Quel concetto bislacco chiamato “femminicidio”

17636782_1287566481297617_2176897718429725656_oUna nostra affezionata lettrice (sì, avete letto bene… “lettrice”, quindi donna) ci chiede cosa sia per noi il “femminicidio”. D’istinto ci verrebbe da rispondere: “fuffa giornalistica”, ma ci rendiamo conto che sarebbe troppo tranchant. Dunque cerchiamo di argomentare e ragionarci sopra.

Anzitutto distinguiamo il piano morale da quello giuridico/giudiziario, dove il primo ha una portata solitamente più ampia e generica, oltre che mutevole a seconda delle singole persone. Il secondo invece è (o dovrebbe essere) molto più preciso e circostanziato, dovendo definire comportamenti criminali da prevenire o punire, avendo alle spalle una “ratio” (motivazione profonda), che è poi ciò che giustifica l’esistenza di una legge.

Sul piano morale si distinguono molte varianti dell’omicidio. Ogni variante ha la sua storia e le sue motivazioni che derivano da una base antropologica, culturale, religiosa o altro. Si può essere d’accordo o no, ma tutte hanno una natura pregnante e una ragione argomentabile. Talvolta, ma non sempre, queste categorie puramente morali vanno a far peso anche su valutazioni puramente giudiziarie, come vedremo.

Qualche esempio di declinazione morale dell’omicidio, raccolto per gruppi logici, dopo un’approfondita consultazione del vocabolario:
1 – patricidio, matricidio, fratricidio, sororicidio
2 – uxoricidio
3 – regicidio, tirannicidio
4 – infanticidio, feticidio
5 – eccidio, etnocidio, ecocidio, genocidio, liberticidio
6 – suicidio

Senza scendere in complesse questioni etimologiche (origine delle parole), questi tipi di omicidio, a cui potrebbero comunque aggiungersene altri, come l’omicidio stradale, per motivi razziali o omofobi eccetera, hanno acquisito una “dignità morale” nel corso dei secoli, anche se alcune sono di creazione molto recente, per ragioni ben precise:

1 – Uccidere il proprio padre, la propria madre, il proprio fratello o la propria sorella è considerato moralmente più esecrabile che uccidere un estraneo, perché si tratta di consanguinei.
2 – Uccidere il proprio marito o la propria moglie è considerato moralmente più grave perché a monte si presume ci sia (o ci sia stato) un rapporto affettivo e di fiducia.
3 – Uccidere un re o un tiranno è considerato moralmente rilevante perché nel farlo si crea un vuoto di potere, e perché tali ruoli, nel bene o nel male, vengono vissuti come “superiori” a quelli degli altri uomini, e in questo sta la gravità dell’atto.
4 – Uccidere un bambino o un feto è moralmente esecrabile perché si agisce su un essere indifeso.
5 – In questa categoria sono contenute le uccisioni di massa o l’uccisione di realtà ampie (l’ecosistema) o di principi (la libertà). Le dimensioni del fatto criminale o l’importanza dei principi comportano la pensantezza della gravità morale.
6 – L’uccisione di se stessi è considerato moralmente un male per tradizione sostanzialmente religiosa: solo Dio può togliere ciò che ha dato, ossia la vita. Un concetto molto radicato in quasi tutte le culture: che si sia credenti o meno, il suicidio è qualcosa che impressiona per i meccanismi mentali e interiori che ne sono alla base.

Dunque, sul piano morale, tutti questi tipi di omicidio hanno alla base ragioni “pesanti”, significative. Che talvolta scivolano anche sul piano giudiziario. Molte di quelle categorie possono essere utilizzate come aggravanti. Ovvero: nel codice penale non esiste il reato di “matricidio”. Ma è chiaro che un giudice chiamato a emettere sentenza contro qualcuno che abbia ucciso la propria madre, terrà conto, nell’emettere la pena, anche del legame di sangue, quindi anche della gravità morale, oltre che giudiziaria, del fatto.

Detto questo, la domanda è: quali ragioni “pesanti” e significative dovrebbero stare alla base della nuova categoria morale del “femminicidio”? Perché uccidere un essere umano di sesso femminile dovrebbe essere moralmente grave quanto, se non di più, che uccidere un maschio, un bambino, un re, un fratello, un gruppo etnico intero? Pensa che ti ripensa, non si trovano ragioni veramente sensate che possano giustificare il termine e la categoria collegata. L’essere “femmina” è qualcosa fuori dal controllo dell’individuo: lo si è per nascita, esattamente come l’essere maschio. Non si può riconoscere una dignità “superiore” sulla base del genere, come invece si fa per la consanguineità, il legame affettivo o le altre categorie viste prima. Parlare di femminicidio dal punto di vista morale ha senso come parlare di “alticidio” (uccisione delle persone alte di statura) o il “magricidio” (uccisione delle persone magre). Categorie talmente assurde da apparire quasi come battute di spirito.

C’è solo un varco possibile per l’ammissione del “femminicidio” tra le categorie morali di esecrabilità, nella declinazione dell’omicidio: accostarlo all’infanticidio. Ovvero presumere che le donne siano più deboli, più disarmate, più indifese di ogni altro essere umano. Cosa che, oltre a non essere per nulla vera, dovrebbe suonare come una strisciata di unghie sulla lavagna per ogni donna che abbia una dignità, per non parlare delle femministe militanti. Anche perché, stante questa logica, avrebbe senso pretendere anche che si stabilisca la categoria dell’ “animalicidio”, essendo gli animali sicuramente più indifesi dell’essere umano. Ebbene, se questa è la logica sottesa al concetto morale di “femminicidio”, noi ci opponiamo strenuamente. Noi crediamo non solo che la femmina non sia più debole del maschio, ma che in molti casi addirittura sia ben più forte, a causa della sua maggiore complessità rispetto al maschio stesso. Se dunque si vuole affermare il concetto di “femminicidio” sulla base di una presunta “debolezza” della donna rispetto all’uomo, noi dissentiamo fermamente, come dissentiamo da ogni cosa priva di fondamento logico.

A livello giuridico e di giurisprudenza ancora il “femminicidio” non ha fatto breccia. Ovvero non esiste ancora un articolo del codice penale che definisca il reato di “femminicidio”. E questo nonostante la pressione culturale e sociale in questo senso sia molto forte. Tanto da aver portato a un aborto giuridico, per accontentare l’opinione pubblica, che è per l’appunto l’art.612 bis (anti-stalking), valido per tutti, ma chiaramente tagliato su misura per le donne. Un primo passo pericoloso. I mediocri politici attuali, pur di ottenere visibilità e consenso, potrebbero anche spingersi a elaborare un articolo specifico per le donne. L’art. 612 bis è stato un test di grande sucesso da questo punto di vista… La palese incostituzionalità di una norma del genere le garantirebbe però breve vita, ma non ci meraviglieremmo se qualcuno ci provasse.

Dunque il “femminicidio” cos’è? Nient’altro che un’invenzione giornalistica e mediatica. Una definizione indotta nella comunicazione generalista dalle pressioni crescenti dell’ondata di ritorno di un femminismo quanto mai perdente, perché ancora ancorato ai paradigmi maschili (vedasi il nostro post di venerdì). Qualcosa di simile al “gay-pride”, o agli schieramenti pro o contro i profughi. Categorie semplificate con cui gli emarginati, urlando la propria emarginazione, invece di emanciparsi, si emarginano ancora di più. E con cui i media ottengono ciò che gli serve di più per acquisire audience e pubblico: determinare degli schieramenti, delle tifoserie. Partigiani pro-gay e partigiani anti-gay. Militanti pro-profughi e militanti anti-profughi. Di qua o di là, bianco o nero. Quando la realtà è invece un gigantesco insieme complesso di sfumature. Potersi schierare significa ottenere per se stessi un’identità, una rassicurante sicurezza psicologica: “io sto da questa parte”. Così si ha la possibilità di evitare la cosa più faticosa: approfondire, conoscere, accettare, evolversi. Il femminicidio non fa eccezione: una donna uccisa o danneggiata o perseguitata “fa più notizia”, ha più dignità di un uomo nelle stesse condizioni. Non importa quali storie, quale vissuto ci sia alle spalle: curva sud o curva nord, pro o contro, così è più facile.

Sia chiaro, è sempre stato così, dalla notte dei tempi, dal “divide et impera” di antica memoria. Le persone hanno paura a pensare e riflettere, perché sono atti che schiudono realtà angoscianti. Meglio mettere il cervello in stand-by dentro qualche categoria preconfezionata da altri. Ciò che è preoccupante, e che questo blog si impegna ogni giorno a denunciare, è che quando semplificazioni del genere finiscono per scivolare dentro il sistema, ovvero nelle azioni delle forze dell’ordine, dei giudici inquirenti e giudicanti, che per ruolo dovrebbero riportare ogni cosa alla propria reale proporzione, allora le manipolazioni, gli abusi e le ingiustizie si moltiplicano a dismisura. Il più delle volte a carico di singole categorie di persone.

Un commento

  1. Una ragione forse c’é, considerando anche la fascinazione dei media per le vittime donne giovani e belle.

    1- se lasci 10 ragazze e 10 ragazzzi su di un’isola dopo 1 anno trovi 10 bambini
    2- se lasci 10 ragazze e 1 ragazzo dopo 1 anno trovi 10 bambini
    3- se lasci 1 ragazza e 10 ragazzi dopo 1 anno trovi 1 bambino.

    Biologia. La vita del maskio è sacrificabile rispetto a quella della donna. Ecco perché fa più notizia il donnicidio che i morti sul lavoro, al 97% uomini.

    E sai che? Quando ho parlato con una femminista, lei ha detto che gli incidenti sul lavoro non le interessano in quanto maski vittime di altri maski.

    Mi piace

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.