è stato un immediato “atto dovuto”, per Luigi è stata una quisquilia da archiviare senza pensarci troppo su. Andare a fondo avrebbe significato mettere sotto accusa la sua ex moglie (e l’amante o gli amanti), ed è cosa che non si fa. Non in Italia. In Italia ci sono le accoppiate vincenti come quelle del giornalista di Repubblica Paolo G. Brera e magistrati al seguito, pronti alla gogna e all’aggressione giudiziaria, se si tratta di colpire un uomo, specie senza alcun motivo. A parti invertite e con motivi più che evidenti non si palesa nessuno. Perché così accade in un paese dove predomina la “cultura patriarcale”, giusto?


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)

 


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