Sciocchezze femministe… sciocchezze femministe ovunque

metoo-2859980_960_720Riportavo nel “Minestrone” di ieri come il presidente Trump abbia twittato, sebbene ispirato probabilmente da interessi personali, esprimendo una posizione eccentrica, per quanto sacrosanta, rispetto alla narrazione dominante di difesa aprioristica del mondo femminile, con la connessa demonizzazione di quello maschile. Quella dichiarazione mi ha stupito perché è solitamente dagli USA che partono i tormentoni e le mode, come quella del #metoo e similari, e che un presidente cerchi di innescarne uno così controcorrente come: “le accuse vanno portate in tribunale e provate”, senza l’utilizzo della gogna mediatica, mi ha fatto ben sperare sul futuro a venire.

Va detto che Trump alza la voce su un tema che negli USA è comunque molto più discusso e trattato di quanto non si sappia qui in Italia, dove si depositano solitamente le scorie peggiori delle discussioni americane, sotto forma di moda appunto. E’ dell’anno scorso infatti un articolo estremamente interessante pubblicato dalla rivista “Time”, non esattamente un organo d’informazione del maschilismo patriarcale militante. Anzi, se andiamo a vedere, uno dei tanti media che avrebbe tutto da guadagnare, come fanno ciecamente i media italiani, ad assecondare la narrazione falsata del femminocentrismo contemporaneo. Invece, a costo di alienarsi una parte importante dei suoi lettori, nell’estate del 2017 ha pubblicato un articolo intitolato nientemeno che: “Sei miti femministi duri a morire“.

guida-al-fact-checking-e-agli-strumenti-per-la-verifica-delle-fonti-620x415Si tratta di una sorta di fact checking applicata a sei dicerie ripetute a pappagallo da tutti coloro che sostengono sia in atto una repressione del mondo femminile. Va detto che alcuni dei miti sottoposti a controllo sono tipicamente americani, e come tali non sono stati recuperati in modo convinto qui nel vecchio continente, dove si è preferito appendersi a quelli più beceri o ad effetto. Per questi ultimi soprattutto il fact checking risulta tombale ma, forse perché poco conveniente per chi ha imperniato su quei miti un circuito proficuo di business e voti, la parte relativa alla chiusura del discorso qui non è arrivata. Cioè se quei miti sono duri a morire negli USA, da noi appaiono pressoché immortali.

Uno dei miti sfatati, declinato secondo i parametri americani e applicabile anche in Italia, per lo meno dal lato del metodo di trattazione, è il terzo:

Negli USA, tra il 22 e il 35 per cento (circa 40 milioni) delle donne che entra in ospedale è a causa delle violenze domestiche.

attention_manipulation1Chi sostiene questo dato spaventoso recupera studi del Dipartimento di Giustizia e dei Centers for Disease Control, rispettivamente del 1997 e del 2009, dove però non si parla assolutamente di 40 milioni di donne, bensì delle 550 mila che vengono ricoverate per “ferite violente”, nel 37% dei casi inferte dal compagno. Rifacendo i conti, dunque, la percentuale di donne ricoverate per violenza domestica risulta inferiore all’1% (poco più di 203 mila donne) su scala nazionale. Una manipolazioncina niente male, vero? Che ricorda molto molto da vicino quelle che vengono fatte sulle proiezioni ISTAT, elaborate intervistando 20.000 donne, e i cui risultati vengono venduti all’esterno come “tra i 3 e i 6 milioni di donne in Italia vittime di violenze, abusi e stalking”.

Un altro mito che non sopravvive al fact checking del Time è quello forse in assoluto più diffuso e coriaceo, quello del “wage gap”, all’americana espresso così:

Le donne guadagnano, a parità di lavoro, 77 centesimi per ogni dollaro che guadagnano gli uomini

I fatti portati contro questa sciocchezza sono difficilmente discutibili: la differenza del 23% tra i redditi non è altro che la differenza tra i guadagni medi di tutte le donne e di tutti gli uomini nei lavori a tempo pieno. Un dato che non considera le differenze di occupazione, posizione, educazione, condizioni di lavoro e ore lavorative settimanali. Quando si tengono in conto tutti questi fattori, il “wage gap” si riduce a pochissimi punti di scarto. Senza contare che se davvero le donne potessero essere pagate di meno, ogni imprenditore assumerebbe solo donne, cosa che evidentemente non è.

maxresdefaultSolitamente il femminismo militante risponde a questi ragionamenti razionali e ai dati di fatto avvitandosi attorno ad argomentazioni del tipo: “l’educazione e la carriera delle donne non sono libere, sussiste la tendenza delle donne a lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia invece che a professioni altamente pagate, e tutto questo è sintomo di una coercizione sociale“. Chi e come obblighi (questa è la coercizione) le donne a non sviluppare la carriera per dedicarsi alla famiglia non è chiaro. Ugualmente non è chiaro perché solo loro debbano rinunciare o rallentare la carriera per la famiglia, e questo non sia consentito eventualmente anche al lui della coppia. Il silenzio attonito quando si oppone questo argomento è spesso quasi comico.

Sui sei affrontati, questi due sono i miti più diffusi anche in Italia. Gli altri quattro sono ugualmente attivi nella cultura dominante, ma con sfumature diverse. Per tutti, in ogni caso, la confutazione del Time è conclusiva. Per questo vale la pena leggere tutto l’articolo, che di fatto ridicolizza alcune basi fondanti del femminismo isterico, benpensante e finto progressista made in USA, ma che estende in molti casi le sua propaggini malsane anche sulla cultura europea. Di positivo c’è che mentre negli USA una trattazione “contro” viene ospitata da una testata autorevole come il Time, e poi affermata dalla massima autorità politica del paese, qui da noi vige un misto tra cortina di ferro, sabotaggio e censura che nulla ha da invidiare alle analoghe prassi medievali. Colonizzati pressoché in tutto dal mondo yankee, si spera che prima o poi anche un simile flusso informativo e istituzionale critico del delirio femminista riesca a sbarcare sui nostri lidi.

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