Tutti pronti per il dossier del Ministero dell’Interno?

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LA FIONDA

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di Redazione. Tra pochi giorni, il Ministero dell’Interno rilascerà il periodico dossier sulla situazione dei reati in Italia. Si tratta di una pubblicazione che esce ogni Ferragosto e assomma al suo interno i dati raccolti nella seconda metà dell’anno precedente e nella prima di quello corrente. Nessuno ha mai capito il senso di una temporizzazione del genere, ma tale è. Lo scopo del dossier è quello di dare un quadro sintetico rispetto ai fatti criminosi di maggiore impatto e frequenza nel nostro paese nel corso dei dodici mesi precedenti. Nelle relazioni degli anni successivi si trovava di tutto, dalla tratta di esseri umani ai reati ambientali, passando per lo spaccio di droga e, naturalmente, per la “violenza di genere”, intendendo con essa (ci mancherebbe) soltanto la violenza maschile contro le donne. In genere al tema vengono dedicate due-paginette-due, con dati molto sintetici, che vengono sistematicamente ripresi e debitamente manipolati dai mass media. Come ogni anno, una simpatica abitudine ormai, giochiamo a guardare nella sfera di cristallo e a prevedere cosa sarà scritto nelle slide di quest’anno.

Prima di fare questo gioco però occorre una premessa di metodo: la Polizia di Stato dovrebbe essere un soggetto terzo, neutrale, non piegato ad alcun tipo di indirizzo politico e ideologico. Impossibile tuttavia non registrare come negli ultimi anni i suoi vertici, a partire da Franco Gabrielli, abbiano aderito in modo pressoché acritico al trend iperfemminista dilagante. O più probabilmente le viscide propaggini di Ro$a No$tra sono riuscite a raggiungere anche gli apici di quel settore delle Forze dell’Ordine e ora anch’essi devono sottostare alla cortina di pizzo. Un’invasione di locuste fanatizzate la cui presenza abbiamo già registrato nell’autunno scorso dopo il vergognoso report “Questo non è amore“, un’accozzaglia di manipolazioni statistiche da far vergognare chiunque indossi la divisa blu. Un documento palesemente scritto e pubblicato sotto dettatura, poi corretto dall’intervento dei Carabinieri, che fecero chiarezza, specie sul discorso “femminicidio”, svelando che quelli “propriamente detti” erano stati a malapena 40 nel 2019. Questo per dire che, date queste premesse, non c’è da attendersi granché dal lato statistico e comunicativo da parte del Ministero dell’Interno se, come pare, la lobby delle vagine armate l’ha davvero colonizzata come parrebbe, anche ascoltando questa lunare intervista relativa all’attacco con l’acido che ha mandato in fin di vita un uomo a Brindisi.


Un gioco duro che la Polizia, su ordine del Viminale, non si sentirà di giocare.


Dunque cosa attendersi dal dossier periodico estivo del Viminale? Tripli salti mortali carpiati, questo è certo. Perché ci sono stati quasi tre mesi di lockdown, dove la frequenza di qualunque tipo di reato è inevitabilmente scemata, in taluni casi fino a sparire. Tre mesi di “buco” non sono pochi, dal lato statistico, in particolare inficiano i confronti anno-su-anno e questo richiederebbe un approccio statistico attento e accurato, soprattutto nella spiegazione dei numeri. Vedremo cosa accadrà per le varie tipologie di reato: a noi interessano quelli ricadenti sotto la specie “violenza di genere” e sotto questo aspetto è probabile che gli uffici competenti della Polizia abbiano passato periodi di grande tormento, divisi tra due opposte scelte: assecondare il racconto bislacco dei centri antiviolenza e delle istituzioni, o starsene della realtà fattuale delle cose? La prima ipotesi significa sostanzialmente non aver alcun problema dal lato istituzionale ma rendersi ridicoli, aderendo alla fuffa delle donne incatenate in casa all’inizio del lockdown poi improvvisamente convinte a denunciare grazie al battage propagandistico lautamente finanziato dal Ministero della Famiglia. La seconda implica una condotta deontologicamente corretta, com’è sempre dire la verità, con il prezzo da pagare di proteste e forse magari sanzioni dall’alto. Bel dilemma.

La Polizia di Stato lo sa (anche se fatica un po’ a tirar fuori i numeri ufficiali): le millemila chiamate al 1522, se davvero ci sono state (e i dubbi sono molti e legittimi), non si sono tradotte in iniziative sanzionatorie o in interventi pratici. I numeri della app “YouPol”, segnalando problemi alla quale si innesca la partenza sgommante delle gazzelle, mica chiacchiere, di sicuro asseverano un numero di casi pari a un 1% di quanto dichiarato dalle portatrici insane di interessi nell’industria dell’antiviolenza. Per questo i suoi dati non vengono diffusi e i vari report femministi si guardano bene dal menzionarla. Dirle tutto questo e metterlo nel dossier significherebbe smentire e smascherare soggetti come D.I.Re., tutti i centri antiviolenza del territorio e i loro padrini politici, a partire dalla generosa Elena Bonetti, Ministro della Famiglia. Un gioco duro che, ne siamo certi, la Polizia, su ordine del Viminale, non si sentirà di giocare. Saremo dunque davanti a svariati magheggi, giocati sulla somma delle denunce di fine 2019, accompagnate da discorsi ipotetici e prospettici, per tutti i reati considerati: maltrattamenti, percosse, stalking, violenza sessuale e omicidi, il tutto coperto da una coltre di percentuali gettate lì per coprire i numeri assoluti bassissimi. Dai quali mancheranno ovviamente gli altri dati sulla violenza di genere, ovvero quale sia l’incidenza di persone denunciate di nazionalità non italiana e quante le donne denunciate da uomini per atti violenti. Ma questa è una costante che dunque non meraviglierà più di tanto.


Fortuna che a bersela saranno sempre meno.


Il maggiore imbarazzo, ne siamo certi, sarà sul tema “femminicidio”. Quelli “propriamente detti”, come da definizione della Polizia di Stato nel 2018, cioè prima che Ro$a No$tra si impossessasse del dipartimento di statistica del Viminale, ammontano ad oggi a poco più di una ventina. Eventi orribili, vite perse per motivi e con modalità inaccettabili, ma pur sempre una ventina. Troppo poche per urlare all’emergenza. Anche per questo alcuni giornali hanno già messo le mani avanti, come “La Stampa” che ha sbattuto in prima pagina il conteggio fantasiosissimo di sessanta “femminicidi”, definendo il tutto una “strage infinita”. Forse era un messaggio trasversale al Viminale: occhio a quello che dite e ai numeri che fate. Arriveranno in soccorso i numeri della seconda metà del 2019, questo è certo. E visto il crollo del fenomeno grazie al lockdown (un crollo che ha influito positivamente anche sugli omicidi di uomini, fenomeno che però non interessa nessuno), non è improbabile che venga cancellato quel “propriamente detti” dei bei tempi che furono, per abbracciare una definizione più ampia, tipo quella proposta da Valeria Valente di recente, che includeva come autori zii, padri e fratelli. Insomma non stupirà vedere il dossier fare free-climbing sugli specchi per mostrare un numero di “delitti passionali” molto più alto di quello che in realtà è stato.

E la reazione dei mass media quale sarà? Fin troppo facile prevederlo. Titoli cubitali: l’Italia è il paese dell’incubo per le donne. Centinaia di migliaia di casi di violenza ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Servono leggi più severe e pene certe. La deriva della maschilità tossica occidentale e bianca nelle rilevazioni del Ministero dell’Interno. E via di questo passo. Al massimo, se proprio il Viminale non riuscisse a dare assist perfetti, ci sarà la solita formula “i dati sono in calo ma…”, seguito da tutta una serie di ipotesi non verificate né verificabili (tipo che sono milioni le donne che non denunciano per paura), che finiranno per passare come conclusioni ufficiali e istituzionali nelle zucche vuote del lettore medio. Come ogni anno ci sarà uno e un solo mezzo di condivisione delle informazioni, ovvero questo blog, che farà notare la questione chiave: il Viminale ci dà i dati delle denunce, che da soli non significano pressoché nulla e ancor meno di fronte al fatto inoppugnabile che negli ultimi dieci anni su 50 mila denunce annue di donne contro uomini per casi di violenza, soltanto il 10% ogni anno esita in condanna. Roba irrilevante per gli imbrattacarte del mainstream: spacciare ipotesi di reato come reati veri e propri, per quanto sia pienamente legittimo secondo l’orrido “Manifesto di Venezia”, è deontologicamente vomitevole, ma garantisce lettori e click, quindi così andrà. Fortuna che, complici la crisi post-pandemia e una saturazione incontenibile verso le bugie, a bersela sono sempre meno.


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