Femminicida? Infanticida? Assassina? No, solo depressa… Ed è colpa dell’uomo.

310x0_1505590913416.rainews_20170916214022176“Quando l’aggressore è uomo, ci si preoccupa della vittima femminile. Quando è la donna a essere violenta, se ne cercano le cause”, ha detto, molto opportunamente, la criminologa Chiara Camerani. Una tendenza consolidata nell’opinione pubblica e nei tribunali nazionali, e decisamente strutturale nei media, che su questi argomenti ormai da tempo, diremmo dall’overdose del noto delitto di Cogne, hanno scelto un posizionamento ben preciso. Che riguarda tanto fatti efferati quanto il fenomeno di stalking. L’approccio dei media plasma l’opinione pubblica verso un atteggiamento unico quando si tratta di eventi di questo tipo.

Tale approccio viene espresso in vari modi, da quello meno scorretto (ma pur sempre scorretto e fazioso) di dare le notizie “non in linea” trattandole appunto secondo l’approccio rappresentato dalla frase della criminologa Camerani, a quello più scorretto, ovvero non riportandole proprio, o segregandole nella cronaca locale, o ancora lasciando che a trattarle siano media regionali o provinciali. Ed è così che ogni notizia dove vi sia una vittima femminile e un carnefice maschile, quest’ultimo sotto qualunque forma, la prima pagina e il titolone sono garantiti. Quando la nefandezza è al femminile, la notizia viene sussurrata, e comunque impostata in modo che la fonte di ogni male sia l’uomo.

323457In questi giorni si hanno avuto due esempi di questo tipo. La prima riguarda un fatto accaduto nel casertano, dove un figlio ha ucciso il padre a coltellate per difendere la madre durante l’ennesima lite con il marito. La cronaca degli eventi non è chiarissima. Un secondo figlio parla di frequenti liti, di un rapporto difficile nella coppia, ma non parla di violenze, tanto meno si ha notizia di denunce contro l’uomo. Tant’è che a sentire i genitori litigare, se n’è rimasto in cortile. L’altro figlio invece, pare esasperato per l’andazzo, è intervenuto, la situazione è trascesa ed è finita com’è finita.

Una tragedia familiare come ne capitano tante, purtroppo. Niente di particolarmente sconvolgente, da che mondo è mondo. Eppure il taglio degli articoli e servizi TV che hanno trattato la vicenda, naturalmente con ampio risalto, è sempre lo stesso: al centro di tutto c’è un uomo che maltratta una donna. Il giovane figlio, pur essendo maschio, viene salvato dalla gogna mediatica avendo assunto il ruolo di cavaliere bianco, pronto anche al patricidio pur di difendere la donna. Questione di prospettive e di chiavi di lettura. E non c’è tragedia in Italia che ormai non venga letta secondo il punto di vista della presunta oppressione o violenza maschile sulla femmina. Viene in mente quell’approccio medievale per cui ogni cosa, anche le opere degli scrittori “ante-Crtisto”, era ispirata da Dio per annunciare appunto l’avvento di Gesù.

donna-con-coltelloQuesta chiave di lettura è ancora più lampante di fronte alla notizia di una madre che, nel torinese, ha trucidato a coltellate la figlia di sei anni per poi suicidarsi. Nessun titolone per questo evento, seppure sia stato trattato da molti media. Qui la mostruosità è compiuta materialmente da una donna, per altro, sebbene giovane d’età, contro un’altra donna (quale delle due, ci chiediamo, finirà nell’album Panini dei femminicidi della 27esma Ora del Corriere della Sera? Scommettiamo entrambe, giusto per far numero…). Già questo esclude la notizia dalle prime pagine, in ogni caso. Ma tant’è, nel darla, ecco che spunta, puntuale come la costipazione in inverno, l’approccio delineato dalla criminologa citata all’inizio.

Naturalmente, si dice, la donna era depressa. Naturalmente c’è una forma di giustificazione nel fatto che si trattasse di una donna immigrata e in una situazione di disagio. E se questi alibi non bastassero, ecco la frasetta magica, buttata lì, solitaria, senza alcuna specifica, ma di fatto il cuore dell’articolo: “il marito non avrebbe mai voluto riconoscere la bimba”. Da notare il verbo al condizionale: chi scrive non è certo di ciò che dice (e allora non scriverlo…), cui si aggiunge l’utilizzo connesso di un “mai” che non ha alcun senso. Eppure la frase sta lì, monumentale, e suggerisce una e una sola cosa: quel rifiuto da parte dell’uomo è la causa di tutto. Del disagio, della depressione della donna, dunque anche dell’omicidio della piccola e del suicidio della donna: è colpa sua che, crudele e cocciuto, non avrebbe mai voluto riconoscere la piccola.

XXXV16_III_2-pesi-e-2-misure-..effetto-errori-cognitivi-bias..-ODG16Ecco dunque, ribadiamo il concetto: “Quando l’aggressore è uomo, ci si preoccupa della vittima femminile. Quando è la donna a essere violenta, se ne cercano le cause”. Aggiungeremmo noi: e ogni volta che è possibile si dà, in modo implicito o esplicito, la responsabilità di tutto a un uomo. Nossignori: qui c’è una bambina di sei anni uccisa a coltellate, punto. Dalla madre, una donna, punto. Nessuna attenuante quando il carnefice è uomo, nessuna attenuante nemmeno quando lo è la donna. Oppure attenuanti per tutti. O così, o l’informazione è in malafede.

La seconda ipotesi è sicuramente quella giusta: la resa commerciale di questo tipo di narrazione è molto maggiore di una cronaca che non enfatizzi a senso unico (o che enfatizzi in modo equo). A violentare la lettura dei classici latini, nel medioevo, erano persone mosse da fede profonda; a rendere faziosa la stampa dei vari regimi dittatoriali è un’ideologia politica spesso totalizzante. Comunque la si pensi, è tutto comunque più nobile che demonizzare alcuni a vantaggio di altri per motivi di puro business.

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