Turchia fuori dalla Convenzione di Istanbul. La nostra lettera a Erdogan.

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LA FIONDA

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di Davide Stasi. La notizia in Turchia circola da un po’, e ovviamente qui in Italia non se ne fa cenno. Da settimane il governo di Recep Tayyip Erdogan discute l’uscita del paese dalla Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne e la violenza domestica. Lo fa tra molte polemiche interne: anche là il femminismo ha le sue organizzazioni perennemente mobilitate e i suoi interessi, ma soprattutto il paese è funestato da un numero di violenze e donne uccise (più di 400 nel 2019) davvero significativo, mica come da noi. Da segnalare, anche se totalmente irrilevante, che una delle figlie del Presidente Erdogan si è apertamente schierata contro l’abbandono della Convenzione. Niente che possa davvero indurre uno come Erdogan a recedere dalle proprie decisioni, ma in ogni caso un contesto difficile entro cui maturare una scelta così ardua eppure così saggia.

L’ipotesi di buttare la Convenzione di Istanbul alle ortiche è diventata concreta a inizio agosto, poi la discussione è stata sospesa per qualche settimana e ora, secondo le indiscrezioni del quotidiano turco Hurriyet, la decisione è presa. Ankara, dicono ambienti governativi, combatterà la violenza contro le donne con misure nazionali specifiche, uscendo da un quadro normativo internazionale in cui non si riconosce, specie per quanto attiene all’articolo 4 comma 3 della Convenzione, che auspica tutele “senza alcuna discriminazione fondata sul sesso […] sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere”. Come già la Polonia e l’Ungheria, la Turchia ritiene specifiche del genere una porta spalancata al mondo immaginario e distopico del gender, cui non ha alcuna intenzione di concedere alcun varco verso l’istituzionalizzazione. Non solo: a conti fatti l’applicazione della Convenzione, visti i dati, non solo non è servita a nulla, ma anzi ha esacerbato la situazione, con i dati delle violenze immutati o in aumento, da un lato, e dall’altro un peggioramento delle condizioni di parità e giustizia a carico del genere maschile. Dinamiche non diverse si sono verificate e si stanno verificando anche altrove: Spagna, Italia, Francia, paesi scandinavi e pure Israele stanno sperimentando uno status di guerra permanente tra i sessi, innescata e inasprita proprio dalle innumerevoli ingiustizie perpetrate con il pretesto della Convenzione, alla fine usata per impiantare business e stabilire privilegi a sesso unico.


Un’ipocrisia che nasconde uno sbilancio calcolato.


Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan

Sullo sfondo, nelle dichiarazioni di Ankara, la tutela dell’istituzione-famiglia, uno dei bersagli da distruggere prestabiliti dalle lobby che, dalle Conferenze del Cairo e di Pechino in poi, hanno dato l’avvio al regime femminista che sta permeando tutto il mondo occidentale. E a cui in molti dell’area solo parzialmente occidentale stanno iniziando a sottrarsi. La Convenzione di Istanbul insomma, mostriciattolo deforme che è sempre stato in piedi per miracolo, perde i pezzi. E nel caso in questione il pezzo perso sarebbe grosso: la Turchia è uno dei paesi che nel 2011 la promossero e per primi la ratificarono. Insomma non sarebbe solo un ritiro, ma una sconfessione in piena regola. Per questo ancora il governo di Ankara ha alcuni tentennamenti: la decisione sarebbe storica, un vero colpo mortale per il trattato, con qualche timore di contraccolpo rispetto al consenso politico interno. Abbiamo ritenuto per questo opportuno inviare un’email alla Presidenza Erdogan, per portare la testimonianza italiana e come incoraggiamento a non esitare in una scelta che appare tanto sacrosanta quanto attesa da tempo. Il testo dell’email, in inglese, è visionabile qui. Di seguito la traduzione del nostro messaggio.

“Sua Eccellenza Presidente Recep Tayyip Erdogan, apprendo dai media internazionali dell’intenzione della Turchia di recedere dalla “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Una decisione che suscita dubbi, resistenze e proteste e che tuttavia appare quanto mai opportuna alla luce di ciò che tale trattato ha ingenerato in diversi paesi, non ultimo l’Italia, paese dal quale le scrivo e che da anni è oggetto delle mie osservazioni e analisi, quale ricercatore interessato alle relazioni tra uomini e donne. Quelle relazioni che la Convenzione firmata nell’eterna città di Istanbul ha, in anni di applicazione, avvelenato stabilendo primazie e privilegi per uno dei due generi, già solo conferendo titolo di “specialità” alla sola violenza perpetrata sulle donne e relegando quella possibile sugli uomini al solo ambito domestico. Un’ipocrisia che nasconde uno sbilancio calcolato, un’iniquità priva di motivazione reale, atta soltanto a minare il rapporto egualitario e sereno tra uomini e donne, impedendone così l’equa realizzazione, specie sotto la consolidata formula dell’istituzione famiglia. Un’istituzione di protezione, sicurezza e tutela che l’ordine mondiale occidentale votato al consumismo e alla liquefazione degli individui mira apertamente (e follemente) a disgregare, e a cui dunque è doveroso opporsi.


Confrontarsi fuori dagli estremismi e dagli interessi ideologici.


Nel corso del tempo qui in Italia (ma anche in altri paesi quali la Spagna, Israele, Francia, paesi scandinavi) la Convenzione ha assunto il ruolo di pretesto per l’imposizione di una narrazione falsata della realtà, di una propaganda che schiaccia sotto un soffocante clima di oppressione l’intero genere maschile e l’eterosessualità nel suo complesso, ma soprattutto la creazione di lobby e clientele politiche alimentate da un gigantesco business di associazioni, ONG e similari, che drenano ogni anno svariati milioni di euro di denaro pubblico. Tali soggetti asseriscono di avere la missione di combattere la “violenza contro le donne”, in realtà sono strumenti di propaganda orientati alla distruzione della figura maschile e paterna e della famiglia, nonché collettori di grandi risorse pubbliche. Con l’alibi della Convenzione di Istanbul, ad esempio, tali associazioni hanno ottenuto 30 milioni di Euro dal Governo italiano durante la pandemia, sottraendoli a ospedali, attività economiche e famiglie. Con lo stesso alibi nel corso del tempo sono state concepite e approvate leggi che sovvertono lo Stato di Diritto, cancellano la libera opinione, legittimano discriminazioni contro il genere maschile chiamandole pudicamente “positive”. In altre parole in Italia, come altrove, la Convenzione è stato uno strumento in mano a un’ideologia distruttiva, frutto dell’alleanza tra femminismo e teoria gender, che fingendo di perseguire la parità tra sessi ha dato l’assalto al potere e alle casse dello Stato, comprimendo ogni libertà di pensiero ed espressione.

Dalla mia umile ma informata e documentata posizione, Signor Presidente, sostengo, anzi sollecito la gloriosa nazione turca, che tanto profondamente ho conosciuto in passato, apprezzandone e amandone il valore, a compiere con decisione il passo di ricusare la Convenzione in oggetto. Oltre a uscire da un trattato debolissimo dal lato della legislazione e della politica internazionale, così facendo la Turchia aprirà la strada a una necessaria rivoluzione culturale, politica e istituzionale su un terreno che la Convenzione ha profondamente inquinato, fin dalla sua approvazione, con l’appoggio di lobby e organizzazioni sovranazionali che hanno a cuore tutto tranne che nuove, equilibrate e positive relazioni tra uomini e donne. La violenza va combattuta tutta, indistintamente, senza che se ne affermi forzosamente una più speciale dell’altra. Il mio auspicio è che la Turchia sgombri con decisione il campo dalle falsificazioni e si renda esemplare di fronte al mondo nel consentire al suo meraviglioso popolo di uomini e donne di confrontarsi fuori dagli estremismi e dagli interessi ideologici e di concordare in modo armonico, insieme al loro Governo, le misure più efficaci ed eque per promuovere le condizioni culturali, economiche e sociali che favoriscano il contenimento e forse l’eliminazione della violenza in ogni sua forma. Con i migliori auguri di buon lavoro. Davide Stasi”.


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