Libere, eternamente inappagate. E uccise.

image-20160520-4466-1bc8sajFin dagli albori dell’esperienza di questo blog e del profilo Facebook connesso, ho dovuto fare i conti con le conseguenze del mio desiderio di contestualizzare in modo il più possibile profondo i fatti di cronaca che i media riportavano superficialmente, dove l’uomo era sempre un carnefice e la donna sempre vittima. Tali conseguenze immediate sono state due accuse, ugualmente superficiali: la prima di voler giustificare le violenze e gli omicidi, la seconda di essere maschilista. In entrambi i casi c’è sempre stata una terza facile accusa accessoria, quella di essere “estremista” nelle mie posizioni, con ciò declinando per eccesso ciò che in realtà è solo ironia o al massimo amarissimo sarcasmo.

Nonostante le interpretazioni di comodo, non abbandono l’obiettivo di comprendere il quadro generale entro cui maturano certi eventi, spesso tragici. Non per trovare una giustificazione, ma perché, banalmente, nulla (o poco) accade per caso. Tutto è frutto di un insieme di fattori e variabili che determinano le condizioni perché un fatto con molta probabilità accada. La tesi è che i fatti in sé sono spesso molto gravi, ma gravi sono anche le circostanze e condizioni che li hanno generati o ispirati. E se ha senso agire per sanzionare o prevenire singoli fatti tragici, deve ugualmente aver senso agire sul contesto, per far sì che quelle condizioni non si ripetano più. Anzi, forse ha più senso agire preventivamente a monte che non a valle.

image-iloveimg-resized-580x360-1513944443Mi spiego partendo da un recente fatto di cronaca. Sofiya Melnyk è una quarantenne ucraina, bella come sono incredibilmente belle molte donne dell’est. E’ in Italia probabilmente per rifarsi una vita. In Italia invece va incontro al suo termine: il suo corpo senza vita viene ritrovato in una scarpata nel trevigiano. Prima di ciò, aveva convissuto per 16 anni con un uomo, rimasto di recente senza impiego, che è stato trovato impiccato dopo il ritrovamento del cadavere della donna. Gli inquirenti non escludono un caso di omicidio-suicidio, ma non è così certo che il compagno di lunga data sia il colpevole. Perché nella vita di Sofiya pare ci fosse un esercito di uomini. Tutti particolarmente agé e tutti particolarmente facoltosi. Lei, colta e raffinata, come viene descritta, non sembrava felice del rapporto consolidato e dunque aveva intessuto molteplici relazioni parallele. Tanto che alla sua morte in diversi sono andati a reclamare l’esclusività della relazione con lei, scoprendosi invece in quel momento parte di una mezza legione di uomini ignari l’uno dell’altro. L’unico a sapere tutto era il compagno di sempre. Non è quindi escluso che il suo suicidio sia dovuto alla vergogna più che a un qualche coinvolgimento nell’uccisione di Sofiya.

In superficie c’è ciò che i quotidiani si limitano a riportare: storiacce di amorazzi incrociati gestiti da una donna meravigliosamente bella e affascinante, che alla fine ha perso il controllo della situazione e ci ha lasciato la pelle. Ci sarà un colpevole, e sarà quasi sicuramente un uomo ma, mi chiedo, cosa, più nel profondo, ha creato il contesto generale perché un fatto del genere potesse accadere? Riporto qui di seguito, a mo’ di possibile spiegazione, un brano nel mio libro “Stalker sarai tu”, tratto da uno dei capitoli più controversi, intitolato “La bambina consumatrice”.

[…] Mentre avveniva questo adattamento, i rampanti anni ’80 hanno preparato il terreno alla società […] quella della liquidità nelle relazioni , della solitudine inerme e dell’individualismo gaudente. O meglio: apparentemente gaudente, visto che il piacere viene collegato sempre più strettamente a una forma autoreferenziale di edonismo, al consumo fine a se stesso e al circolo vizioso senza fine che inevitabilmente si innesca. È l’era in cui gran parte delle pubblicità, anche quelle per le automobili o i detersivi per la casa, sono indirizzate ai bambini, dove anche gli adulti vengono indotti a infantilizzarsi , e così le relazioni tra di loro. Si desidera la versione sempre “più perfetta” di smartphone o di automobile, e ugualmente trovare un partner significa sempre più cercare la chimera dell’anima gemella, della persona “giusta”, che tende a essere sempre quella successiva, e non più invece una persona con la quale condividere un progetto di vita, vissuto come “giusto” da entrambi. È l’epoca dove al paradigma delle ideologie si è sostituito l’intrattenimento. È il mondo dove ogni post su un social network non è un’espressione di opinioni o di interesse verso qualcosa, ma l’esibizione di ciò che non si è e si vorrebbe essere, o più spesso un grido d’aiuto perché qualcuno si accorga dell’autore, non si dimentichi di lui e dell’isolamento disumano in cui sta vivendo.
È in questo brodo di coltura che […] l’onda del femminismo dei primi tempi ha finito per “andare lunga”, coniugandosi con i tempi sempre più liquidi e solitari dell’era moderna. Il retaggio che oggi una parte significativa di donne porta con sé parla di libertà ed emancipazione tramite la liberazione da quei vincoli familiari a cui magari in un certo momento è voluta comunque sottostare per convenzione. E la liberazione avviene spesso con l’affidamento della propria esistenza a un paradigma dove la piena realizzazione sta nello sfuggire con sprezzo, magari demolendoli, dai vincoli di un legame e di una progettualità di lungo periodo, abbandonandosi a una forma di libertà costituita dalla promiscuità e dal consumo di beni fatui o di mero intrattenimento .
Donne così scrivono come motto di WhatsApp frasi tipo: “Il bisogno si soddisfa, il desiderio è inestinguibile”, a dire che la banalità delle relazioni significative per loro è pari a un bisogno fisiologico, mentre la loro vera dimensione è quella di anelare a qualcosa senza soluzione di continuità, quella del desiderio per il gusto di desiderare. Perché il significato del loro vivere non è fondare, diffondere e trasmettere senso, ma dibattersi alla continua rincorsa di qualcosa che non soddisfa mai, e spinge subito a cercare qualcos’altro. Se necessario anche a discapito di altri, compresi quelli tradizionalmente definiti “i propri cari”, che in queste dinamiche circolari e irrisolte finiscono per rappresentare presenze oppressive.

madame-bovaryCiò che descrivo in queste righe ha il nome di “bovarismo“, un fenomeno legato al comportamento, ma che può diventare anche patologia (se ne accenna in termini molto esaustivi in questo testo). Si tratta dell’incapacità di trovare un punto fermo di soddisfazione e realizzazione nella propria vita. Un’incapacità che spinge alla ricerca di qualcosa, una ricerca spasmodica, disordinata, che ha senso solo in quanto fine a se stessa. L’obiettivo non è un traguardo ben visualizzato, ma l’ansiosa e sempre insoddisfacente rincorsa verso un equilibrio che non si raggiunge (non si vuole raggiungere) mai. E affinché questo modello di comportamento e di vita, tanto simile a quello dei criceti nella ruota, si realizzi, inventare per se stessi e per gli altri una personalità, un’identità di cartapesta è estremamente utile. I social network, in questo senso, sono oggi di grande aiuto.

Sofiya pare un esempio di bovarismo. Sedici anni con un compagno non erano sufficienti, per la cultura di cui era imbevuta e da cui era circondata, per trovare pace, completezza, risoluzione. L’alveo sicuro di un contesto familiare o quasi era diventato solo motivo di frustrazione. Le è risultato quindi indispensabile cercare spasmodicamente altrove, nell’unico modo che la società (e il suo innato fascino di donna) le hanno suggerito di adottare. Ben inteso, lei aveva tutto il diritto di inseguire un modello irrealizzabile di felicità. Donne e uomini hanno tutto il diritto di scegliere il bovarismo come condotta di vita, anche se pare si tratti di uno stile che attecchisce di più presso le donne. Il problema non è solo nelle libere scelte individuali, per quanto scriteriate. Il problema, a mio avviso, sta in una società polverizzata, che facilita, anzi promuove, nella pratica come nelle ideologie più diffuse, standard di vita del genere.

charli-chaplin-tempi-moderniRitengo indubbio che se la scelta di Sofiya fosse stata quella di impegnarsi in una rivitalizzazione del suo rapporto iniziale, avrebbe trovato nel compagno, colui che poi si è suicidato per la mancanza di lei (qualunque ne sia stata la causa), una sponda immediata e produttiva. Se i valori diffusi fossero stati diversi da quelli correnti, non avrebbe cercato nella promiscuità fine a se stessa, dunque nel disordine, una soluzione alla propria intima insoddisfazione. Per quanto il lavaggio del cervello e del cuore sia stato radicale in questi ultimi tempi da parte della cultura imperante, è rimasto vero, e sempre rimarrà vero, che tutti hanno bisogno solo di stabilità, calore, sicurezza affettiva, prima ancora che economica. Sofiya ha ceduto agli ossessivi suggerimenti che il contesto culturale e sociale dilagante, tramite messaggi mirati, non cessa mai di dare. Libertà indiscriminata e sregolata significa felicità, intesa come ricerca continua di un equilibrio da non raggiungere mai. Perché, se raggiunto, è causa di prigionia e infelicità.

Così ha generato disordine e liquidità nella propria e altrui esistenza, con gli esiti di cui parlano ora le cronache. Non posso dunque fare a meno di chiedermi se la scelta di una forma di ordine condiviso non avrebbe forse creato condizioni differenti, ed esiti altrettanto differenti. Ed è una domanda che occorrerebbe farsi sempre, sui media, nei tribunali, parlando tra di noi, allo scopo di capire se ciò che oggi è considerato talmente normale da diventare un “diritto” non sia invece qualcosa che tenda all’autodistruzione. E non sia quindi necessario trovare, nell’ambito delle relazioni affettive, una sintesi autoconservativa proiettata nel futuro.

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Un commento

  1. Questa storia mi ricorda irresistibilmente il caso della bellisima Laura Mesi, sposa ‘con se stessa’ (vedi su FB). A 40 anni si è sposata da sola, così per fare scena. Come se una donna come lei non avesse legioni di uomini alla sua volontà. Pazzesco.

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