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Manifesti sessisti a Roma: depositato il ricorso cautelare urgente

Mi è stato appena comunicato dall’Avvocato Marcello Adriano Mazzola l’avvenuto deposito dell’avvio della causa civile che intentata contro la Regione Lazio per l’esposizione sui muri di Roma e dell’intera regione, nonché sul sito istituzionale dell’amministrazione regionale, di questi manifesti:

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All’iniziativa legale hanno aderito in tutto 118 soggetti, di cui 115 persone e tre associazioni (Genitori Sottratti, Papà Separati Liguria e Adiantum). Il costo vivo (spese necessarie) del ricorso è stato sostenuto da una sottoscrizione comune di tutti i partecipanti, mentre l’Avvocato Mazzola opererà pro bono. Gli obiettivi del ricorso, che sarà una causa civile, sono essenzialmente due: chiedere l’immediata interruzione della campagna e la rimozione e oscuramento dei manifesti ovunque essi siano stati esposti, e a seguire ottenere un risarcimento danni per tutti i ricorrenti.

E’ la prima iniziativa di questa portata in Italia contro la dilagante e infondata criminalizzazione degli uomini e la riduzione della figura femminile a vittima passiva incapace di reazione. Il ricorso, cui forse seguirà anche una denuncia penale, porrà davanti al giudice che si occuperà del caso un esame scientifico della questione, col richiamo a una lunga lista di studi nazionali e internazionali atti a smentire il messaggio mistificante e terroristico dei manifesti. L’augurio è di trovare un magistrato attento e sensibile, privo di pregiudizi, oggettivo ed equilibrato, ovvero che abbia ben presente quanto sia vincolante l’Art. 3 della nostra Costituzione e quanto esso negli ultimi tempi sia stato stracciato in nome di interessi economici e politici. Sta anche a noi adesso mobilitarci per portare questa iniziativa all’attenzione del pubblico più vasto, specie presso i media. Insieme a questo articolo ho inviato un comunicato stampa alle maggiori agenzie nazionali, per informarle che il buon senso e la verità hanno deciso di manifestarsi nel nostro paese. E stavolta si armano di carte bollate. Aiutatemi affinché lo si faccia sapere ovunque possibile. La rivoluzione inizia ora.

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Cultura La faziosità dei media Ro$a No$tra Sessismo

Collovati ha ragione, pur avendo torto

[Attenzione: questo articolo molto probabilmente irriterà e offenderà alcune persone. A costo di essere impopolare, tuttavia, ritengo fondamentale anteporre i fatti alla tutela della sensibilità individuale di qualcuno]

persone_collovatiLa questione di Collovati ha una e una sola chiave di lettura: in un contesto di intrattenimento e non di serio approfondimento, il campione ha espresso un concetto riprovevole e inelegante e per questo è stato sospeso per due settimane. In un contesto ugualmente intrattenitivo, sempre per la stessa emittente (RAI), Finocchiaro e Dandini hanno pesantemente insultato gli uomini e i padri, in un frangente che non aveva nulla di comico o satirico, ottenendo solo un richiamo formale. Dunque il punto è il doppio standard: guanto di velluto per donne che insultano gli uomini, pugno di ferro per l’uomo che dice una sciocchezza sulle donne. Fine della storia e vergogna assoluta per la RAI “del cambiamento” (in peggio) di Marcello Foa. Tutto ciò che sta a contorno di questo  punto chiave è un complesso e intricato racconto di fantascienza, che diventa comprensibile grazie proprio a ciò che ha detto Collovati. Il quale ha avuto torto a pronunciare quella frase, ha fatto male. Ma ha detto la verità. Vediamo perché.

Tra le tante caratteristiche che identificano lo sport, una in particolare va messa in luce. Nel confronto agonistico, contro i propri stessi limiti o contro un avversario, vige la regola aurea: vince il migliore. Uno sport è tale se garantisce il rispetto ferreo di questa legge, ovvero se le sue regole fondamentali sono concepite appositamente per far prevalere il migliore. Nella pallavolo vince la squadra che ha la meglio per almeno tre set, ogni volta arrivando prima dell’avversario al venticinquesimo punto, con uno scarto di almeno due punti. Una faticaccia che solo il migliore riesce a sostenere. Così funziona anche nel tennis, nel basket e in altre discipline sportive. Esattamente come nella vita, devi essere allenato, psicologicamente solido, determinato e assertivo per vincere. E se vinci, sei il migliore: le regole stesse fanno in modo che tu emerga e chi non è all’altezza soccomba.

persone_nadalfedererI processi stessi di uno sport vero sono concepiti per far sì che alla fine il vincitore sia il migliore. Nel tennis, e non solo, si procede con i più bravi che via via “fanno fuori” i meno bravi, operando una selezione su su per la piramide, e alla fine del processo si ha lo scontro Nadal-Federer, da cui scaturirà il migliore della stagione. Non può materialmente capitare il miracolo per cui un brocco arrivi in cima alla piramide a confrontarsi con un campione. Non solo: negli sport così concepiti, le performance richieste a squadre e atleti sono talmente alte e impegnative che nessun arbitro, pur volendo barare (magari perché corrotto), potrebbe davvero influenzare gli esiti. In un match di pallavolo dove il migliore deve realizzare complessivamente 75 punti, l’arbitro potrà rubarne, se è sfacciato, cinque o sei prima di rischiare il linciaggio o il deferimento. E cinque o sei sono nulla su 75. Se poi si pensa ai punteggi a tre cifre del basket o del rugby, ancora meno.

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Ebbene, il calcio, sotto questi punti di vista non è uno sport. Non garantisce che sia il migliore a vincere. Anzi, dà ampie garanzie al peggiore di poterla sfangare. Una stortura assicurata dalle sue stesse regole. Una squadra così brava da lanciare il proprio attaccante a rete viene penalizzata se costui è dietro la linea dei difensori quando l’assist parte (fuorigioco). Perché? Qual è il senso di questa regola? Oppure: un giocatore viene atterrato in area di rigore e il penalty conseguente è un tiro in porta con il portiere presente. Perché? Che senso ha questa regola (nel basket, in casi simili, si hanno i “tiri liberi”)? Ancora: una squadra è così brava da attuare un contropiede fulminante, l’ultimo difensore disponibile attacca il portatore di palla e lo atterra. Risultato? Calcio di punizione, con la squadra che ha commesso fallo che può riposizionarsi completamente e comodamente in difesa, ribaltando la situazione svantaggiosa che c’era prima che commettesse il fallo. Cos’è, un premio per aver commesso una scorrettezza? Esattamente. Questi esempi, come molti altri che si potrebbero fare presi direttamente dal regolamento del calcio, se comparati con le regole di altri sport mostrano come tutto venga concepito per ostacolare l’emergere del migliore e avvantaggiare il peggiore o chi si comporta scorrettamente (figure queste ultime che spesso si sovrappongono).

varie_scommesseNon è un caso. Il calcio è stato creato fondendo alcuni sport storicamente esistenti. A metterlo a punto è stato il popolo più incline di altri alla scommessa: gli inglesi. E a questo serve il calcio: ad aumentare l’alea del risultato, rendendo molto difficile azzeccare l’esito di un match. Uno scenario perfetto per i bookmaker e i fanatici delle scommesse. Anche perché i risultati delle partite di calcio molto raramente hanno scarti di più di due punti: 1 – 1, 2 – 0, 3 – 2. Capitano di rado i 5 – 0 o i 6 – 2 e così via. Questo rende un intervento scorretto dell’arbitro (voluto o meno che sia) determinante per rovesciare le sorti di una partita. Basta un rigore al novantesimo per trasformare una sconfitta in un pareggio o un pareggio in vittoria (ho letto che giusto ieri in una partita dell’Inter se n’è avuta chiara prova). Una specie di invito alla corruzione degli arbitri, ma soprattutto una stortura che viene venduta dalla retorica calcistica come “la dura legge del gol”. In realtà è tutto voluto, tutto scritto nelle regole, a partire dal fatto che la palla vada governata coi piedi (e non essendo primati è cosa estremamente disagevole), per favorire al massimo la non prevedibilità del risultato, la pratica delle scommesse e la popolarità di quello che così viene erroneamente definito “sport”.

Che è popolare proprio perché, a differenza di altri, dà una sottintesa speranza ai perdenti. Chi nella propria vita non vorrebbe un rigore al novantesimo, magari simulando la caduta in area o giovandosi di un arbitro compiacente? Per ottenerlo non serve essere allenati o mettere in campo una tecnica superiore all’avversario, basta essere astuti e sperare nella fortuna. Poniamo che chi mi sta attaccando nella vita (un competitore al lavoro, un rivale in amore, eccetera) sia di fronte a me, palla al piede, e stia andando a rete: sarebbe meraviglioso se semplicemente atterrandolo avessi poi l’occasione di riorganizzarmi comodamente in difesa, invece di farmi il mazzo a rincorrerlo per rubargli regolarmente la palla con qualche mossa tecnica di alto livello, che magari non sono capace di fare. Chi ama visceralmente il calcio e lo considera sport è colui che non accetta uno degli aspetti più ardui dell’esistenza: la competizione e la competenza necessaria per vincerla. E’ colui che preferisce sperare nella dura, ingiusta e antisportiva “legge del gol” per farla franca, pur essendo incompetente, impreparato, dunque per sua natura destinato a perdere. Da qui la spiegazione dell’apprezzamento di massa per il calcio.

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varie_tifosiUn’attività agonistica che più che uno sport può per i motivi sopra descritti essere definito un’attività di intrattenimento di carattere gladiatorio. Sul calcio si scommette, come gli antichi romani scommettevano sui gladiatori. Oggi come allora la competizione ammette scorrettezze e può essere in balia di un arbitro capriccioso che alza o abbassa il pollice. Oggi come allora, e contrariamente a quasi tutti gli sport veri, è un’attività di contatto, dove la fisicità e l’aggressività contano in modo determinante dato che contribuiscono ad aumentare le possibilità del peggiore di tenere testa e magari vincere sul migliore. Anche per questo il calcio è stato esercitato da sempre da uomini e gli uomini si sentono depositari quasi esclusivi del tifo calcistico, relegando le donne a tifosi di serie B. Quell’attività gladiatoria attiene ad aspetti fisici e psicologici prettamente maschili. Sono gli uomini quelli maggiormente sotto pressione dal lato sociale rispetto alla necessità di affermazione e successo: l’idea che esista qualcosa che consenta di raggiungerli pur non meritandolo appieno è normale che sia attrattiva soprattutto per loro. Che possa essere necessario il confronto fisico per ottenere di farla franca, al di là di ogni regola di giustizia, è di nuovo tipicamente maschile, dall’alba dei tempi.

Dunque di fatto ha ragione Collovati. E nell’aver ragione ha torto. Ha ragione che sia innaturale e stonato che donne si interessino a un tipo di intrattenimento costruito attorno alla psicologia e alla fisicità maschile, fino a pretendere di avere la stessa considerazione e attenzione quando lo esercitano. Non a caso calcio, boxe e altri sport tipicamente maschili nelle loro versioni femminili sono più fenomeni curiosi (e non di rado sgradevoli da guardare) che altro, come lo è stato Giorgio Minisini, primo uomo a fare agonismo nel nuoto sincronizzato, disciplina tipicamente femminile per la grazia e l’armonia dei movimenti tecnici che richiede. Però Collovati ha anche torto quando dice che le donne non possono capirsene di tattica calcistica. Semplicemente perché la tattica calcistica non esiste. Che tattica puoi mai adottare in un confronto dove le regole penalizzano il migliore? Uomini e donne possono disquisire quanto vogliono di 4-4-2 o 3-5-2 o del 5-5-5 di Oronzo Canà: è tutta aria fritta, nel momento in cui le regole rendono più vantaggioso ad esempio commettere fallo che confrontarsi tecnicamente. E di aria fritta è titolato a parlare chiunque, uomo o donna che sia.

varie_boxefemminileAl di sotto di tutto questo intreccio fantascientifico e di fatti ardui da accettare, c’è infine un elemento che non va trascurato. Fino a non molti anni fa l’idea di un calcio, una boxe, una lotta libera femminili era inconcepibile, avrebbe fatto comprensibilmente ridere i nostri padri e i nostri nonni. Oggi è diventato terreno minato del politicamente corretto, per estrema difesa del diritto delle donne non di essere se stesse ed eccellenze assolute laddove il proprio status fisico e psicologico le può rendere campionesse assolute, ma di andare a competere e contendere, per un innaturale senso di inferiorità, lo status maschile, cercando di emularlo laddove difficilmente può o dove dovrebbe evitare di emularlo, come per l’appunto in quel finto sport per perdenti che è il calcio. Tutta la faccenda che parte dalla frase infelice di Collovati, scavando a fondo, mostra dunque tutta la contraddizione di quel femminismo che ritiene parità consentire alle donne di fare tutto ciò che fa l’uomo, anche quando si tratta di questioni poco commendevoli. E che in quanto tale non è parità ma uno scimmiottare goffo e degradante. Dati i fatti messi in ordine fino a qui, le donne dovrebbero sentirsi fiere di non essere degli assi nel calcio e di non capirci niente di tattica. E dovrebbero dunque essere grate a Collovati per averlo detto senza peli sulla lingua.


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Cultura Giuseppe Augello Politica Sessismo

Donna e sesso nel marxismo: sinistra e femminismo sessista

varie_uomocontrodonnadi Giuseppe Augello – Conclusi il precedente mio scritto auspicando una militanza erta a difesa comune di padri, figli, e famiglia in estinzione. Mi è doveroso illustrare meglio cosa intendessi. Poiché infatti si può avere militanza sia in un movimento che in un partito organizzato, non penso una sia preferibile a favore dell’altra, dipendendo la scelta personale da quale opzione si ritenga idonea in funzione rispetto al livello dello scontro e alla necessità stringente o meno di conquistare determinati obiettivi. Più alto è il livello della bellicosità (e basta che divenga tale per una delle parti) più occorrerebbe andare verso la militanza di partito.

Un partito è però una cosa un po’ più impegnativa. In questo caso, riconosciuto il livello della posta in gioco, non è sufficiente un singolo obiettivo di un movimento, che prescinda da una visione complessiva della evoluzione sociale,  e dalle “condizioni al contorno”, come direbbero i matematici. Necessita invece una organizzazione efficiente all’interno di un quadro ideologico, nella quale una particolare importanza rivesta la raccolta dei dati sul campo e l’analisi degli stessi, per giungere a una strategia generale, che tenga conto dei limiti, applicata in una tattica efficace sul campo. Non senza il sostegno di qualche approfondimento nel campo delle scienze politiche.

donna_megafono“Ma questa è militarizzazione”, dirà qualcuno. Ebbene lo è, così come l’organizzazione, la disciplina di partito e l’impegno certo di chi vi sta all’interno. Elevato lo scontro, più efficiente l’esercito. A ognuno la scelta. Avvisando però che la controparte, in questo caso la cosiddetta sinistra politica odierna, con le alleate organizzazioni a difesa della donna, ha già adottato da tempo a mio parere una vera strategia militare-militante organizzata, con occupazione di importanti capisaldi del potere, mediatico e politico, dai quali proviene la certezza non solo dei rifornimenti “logistici”, ma anche dell’occupazione territoriale da parte di quei centri antiviolenza, divenuti centri di addestramento dei quadri militanti e di truppe sempre fresche assicurate a sua volta dalle conquiste di fette sempre maggiori di potere. Una reazione a catena. Altro che movimenti per la famiglia!

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Ebbene sì, oggi la butto proprio in Politica. Quella con la P maiuscola. Quella che tiene conto della storia e dell’evoluzione economica, delle varie parti in campo. Raggiunta una età nella quale come dovere naturale devo sostituire le energie fisiche con altre risorse, a rischio di divenire un odiato “leone da tastiera”, comincio a pensare di svolgere comunque un utile ruolo e dare un contributo di chiarezza frutto di presunzione di saggezza senile. Quella a cui, anche non volutamente, ognuno prima o poi dovrebbe approdare nonché frutto di anni di saggezza popolare tramandatami da tempi non sospetti prima della contrapposizione (ormai conflitto mondiale) tra i sessi, cavalcata dalla “sinistra” a suon di cariche nazifemministe. E cercando di fissare le basi di una nuova fase nella difesa della famiglia in disfacimento.

persone_marxMi preme stabilire qualche caposaldo al quale sono pervenuto e mi sono affezionato, non senza sforzi enormi di comprensione di certi fenomeni. E’ opinione comune di tanti, ad esempio, che il nazifemminismo sia un prodotto naturale delle ideologie vetero-marxiste sposate storicamente dalla sinistra, appunto, comunista. Non sono d’accordo e lo ritengo un falso. E spiego il perché, in quanto è importante conoscere chi sia veramente il nemico dei nostri figli e da dove giunga. Significativa è l’idea che aveva Marx sulle donne, che ha fruttato ai comunisti, già all’epoca, la fama di volere la comunanza delle donne fra gli uomini. In realtà quello che Marx aborriva era la visione “borghese” della famiglia, accomunata alla necessità di vincoli di ruolo per le donne, per le mogli come delle prostitute. Significativo il fatto che credesse che se il proletariato avesse sostituito la sua visione della donna, sarebbe scomparsa la prostituzione! E finalmente la famiglia avrebbe conquistato la sua dignità anche per la classe proletaria, che mai avrebbe aderito alla visione dei “vizi privati e pubbliche virtù” borghese.

Marx, Manifesto, II: “Qual è il fondamento della famiglia di oggi, della famiglia borghese? Il capitale, il guadagno privato. Una famiglia interamente sviluppata non esiste per la borghesia; essa tuttavia trova il suo completamento nella forzata mancanza di famiglia dei proletari e nella prostituzione pubblica”. La famiglia del borghese dunque scompare naturalmente con lo scomparire di questo suo completamento, ed entrambe vengono meno una volta distrutto il capitale… Nota bene: Ciò che deve scomparire quindi non è la famiglia, ma la famiglia borghese non veramente libera e seria, mentre il proletariato, che non può permettersene una, deve ottenere la possibilità di averla!

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varie_famigliaborgheseE ancora: “La fraseologia borghese sulla famiglia e sull’educazione, sui rapporti affettivi tra genitori e figli, appare tanto piú disgustosa, quanto piú, a causa della grande industria, viene a mancare ai proletari ogni legame familiare e i bambini divengono semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro. Ma voi comunisti intendete adottare la comunanza delle donne, ci grida in coro tutta la borghesia. E’ il borghese che non vede nella propria moglie che uno strumento di produzione. Ode che gli strumenti di produzione debbono essere sfruttati in comune e naturalmente si sente autorizzato a credere che la medesima sorte toccherà anche alle donne. D’altra parte non v’è nulla di piú ridicolo di questo orrore altamente morale che provano i nostri borghesi per la pretesa comunanza ufficiale delle donne nel comunismo. I comunisti non hanno bisogno d’introdurre la comunanza delle donne, essa è quasi sempre esistita per il borghese.

I nostri borghesi, non paghi di poter disporre delle mogli e delle figlie dei loro proletari (per non parlare della prostituzione ufficiale) considerano il sedursi reciprocamente le mogli uno dei divertimenti piú piacevoli. Il matrimonio borghese è in pratica la comunanza delle mogli (!!!).  Al massimo potrebbero muovere ai comunisti il rimprovero di voler sostituire la comunanza delle donne ipocritamente mascherata, con una comunanza ufficiale, palese. D’altra parte va da sé che, una volta scomparsi gli attuali rapporti di produzione, viene meno anche la corrispondente comunanza delle donne, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale”. Marx, Opere, Newton Compton, Roma, 1975, pagg. 365-366

persone_marx1E’ solo un esempio ma come non vedere la rivendicazione non della fine della famiglia, ma della possibilità agognata dal proletario di averne una sostenibile? “Famiglia, non prostituzione più o meno occulta” è l’anelito di Karl Marx. L’idea di comunanza delle donne e offensiva e rozza, per il filosofo, e propria della grottesca espressione di alcuni falsi comunisti, come si evince anche da Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Terzo manoscritto: “[…] infine tale movimento che consiste nell’opporre la proprietà privata generale alla proprietà privata, si esprime in una forma animale come la seguente: al matrimonio borghese (che è indubbiamente una forma di proprietà privata esclusiva) si contrappone la comunanza delle donne, dove la donna diventa proprietà della comunità, una proprietà comune. Si può dire che questa idea della comunanza delle donne è il mistero rivelato di questo comunismo ancor rozzo e materiale. Allo stesso modo che la donna passa dal matrimonio alla prostituzione generale, cosí l’intero mondo della ricchezza dell’essenza oggettiva dell’uomo, passa dal rapporto di matrimonio esclusivo col proprietario privato al rapporto di prostituzione generale con la comunità”.

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 Il rapporto di un uomo con molte donne e di una donna con molti uomini, quindi, ha addirittura, secondo Marx, più del mondo animale che della ricchezza evolutiva della specie umana! Ma dove ha visto qualcuno l’idea di liberazione della donna dalla famiglia propagandata dal neo femminismo? Dalla famiglia modello borghese, forse, quella dei ruoli, che convive con la collaterale prostituzione della donna a vari livelli, non dalla famiglia in quanto tale, libera unione tra uomo e donna, per la cura dignitosa dei figli, all’epoca negata ai proletari! Del resto occorre considerare che l’epoca in cui ha vissuto il filosofo era quella dell’esclusione dal suffragio universale delle donne. E quale ruolo si immaginava per la donna del ceto proletario rivoluzionario?

varie_terzostatoSiamo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Significativa, su tutto, l’opera del dipinto, che tutti conoscono, de “Il quarto stato” realizzata nel 1909 da Giuseppe Pellizza da Volpedo: lui stesso descrive “una manifestazione pacifica, ma che vede partecipare accanto a uomini forti e determinati, donne/madri in movimento; qualcuno potrà alzare il pugno in atto di minaccia ma la folla non è con lui, essa fida nei suoi ambasciatori – gli uomini intelligenti […]. Una donna vicina mostra il bambino tenuto con un braccio; un’altra, una terza, è per terra che tenta invano di allattare il bambino, sfinito, colle mammelle…”, la donna a fianco all’uomo, nella rivendicazione comune del diritto a una famiglia ove i figli possano essere sfamati! La donna proletaria a fianco e complementare all’uomo nel suo ruolo di madre! Qualcuno vede ancora, in questa rappresentazione realistica dell’epoca, donne inferocite contro l’uomo/ex partner/ ex padre violento e femminicida? E’ palese assurdità.

Spiega ancora l’attuatore delle idee marxiste, Vladimir Lenin: “Nel suo nuovo atteggiamento nei riguardi delle questioni concernenti la vita sessuale, la gioventù si richiama naturalmente ai principi, alla teoria. Molti qua­lificano la loro posizione come rivoluzionaria e comunista. Essi credono sinceramente che sia così. A noi vecchi non ce la danno a intendere. Benché io non sia af­fatto un asceta malinconico, questa nuova vita sessuale della gioventù, e spesso anche degli adulti, mi appare molto spesso come del tutto borghese, come uno dei molteplici aspetti di un lupanare borghese. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la libertà dell’amore, cosi come noi comunisti la concepiamo. Voi conoscete senza dubbio la famosa teoria secondo la quale, nella società comunista, soddisfare i propri istinti sessuali e il proprio impulso amoroso sarebbe tanto semplice e tanto insignificante quanto bere un bicchier d’acqua. Questa teoria del bicchier d’acqua ha reso pazza la nostra gioventù, letteralmente pazza. Engels, nella sua Origine della famiglia, mostra l’importanza propria dello sviluppo e dell’affinamento dell’impulso sessuale in rapporto all’individuo.

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persone_leninMa un uomo normale, in condizioni ugualmente normali, si butterà forse a terra nella strada per bere in una pozzanghera di acqua sporca? Oppure berrà in un bicchiere dagli orli segnati da decine di altre labbra? Ma il più importante è l’aspetto sociale. Infatti, bere dell’acqua è una faccenda personale. Ma, nell’amore, vi sono interessate due persone e può venire un terzo, un nuovo essere. È da questo fatto che sorge l’interesse so­ciale, il dovere verso la collettività. Come comunista, io non sento alcuna simpatia per la teoria del bicchier d’ac­qua, benché porti l’etichetta del libero amore. Per di più, oltre a non essere comunista, questa teoria non è neppure nuova. Voi vi ricordate certamente ch’essa è stata predicata nella letteratura romantica verso la metà del secolo passato come emancipazione del cuore, che la pratica borghese cambiò poi in emancipazione del­la carne. Allora si predicava con maggior talento d’oggi. Quanto alla pratica, non posso giudicarne”.

Si trovano poi in Lenin ancora osservazioni quali: “Bisogna sottolineare i legami indissolubili che esistono tra la posizione sociale e quella umana della donna: questo servirà a tracciare una linea chiara e indelebile di distin­zione tra la nostra politica e il femminismo. Questo punto sarà anche la base su cui trattare il problema della don­na come parte della questione sociale, come problema che tocca i lavoratori, per collegarlo solidamente con la lotta di classe del proletariato”. In aggiunta, ad Ines Armand, che scriveva sulla libertà delle donne nel comunismo, rispondeva che: “la “rivendicazione (femminile) della libertà dell’amore” consiglio di sopprimerla del tutto. Questa in effetti si risolve in una rivendicazione non proletaria, ma borghese. Quello che al proletariato interessa è la libertà dai calcoli materiali (finanziari) nel campo dell’amore; Idem dalle preoccupazioni materiali. Rivendicazioni come: “Libertà dalla serietà in amore; Libertà dalla procreazione; Libertà dell’adulterio”, non hanno nulla di comunista ma interessano solo la borghesia!”.

grafica_famiglia-proibitaQuindi una volta per tutte, non la liberazione della donna dall’uomo e dalla famiglia, ma del suo ruolo promiscuo e non serio nella famiglia borghese, che rimanda la donna ad un ruolo mercantile, mercificandola, e nega la possibilità di una famiglia economicamente sostenibile alla classe subalterna! Per tali motivi che ho solamente accennato, in quanto la questione è sicuramente meritevole di ampi e lunghi dibattiti a favore e contro, che esulano dallo spazio e dai motivi di questo blog, non vedo alcun nesso tra quanto urlato dai cosiddetti movimenti neo-femministi odierni sulla liberazione dalla famiglia e dall’uomo appoggiate dalla sinistra e le idee dei padri del comunismo. E, per pura nota, osservo come la validità almeno delle teorie economiche marxiste (che permea tutta l’ideologia della liberazione dell’uomo) sia tale da farne oggetto di studio anche nelle università americane.

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Come non vedo alcun legame tra le cosiddetta parte politica “di sinistra” odierna e l’originaria diffusione delle idee comuniste nell’Europa dei primi anni del secolo scorso. La sinistra odierna è il frutto di un processo che ha visto il potere del capitale corrompere via via l’intellighenzia ex-comunista, assorbire il potere giudiziario, e portare tutti nelle fila di una socialdemocrazia che affermò la legittimità del capitalismo consumista, diffondendo l’idea delle meraviglie di un mercato regolatore universale del progresso economico mondiale. Il tutto fino a entrare in competizione con il liberismo più smodato contrapponendovi la gestione della finanza e del potere dei grandi potentati economici. Non senza assicurare scampoli di un welfare pagato dai salari dei produttori e non dai profitti, che hanno dato valenza alla democrazia parlamentare. Parallelamente, l’immagine della donna propagandata dai movimenti neo-nazi-femministi è esattamente quella vituperata della famiglia borghese di Marx e Lenin: benestante relegata in un ruolo mercantile, libera solo nel mercato della forza lavoro ove si presenta con la sua attrattiva sessuale, in realtà ridotta a merce, e utilmente dotata di potere elettorale svenduto per una elargizione di risorse con la motivazione di una guerra di genere spacciata per lotta alla violenza, trampolino per improbabili posizioni di potere femminile. Come meglio ho spiegato qui.

donna_femminismoPer tale motivo non vedo alcuna contraddizione tra chi si ispira ad un “vetero-marxismo” di un secolo fa, ma si pone come obiettivo politico il tentativo di una battaglia ancora possibile grazie a una militanza per il mantenimento dell’istituzione famiglia e il rispetto paritetico dei ruoli genitoriali. Non è contraddittorio il riferirsi ancora a categorie economiche originarie del marxismo e il non qualificarsi “di sinistra”, quella sinistra del tutto borghese che dell’appoggio della visione neo-femminista dei privilegi mercantili verso la donna ha fatto materia di scambio elettorale. A ben guardare, la storia dei partiti di sinistra di questo paese si caratterizza per l’allontanamento rapido e smaccato dalle idee marxiane, soprattutto dal dopoguerra, e la trasformazione conseguente in chiave borghese o piccolo borghese della forza elettorale femminile iscritta nei ruoli di un antifascismo di mestiere, propaganda utile ai vincitori della guerra. Dinanzi alla pretesa di classificare la storia della prima metà del secolo scorso unicamente come la breve vittoria dell’intolleranza dittatoriale in Europa, basta contrapporre l’intolleranza del nazifemminismo all’idea di famiglia dei padri del comunismo, che rivendicavano la serietà nell’amore non mercantile e non promiscuo, e della famiglia liberamente formata per amore, responsabile dei nuovi esseri, di fronte al matrimonio economico borghese.

Ecco perché appropriazione indebita e falsa costituisce l’uso mistificante dell’accusa di “fascismo” a chiunque rivendichi un ruolo per il padre, una specificità di genere nella genitorialità, il mantenimento dell’istituzione che si è presa cura dei figli negli ultimi centomila anni. Ciò è ignominioso. Una spudorata mistificazione nell’uso del termine “fascismo” che solo quando riportato dalla narrazione culturale vincente dopo la fine della guerra è divenuto il bollo definitivo di ogni idea non conforme alla borghesissima sinistra italiana degli ultimi 70 anni. Insulto per osmosi assorbito e rilanciato dalle valchirie sterminatrici verso l’uomo resistente padre e le sue balzane idee di cura bigenitoriale della prole. E siamo all’opposizione al tentativo recente di modifica del diritto di famiglia, come applicato dalla sinistra negli ultimi 40 anni. Ma questa è storia nota. Mi sovviene pertanto il grido da preludere alla militanza per la sfida che ci attende: “padri di tutto il mondo, unitevi!”. O, se volete, per un nuovo movimento: “Non un padre di meno!”.


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In breve Sessismo

Il customer care di San Valentino

uomo_freddoFesteggiarlo o no? Usare l’occasione per confermare al proprio o alla propria partner di amarlo, o evitare trattandosi dell’ennesimo trucco per farci spendere inutilmente soldi? E’ il grande dilemma di ogni anno a San Valentino, occasione buona per donne e uomini per lamentarsi o consolidare la propria relazione con gesti e regali affettuosi. Certo è che, a ben guardare, l’idea che si tratti di un modo per svuotare le tasche della gente non è poi così infondata. Se n’è accorto un lettore che su Facebook è incocciato in una pubblicità del servizio offerto dal sito “Lettera senza busta”. La pubblicità raccontava la storia, palesemente inventatissima, di tale Alessandro, che dimentica di fare il regalo alla compagna la quale, per reazione, lo sbatte fuori di casa, al gelo e alla neve. A corredo una foto (palesemente falsa) di Alessandro intirizzito e umiliato. Segue un testo didascalico: mai dimenticarsi, poi la paghi, eccetera eccetera. Il lettore non ha resistito e ha mandato un messaggio abbastanza chiaro al sito:

Credete di essere simpatici con questa storiella di merda? Sì? Invertite i generi, poi ne riparliamo. Non festeggio San Valentino e se anche fosse non lo ritengo l’ennesimo onere maschile. E sicuramente non usufruirò più del vostro servizio, sessisti misandrici.

Una reazione di pancia, un po’ sopra le righe, effettivamente. Probabilmente il prodotto di un eccesso di frustrazione per l’ennesima rappresentazione deteriore dell’essere uomo. Buon senso e “customer care” avrebbe dettato al sito “Lettera senza busta” di rispondere in modo garbato o di non rispondere affatto. Invece ha risposto. Così:

Vada a farsi ricoverare in una clinica psichiatrica. E siamo noi che NON vogliamo che lei utilizzi più il nostro servizio.

Guai a toccare il marketing che prende di mira le donne, ne deriverebbe una perdita incalcolabile. E così anche il customer care va a farsi benedire. E buon San Valentino a tutti.

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Doppio standard Sessismo Violenza

Essere uomini oggi (se ridanno i figli a Elena Perotti)

persone_perottiWilliam Pezzulo. Un nome che, ne sono certo, è noto a tutti i lettori di questo blog e non. Nel 2012 la sua ex fidanzata Elena Perotti pianifica di rovesciargli addosso un secchio di acido. E lo fa, con la complicità di un amico. Gli esiti dell’aggressione sono terribili. William, oltre a essere sfigurato, di fatto perde la possibilità di vivere normalmente e lavorare per i danni agli occhi e agli arti superiori, non recuperabili nemmeno dopo molte operazioni chirurgiche. Quello di Perotti è un palese tentativo di omicidio premeditato, tuttavia viene incriminata solo per “lesioni aggravate”, e in più per atti persecutori. Dopo diversi processi assomma una condanna a 8 anni di carcere più 1 anno e 6 mesi per stalking. Nemmeno dieci anni per aver tentato di uccidere un uomo per futili motivi (non accettava la fine della relazione) e averlo reso di conseguenza inabile. William, dopo qualche anno, dichiara di aver perdonato la sua carnefice.

Che nel frattempo prima è incinta, poi malata, poi di nuovo incinta (il padre del primo figlio è ignoto, quello del secondo è un ospite di una delle tante comunità in cui lei risiede, invece che in galera), poi ancora malata. Di fatto fa pochi giorni di carcere. Nel frattempo un tribunale dichiara adottabili i suoi due figli, togliendoglieli. Risultando Perotti nullatenente, William non vede un centesimo di risarcimento. Parallelamente si svolgono drammi simili: Lucia Annibali e Gessica Notaro subiscono un attacco analogo, sempre con l’acido. I loro carnefici, entrambi accusati di tentato omicidio e non per lesioni aggravate, sono in carcere e ci resteranno fino alla fine, sebbene entrambe le loro vittime abbiano subito solo danni estetici, importanti per una donna, ma non gravi quanto l’essere inabile alla vita e al lavoro. Sono poi state nominate Cavalieri della Repubblica; una è ora parlamentare, l’altra una star della TV, entrambe tengono conferenze e sono militanti contro la violenza sulle donne.

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William-PezzulloLa sintesi è questa, e ci si potrebbe anche fermare qui per dimostrare cosa voglia dire essere uomini oggi in Italia, questo paese a trazione “patriarcale”, come dice qualcuno. Ma no, al peggio in realtà non c’è mai fine. Notizia di ieri: Perotti riavrà il suo secondo figlio, decisione della Cassazione. E sulla base di quella sentenza, presto si riprenderà anche il primo. Dunque una persona che ha cercato di uccidere un altro individuo per futili motivi, ottenendo di rovinargli per sempre la vita, potrà esercitare un ruolo educativo e genitoriale nei confronti di due minori. Non vi fa orrore la cosa? A me sì. Mi fa accapponare la pelle. Ma non ci si dimentichi che si tratta di una donna. In un paese dove i figli vengono sottratti ai padri per lungo tempo, talvolta anche per sempre, per accuse il più delle volte (95%) infondate, essere donna è una grande garanzia. Puoi fare ciò che ti pare, anche cumulare due condanne penali gravissime: basteranno un paio di gravidanze, esibire una malattia, ottenere qualche articolo vergognosamente compiacente e impietosito (come questo, con tanto di foto da madonnina affranta) e tutto andrà liscio. Se sei uomo no: basta un’accusa farlocca e sei finito, come persona e come padre. Non solo: sei sacrificabile, ti si può fare di tutto, sfigurarti, renderti disabile o ucciderti, non è roba grave. Sei uomo, quindi non c’è problema.

Essere uomini oggi, in questo paese, e nel momento in cui due minori vengono restituiti a una donna come Perotti, significa vivere in un regime sistematicamente e strutturalmente iniquo e discriminatorio, che afferma con successo l’indegnità naturale, quasi genetica, insita nell’essere di sesso maschile. Appartenere a quel genere in Italia significa, a parità di reato, avere condanne più dure, nessuna attenuante, subire ostracismo e isolamento sociale e, quando si commette un reato, guadagnarsi le prime pagine dei media con il ritratto di mostro. Senza se e senza ma. Nel nostro paese (e non solo) è in atto una guerra talvolta strisciante e il più delle volte palese contro un’intera categoria di persone, gli uomini, con l’obiettivo di scollarli dalla comunità e di privarli di ogni capacità relazionale attraverso una criminalizzazione sistematica e strutturale. Parte integrante di questo processo sono le gigantografie propagandistiche che falsificano la realtà e oltraggiano impunemente e istituzionalmente la metà della popolazione nazionale. Perotti che torna in possesso della potestà genitoriale è la più alta giustificazione alla causa che dobbiamo riuscire a intentare contro la Regione Lazio. Un atto simbolico ma fondamentale, una rivoluzione possibile a cui devono partecipare tutti, uomini e donne. Ne va della giustizia, dell’equità, del buon senso e del futuro.


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Iniziative La faziosità dei media Sessismo

Chi mette like, chi fugge e chi ci mette la faccia

varie_thumbupHo monitorato le reazioni alla mia iniziativa di ieri per promuovere una denuncia in sede civile verso la Regione Lazio, responsabile dei manifesti oltraggiosi affissi a Roma e in tutto il territorio laziale. Sui social ho contato (sì, li ho contati tutti…) 387 like, a cui si può aggiungere un numero imprecisato di condivisioni e commenti del tipo: “facciamoli neri!”, “avanti così!”, “giusto!”. Le persone che però si sono concretamente associate dando la disponibilità a partecipare alla causa al momento sono molte meno. Grandi assenti le varie associazioni, siano esse per i diritti maschili o per i padri. Chi fa il pesce in barile, chi dice di voler tenere un profilo più basso, nessuna si è fatta avanti al momento. Di fatto, tutti ritengono di aver compiuto il proprio dovere esprimendo determinazione con il sedativo più devastante dei tempi moderni: il pollice su dell’immagine qua sopra o qualche contumelia sui social.

Dice: agire nel concreto è troppo rischioso. Bisogna spendere subito dei soldi e ancora di più se in tribunale si soccombe, e io ho già da pagare l’ex moglie, ho problemi economici, eccetera. Cose note e comuni a tutti. E nessuno pare convinto dell’idea che se si è in tanti il peso economico viene condiviso. Basterebbero cento persone che danno 12 euro a testa e la causa si apre, eppure… Eppure pare che il mondo che segue le tematiche di questo blog, o di altri blog simili, sia composto essenzialmente da leoni e leonesse da tastiera. Un esercito di persone prontissime a urlare “armiamoci e partite”. Tutte disponibili a lasciarsi insultare sui manifesti o in TV (ultima occasione quella di “Presa diretta”) e a permettere che si consolidi la falsa idea che gli uomini e i padri sono tutti violenti, e di conseguenza a pagarne il prezzo in sede di separazione. Una rassegnazione che colpisce anche le associazioni, per le quali mi viene una sola domanda: a cosa serviteChe ci state a fare? Vista la vostra immobilità, le risposte che mi vengono sono tutt’altro che piacevoli.

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soldi-800x495Mi sono interrogato cosa possa frenare persone e associazioni dall’aggregarsi a un gruppo che ha, di fatto, l’occasione di fare qualcosa di rivoluzionario. Di essere rivoluzione. Forse la destinazione di un eventuale risarcimento? Non piace l’idea di creare un’associazione nazionale? Bene, modifichiamo la cosa: diciamo che quell’ipotesi è opzionale. Ognuno farà ciò che vuole con l’eventuale risarcimento, ma sarà invitato caldamente a contribuire alla creazione di un’associazione nazionale in difesa degli uomini. O forse non è questo, ma appunto il rischio di soccombere in tribunale e di dover pagare cifre stratosferiche. Ho chiesto all’avvocato che si presterebbe gratuitamente: in ogni caso il giudice non potrebbe andare oltre certi limiti tabellari. Dunque ipotizzando di perdere disastrosamente la causa, cosa pressoché impossibile, si arriverebbe a pagare al massimo attorno ai 5.000 euro. Se si è in cento, sono 50 euro a testa. Si può fare?

Se la rabbia, il desiderio di cambiare le cose che con così tanta passione viene espressa sui social o nei convegni delle associazioni sono reali e non solo sfoghi transitori di chi non ha il fegato per scendere veramente in campo, secondo me sì, si può fare. Si deve fare. La radice del cancro che sta avvelenando le relazioni uomo/donna e devastando la vita di tante persone, bambini in primis, è lì, in quella narrazione tossica sposata da istituzioni come la Regione Lazio in combutta con i vari portatori di interessi sul tema della violenza di genere. Inutile menarselo con DDL di qui e il DDL di là, quando basta una falsa denuncia (il 95% sul totale lo è) per mandare all’aria qualunque legge e qualunque logica. Estirpato il cancro, si potrà cominciare a ragionare serenamente, uomini e donne assieme, sui fenomeni negativi, su come affrontarli, socialmente e dal lato delle norme. Ma qualcuno, anzi molti devono avere il fegato di mettersi l’elmetto e uscire dalla trincea. Che tanto non è affatto sicura: il nemico prima o poi arriva e vi stana anche lì. E’ qualcosa che ci riguarda. Tutti, uomini e donne.

persone_finocchiarodandiniL’hanno capito bene tre amici e lettori del blog, di cui per riservatezza non posso fare il nome. Gente vera, gente con le palle. Mi hanno mandato giusto ieri la scansione delle denunce che hanno presentato contro Dandini e Finocchiaro per la nota vicenda dei “pezzi di merda” in TV. Non solo: mi hanno messo a disposizione il testo della loro querela, elaborato assieme ad avvocati di spessore, affinché altri possano replicarla. La loro denuncia si aggiunge alla mia. Quattro stronzi idealisti? Può darsi. Intanto la faccia ce l’abbiamo messa. L’impegno pure, i soldi anche. Certo presentare denuncia costa molto meno che aprire una causa, lo so, ma il problema è a monte. Sta nella volontà e nella determinazione. Questi tre amici ce l’hanno, non fanno chiacchiere sui social. E vogliono mostrare alla controparte che qui si fa sul serio, non si scherza più, non si tollera più. Basterebbe una manciata di loro e porteremmo la questione su un livello infinitamente più efficace.

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Misero il popolo che ha bisogno di eroi, si dice giustamente. I tre lettori che hanno fatto denuncia contro Dandini e Finocchiaro, io e gli altri che già ci siamo associati per far causa alla Regione Lazio e far rimuovere quei manifesti oltraggiosi, non siamo e non vogliamo essere eroi che aprono la strada a truppe impaurite e indecise. Noi siamo qui, attendiamo un risveglio delle coscienze di tutti voi e delle associazioni. Perché le cose non si cambiano con un like, né con le chiacchiere, né col sacrificio degli eroi. Le cose si cambiano assieme, collettivamente per una causa collettiva. O non si cambiano affatto. Attendo un segno di vita, fuori dai social, nella vita reale.

Di seguito la scansione delle tre denunce presentate contro Dandini e Finocchiaro, più il testo in word da scaricare per chi volesse replicare la denuncia.

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Ribadisco che chi volesse associarsi, è pregato di scrivere a stalkersaraitu@gmail.com comunicandomi nome, cognome, residenza, email e numero di telefono. Si parte solo se siamo in tanti per dividerci le spese. Altrimenti tutto resterà come sempre (e andrà sempre peggio). Capito, pezzi di merda e mezzi uomini carnefici?


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In breve Iniziative Sessismo

Manifesti d’odio sessista a Roma: facciamo causa

Ho denunciato la presenza di manifesti d’odio sessista a Roma e ne ho chiesto la rimozione al Sindaco Virginia Raggi, ricevendo la risposta negativa che ho pubblicato ieri. A seguito del diniego, ho chiesto se qualche avvocato volesse prestarsi pro bono per valutare azioni legali. Un noto legale ha dato la sua disponibilità ed è possibile procedere in sede civile contro la Regione Lazio, promotrice dell’iniziativa, secondo i termini qui di seguito:

  • deve esserci qualcuno, tra i danneggiati, residente a Roma, più ogni altro privato cittadino, uomo o donna, ovunque risieda, che si sia sentito oltraggiato dai manifesti;
  • associazioni che ritenessero i propri associati oltraggiati dai manifesti possono unirsi alla denuncia;
  • la denuncia verrà presentata al Foro di Roma con richiesta di azione inibitoria (rimozione dei manifesti dalle strade e dal web) e risarcitoria (richiesta danni);
  • il legale opererà pro bono, godrà delle spese legali solo se gli saranno liquidate dal giudice;
  • ci sono costi vivi da sostenere in ogni caso (notifiche, apertura la causa ordinaria, apertura causa cautelare urgente) ammontanti a 1.200 euro. La mia proposta è dividerseli tra tutti i partecipanti alla causa, in parti uguali. Dunque più si è, meno si deve versare;
  • c’è la possibilità di vincere la causa: nel caso si avrà la rimozione dei manifesti e una cifra, stabilita dal giudice, per risarcire chi ha presentato la denuncia. Nel caso, la mia proposta, restituita a tutti la cifra versata per la copertura dei costi vivi, è di utilizzare parte del risarcimento come capitale di base di una nuova associazione nazionale per la difesa degli uomini, cui i partecipanti alla causa verranno automaticamente ammessi come associati fondatori;
  • c’è anche la possibilità di soccombere in giudizio, un rischio che c’è in ogni causa; nel caso ci saranno da pagare i costi processuali per un massimo tabellare di 5.000 euro (ma solo se la causa finisce in modo veramente disastroso…). Anche in questo caso il costo verrà suddiviso tra tutti i partecipanti, dunque più si è, meno si paga.

Queste sono le condizioni e le possibilità per compiere un atto concreto e rivoluzionario che contribuisca a scardinare la narrazione tossica che ha avvelenato il clima delle relazioni nel nostro paese per TROPPO tempo.

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Affarismo rosa Centri Antiviolenza Doppio standard Mistificazioni Ro$a No$tra Sessismo

Rete delle donne: su per le barricate, giù dalle barricate (e ora chiedete scusa)

varie_antiviolenzaLunedì 7 gennaio. Le agenzie di stampa diramano una notizia: a Grosseto una ragazza di 25 anni è scampata a un tentativo di stupro da parte di due giovani africani. I Carabinieri indagano e la notizia si diffonde subito. Ovvio: coniuga due temi caldi, violenza sulle donne e immigrazione.  Giovedì 10 gennaio. Le agenzie di stampa diramano la presa di posizione della “rete delle donne” di Grosseto. In un comunicato congiunto, i centri antiviolenza e le associazioni  “Centro Donna”, “Centro antiviolenza Olympia De Gouges”, “Non una di meno” e “Raccontincontri – La libreria delle Ragazze” affermano: “Prima di tutto la vogliamo accogliere in un abbraccio simbolico. Ci piacerebbe poterlo fare direttamente, farle sentire la nostra vicinanza e la forza che le donne nel loro cammino storico hanno e stanno costruendo insieme“.

La rete delle donne grossetana però non si limita a un abbraccio virtuale per la vittima. Dal fattaccio trae conclusioni certe e molto gravi. “Episodi come questo ed altri“, dice la loro nota, “ci fanno risentire sulla pelle quel destino di “preda”, persino di tenzoni amorose, di oggetto di puro possesso che il patriarcato ha preteso di imporci e da cui ci siamo liberate. La violenza maschile sulle donne, nelle strade e tanto meno nelle case, non si argina con le sole forze dell’ordine“. E’ un chiaro richiamo alla necessità che il ruolo delle associazioni di donne e dei centri antiviolenza, ossia di loro stesse, sia maggiormente valorizzato a fronte di una violenza maschile dilagante nel nostro paese. Ma non finisce qui.

#donna_manifestanteEvidentemente“, continua la nota, virando sulla politica, “è più facile prendere voti sbandierando il vessillo della sicurezza che governare mantenendo le promesse. E stendiamo un velo pietoso sulle proposte di ronde dei vari gruppi fascistoidi che nella violenza hanno la loro matrice originaria“. Insomma le associazioni non nascondono la loro vena antigovernativa e di sinistra. In chiusura di nota c’è la rivendicazione: “ciò detto, non possiamo limitarci a redigere il bollettino periodico dei femminicidi e delle violenze sulle donne. Come associazioni di donne e centri antiviolenza da anni profondiamo il nostro impegno per contrastare la cultura del patriarcato e continueremo a farlo. Nessun altro soggetto, istituzionale o no, passerà dalle parole ai fatti?“.

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Toni forti, toni sentiti. La vicenda della 25enne ha mosso le corde più profonde delle attiviste antiviolenza di Grosseto. La partecipazione emotiva e militante è piena, le ispira a mostrarsi prima umane, poi politicamente avverse al corso attuale e  infine fieramente orgogliose della propria lotta contro quel fenomeno definito con convinzione “patriarcato”, quell’orrore contestuale che giustifica gli stupri, sminuisce i femminicidi, sottostima la violenza sulle donne, rendendo indispensabile la presenza di associazioni e centri antiviolenza come loro. Se non che: sabato 12 gennaio, la 25enne ammette di essersi inventata tutto. Non spiega il motivo davanti agli inquirenti e a tutto l’imponente apparato investigativo che si era mobilitato per pescare i due stupratori inesistenti. Di fatto, la giovane ha avanzato false accuse e finisce indagata per procurato allarme (reato da poco, non si capisce perché non simulazione di reato, ben più grave; pussy-pass anche in questo caso?).

persone_colonnaLe parole del Sindaco di Grosseto a quel punto sono di sollievo, ma anche didascaliche. Si dice infatti dispiaciuto “per coloro che hanno subito cavalcato la notizia per svariati motivi personali, senza alcuna certezza e con indagini ancora in corso, contribuendo a generare un clima di paura”. A chi si riferisce? Non certo ai molti che hanno colto l’occasione, specie sul web, per dare addosso agli immigrati. Antonfrancesco Vivarelli Colonna, sindaco di Grosseto, si regge su una maggioranza di centro-destra, Lega inclusa, quindi è difficile che spari sulla propria compagine. Tra i bersagli non ne resta che uno: quei centri antiviolenza che, congiuntamente e con irrefrenabile passione, hanno colto l’occasione per abbracciare la vittima e per trarre da quell’abbraccio una ghiotta occasione di autopromozione, attacco politico e demonizzazione dell’uomo in quanto uomo. Cioè a creare proprio quel clima di paura in cui prosperano da anni.

Non è un caso che, fatta sbollire la vicenda, pur dopo essersi tanto appassionate, le stesse associazioni tentino di smarcarsi: piano piano scendono dalle barricate, in punta di piedi, e diffondono comunicati che sono un inno alla supercazzola prematurata, dove fioccano ancora le solite parole d’ordine: violenza, patriarcato, razzismo, fascismo e chi più ne ha più ne metta. Tentano così la difficilissima operazione di dissociarsi da una falsa accusatrice, dopo averla abbracciata stretta, spinte probabilmente da affinità elettive che non potrebbero mai ammettere, pur sapendo quanto sono reali. Sulle false accuse i centri antiviolenza vivono e prosperano. Ogni minima iniziativa disincentivante delle false accuse genera una loro mobilitazione armata (vedasi cosa accaduto con il DDL 735), perché senza di esse e senza una paura diffusa manca loro l’ossigeno. Ecco dunque la corsa alla presa di distanze, dopo aver solidarizzato con il prototipo perfetto delle loro strategie, quello che genera il ben noto 95% di denunce archiviate o finite in assoluzione a carico degli uomini.

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varie_indicareEbbene, amiche (si fa per dire) della rete delle donne di Grosseto, non vi è consentito di uscire dall’angolo con così tanta facilità e sfacciataggine. Mi scuso se uso una terminologia pugilistica, dunque patriarcale e oppressiva, ma è una figura retorica per rendermi comprensibile (e mi scuso ancora per il #mansplaining). Non è con le supercazzole che affermerete una buona fede che palesemente non c’è. Quello che ora noi esigiamo sono delle scuse. Mi permetto di parlare a nome della stragrande maggioranza di uomini e donne per bene, quelli che non cascano nella vostra propaganda, che non si riconoscono in alcun patriarcato, che non abusano, violentano o maltrattano nessuno, e anche a nome di quelle moltissime persone finite alla sbarra per accuse false o sovrastimate. Ma soprattutto parlo a nome delle vere vittime di violenza che spesso non trovano giustizia perché le loro denunce finiscono nel calderone delle innumerevoli denunce false. E badate che tutto questo non è frutto della fantasia di un blogger fanatico, visto che ne parla con grande chiarezza anche il Presidente dell’Unione Camere Penali Gian Domenico Caiazza e che proprio su questo tema si aprirà l’anno giudiziario dei penalisti italiani.

Insomma, care amiche (si fa per dire), noi vogliamo delle scuse. E le vogliamo ora. Sappiamo che sarà arduo per voi. Sarà come ammettere l’esistenza di qualcosa che nega alla radice la vostra esistenza, ma se avete l’etica e l’afflato ideale che dichiarate di avere, le vostre scuse a tutta l’opinione pubblica sono doverose. In mancanza di esse, si avrà la certificazione inoppugnabile della vostra malevolenza e malafede. Per chi volesse associarsi a questa mia richiesta di scuse con una semplice email contenente il link a questo articolo, qualcosa tipo “Ora chiedete scusa – https://bit.ly/2Scwevi“, questi sono i recapiti delle associazioni protagoniste di questa brutta storia di malanimo e malafede:


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Doppio standard Iniziative Politica Sessismo

Virginia Raggi dice no. Per ragioni ridicole e incostituzionali

#persone_raggiQualcuno ricorderà che di recente ho chiesto a tutti di avvisare il Sindaco di Roma Virginia Raggi della presenza di manifesti oltraggiosi in città, voluti da Telefono Rosa e patrocinati dalla Regione Lazio. Vi si definiva “vittime” milioni di donne e “carnefici” milioni di (mezzi) uomini, pur contro ogni evidenza fattuale e statistica. So che avete scritto in moltissimi (grazie!) e finora non avevo avuto riscontro. Immaginavo che non avremmo avuto mai risposta alcuna e che quella porcheria terroristica sarebbe rimasta impunemente visibile. Invece giusto pochi minuti fa è arrivata la risposta dal Gabinetto del Sindaco a giustificazione del fatto che quella propaganda anti-uomo resterà dove sta. Credo opportuno, visto che su questa cosa moltissimi di voi si sono impegnati, rendervi nota la risposta del Comune di Roma e, a seguire, la mia contro-risposta. Per i lettori romani di questo blog: prendete nota per le prossime elezioni amministrative.

Dal Comune di Roma:

Gentile sig. Stasi,
in riferimento alla sua richiesta, comunichiamo quanto ricevuto dall’Assessorato allo Sviluppo Economico,Turismo e Lavoro al quale abbiamo inoltrato la sua nota:
“La campagna pubblicitaria patrocinata dalla Regione Lazio non riporta un messaggio pubblicitario che può ritenersi in palese violazione dell’art. 12 bis del Regolamento di Pubblicità (Deliberazione A.C. n. 50/2014).
Secondo tale articolo è vietata l’esposizione pubblicitaria il cui contenuto contenga stereotipi e disparità di genere, veicoli messaggi sessisti, violenti o rappresenti la mercificazione del corpo femminile.
Secondo il medesimo articolo, è altresì vietata l’esposizione pubblicitaria il cui contenuto sia lesivo del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici,del credo religioso,dell’appartenenza etnica,dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere,delle abilità fisiche e psichiche.
L’azione di controllo sul contenuto dei messaggi pubblicitari da parte dell’Amministrazione Capitolina, sulla base della normativa vigente, è limitata alla verifica della non violazione della norma sopra citata, e non sono previsti ulteriori controlli sulla congruità del contenuto(nel caso specifico sui numeri alla base del messaggio stesso).
Non si ravvisano quindi gli elementi sufficienti per poter considerare il messaggio anzidetto in violazione dell’art. 12 bis della D.A.C. n. 50/2014 “
Cordiali saluti

La mia contro-risposta:

Spett.le Gabinetto del Sindaco, stante la vostra comunicazione, devo prendere atto che, stando all’art.12 bis del Regolamento di Pubblicità (Deliberazione A.C. n.50/2014) per come applicato da codesta Amministrazione:

1) definire “carnefici” milioni di persone appartenenti a uno specifico genere, quello maschile, NON E’ un comunicare per stereotipi, affermare disparità di genere, veicolare messaggi sessisti o violenti, ma lo è SOLO se riferito all’altro genere, ossia a quello femminile;
2) la mercificazione del corpo femminile è espressamente vietata, dunque quella del corpo maschile è implicitamente ammessa;
3) comunicare alla cittadinanza che milioni di persone appartenenti a un genere sono “carnefici” NON E’ lesivo della dignità e dell’identità di genere, ma questo è vero solo se si tratta del genere maschile, altrimenti sì, è lesivo;
4) il controllo del rispetto delle norme del regolamento prescinde dai contenuti dei messaggi veicolati, dunque a Roma è possibile affiggere manifesti contenenti dati errati e pubblicità ingannevole, purché rispetti i principi di equità di genere, naturalmente interpretati come difesa del solo genere femminile.
Mi permetto rispettosamente di osservare che in parte per com’è espresso ma soprattutto per come viene applicato da codesta Amministrazione, tale regolamento e i principi richiamati sono ridicoli, oltre che pienamente incostituzionali (cfr. Art.3 della Costituzione). In questo senso, a centinaia, forse a migliaia di persone che hanno transitato per Roma è stato comunicato che in Italia circolano milioni di uomini carnefici. Il che, essendo falso e destituito di ogni fondamento statistico, è di per se stesso diffamazione e una lesione dei diritti costituzionali riconosciuti a tutti i cittadini, in questo caso quelli di sesso maschile.
Ritengo doveroso, alla luce di ciò, rendere pubblica la risposta dell’Amministrazione alla richiesta mia e di molti altri, nonché le mie ulteriori osservazioni di merito.
Con viva cordialità.

C’è qualche avvocato in sala che abbia voglia di procedere come si dovrebbe e pro bono?


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Doppio standard Sessismo Statistiche

La “mascolinità tossica” smontata con due numeri

toxicIl concetto di “mascolinità tossica” da tempo va per la maggiore negli USA e in Gran Bretagna. Come tutte le mode anglosassoni, presto arriverà anche da noi come modo di dire, come clava da utilizzare per criminalizzare in modo definitivo le persone di sesso maschile. Il concetto è semplice, riduce a un minimo e semplicissimo comune denominatore tutta l’enorme vastità di argomenti utilizzati negli ultimi anni per colpevolizzare l’uomo in quanto tale. Cioè prendete il femminicidio, il paygap, il patriarcato, il #MeToo e tutta quella robaccia lì, gettatela in acqua bollente per qualche anno, e alla fine avrete una sbobba unica, chiamata appunto “mascolinità tossica”. Certo la ricetta così non basta: come molti altri concetti privi di fondamento, serve una legittimazione più o meno scientifica. Problema risolto di recente, con un’associazione di strizzacervelli statunitensi che ha promosso la mascolinità tossica al rango di patologia mentale. Da cui sono ovviamente affetti soltanto gli uomini.

E così la sbobba è bell’e pronta per una diffusione mondiale e un consumo rapido. Facile facile da comprendere e comunicare, non richiede nemmeno troppi argomenti: l’essere di sesso maschile è di per sé una malattia mentale, punto. Se sul piano genetico hai la sfiga di avere una coppia eteromorfica di cromosomi sessuali XY, automaticamente sei un problema di tipo sanitario, sociale, psichiatrico e quant’altro. Sei sbagliato. E per proprietà logica, il non essere maschio, dunque l’essere femmina, diventa automaticamente l’essenza del giusto, del buono, del positivo, costruttivo e corretto. Questo nonsense sta portando a esiti esilaranti negli USA, dove ad esempio si dice in piena serietà che c’è troppa mascolinità tossica tra i marines dell’esercito e che il dilagare generico della violenza è anch’esso legato a questa forma di patologia mentale.

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varie_masshootingTutto questo nel paese dove il libero accesso alle armi ha generato negli anni periodiche stragi, quelle che da loro si chiamano “mass shooting”, spesso nelle scuole, ma non solo. Il network CNN ha di recente pubblicato la lista dei 27 peggiori massacri di questo tipo. Manco a dirlo, gli autori sono tutti di sesso maschile. Inizialmente la causa di questi fenomeni terribili è stata individuata proprio nella facilità con cui negli USA ci si può procurare un arma da fuoco, il che è pur vero, ma il concetto di mascolinità tossica ha poi aggiunto un plus, proprio alla luce delle rilevazioni della CNN. Sono numeri da paura, in effetti, a cui però altri giornalisti con un po’ di sale in zucca hanno fatto le pulci, facendo ricerche approfondite sui carnefici di quelle 27 stragi. Con un esito pochissimo pubblicizzato perché, di fatto, sovverte alla radice il concetto di stesso mascolinità tossica più molti altri connessi.

Dei 27 responsabili maschi di massacri di massa, infatti, è risultato che 26 erano cresciuti privi della figura paterna. O perché deceduta o perché allontanata a seguito di separazione o divorzio. In sostanza erano venuti su o con mammà, oppure con mammà e un altro soggetto maschile estraneo (il nuovo compagno di mammà). Non è un caso irrilevante, soprattutto per l’impressionante incidenza del fattore comune rilevato: si sta parlando del 96% dei colpevoli di stragi di massa accomunati da un’unica caratteristica, la mancanza di una figura maschile di riferimento riconoscibile nel lato paterno biologico durante la loro esistenza. Vista dall’altro lato, significa un’overdose di presenza materna e femminile, una soverchiante incidenza di approccio unilaterale al rapporto con se stessi e con gli altri. Ciò non significa che l’educazione materna o femminile sia deleteria di per sé, ovviamente. Significa che lo diventa quando esercitata da sola senza alcun contrappeso.

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varie_alienazione

Tutto ciò che è previsto o settato per essere bilanciato e complementare, se esercitato in modo univoco, tende a diventare tossico. Chi cresce con un solo o prevalentemente con un genitore, qualunque sia dei due, ha e avrà sempre un deficit di tipo affettivo ed educativo, che porterà con sé in un contesto sociale iper-competitivo, capace di sottoporre a pressioni così soffocanti da condurre alla psicosi se non si hanno gli strumenti interiori per un approccio bilanciato. Strumenti che un’educazione equilibrata, data con il contributo di un padre e di una madre, contribuisce a fornire all’individuo. E senza i quali, là dove si può comprare un fucile da assalto solo esibendo la carta d’identità, il passo verso la perdita di controllo può essere breve. E se in una sola direzione, quella favorevole alla figura femminile, è sempre andata e sta ancora andando la gestione dell’istituzione-famiglia quando essa si disgrega, allora, alla luce dei numeri, il problema non pare più essere la troppa mascolinità o la sua tossicità. Il problema sembra essere proprio il contrario: la mancanza di mascolinità nella vita di molte persone.

Ventisei stragisti su ventisette avrebbero forse avuto bisogno di una figura paterna, maschile, forte, di riferimento, di repressione anche se necessario, di instradamento, correzione e stimolo. L’avessero avuta, a compensazione di un’educazione solo femminile, forse le probabilità che diventassero dei “mass shooter” si sarebbero abbassate di molto (e uguale si potrebbe dire se ventisei su ventisette fossero stati privi di madre). Questi due numeri in relazione, ventisei su ventisette, non sono e non possono essere considerati irrilevanti. Specie oggi dove si cerca di affermare che le famiglie innaturali, quelle composte da persone dello stesso sesso o di genere liberamente interpretato, hanno il “diritto” di avere o crescere dei figli.

uomo_padre-e-figlioLa positività dell’apporto eterogeneo di due persone di sesso opposto all’educazione di un individuo è stata ampiamente studiata e dimostrata e solo un irresponsabile stream ideologico può metterlo in dubbio, nella scienza sociale come nella vulgata popolare. Checché se ne dica, dunque, non è la mascolinità a essere tossica: se i fatti hanno un senso (e ce l’hanno), è l’assenza di equilibrio, in questo caso proprio l’assenza di mascolinità, a creare disagi che non di rado, purtroppo, possono trascendere. Le rilevazioni sui “mass shooter” americani vanno mandate a memoria, tenute sempre pronte per quando la mascolinità tossica approderà sotto forma di ossessione e tic verbale anche dalle nostre parti. Ventisei su ventisette senza figura paterna significa una cosa sola: troppa poca mascolinità nella loro vita. Altro che.


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