La verità di Giuseppe – Il tribunale giudicante dei centri antiviolenza

immagine-20di G.A. – Dispongo delle motivazioni di una sentenza di condanna per maltrattamenti di un ex compagno/padre, emesse da un giudice di primo grado nel 2016, che dinanzi a mancanza di prove vere del reato, si avvale della credibilità dichiarata della ex, e a un certo punto dice:

Il principale riscontro delle dichiarazioni testimoniali della signora accusante (di maltrattamenti solo su se stessa) è tuttavia rappresentato dallo sviluppo terminale della vicenda, puntualmente accertato stante la convergenza delle prove orali e documentali acquisite sul punto; (ovvero) la decisione assunta dalla donna nel novembre 2011 di abbandonare unitamente al figlio, che all’epoca aveva appena nove anni, la casa familiare e di trovare rifugio in un Centro Antiviolenza, ove rimaneva a soggiornare per circa sei mesi.

Violenza donneE così un centro antiviolenza entra a gamba tesa addirittura come attestazione di “principale riscontro” delle dichiarazioni di una ex compagna che accusa il suo ex di maltrattamenti. La sentenza è stata appellata, ovviamente, ma è altamente allarmante. E’ esplosivo ad alto potenziale già innescato. Le valutazioni di un centro antiviolenza entrano di forza quale prova dell’attendibilità di quanto dichiarato da una donna che vi si ricovera. Valutazioni sulla donna che sono state effettuate a porte chiuse, in assoluta discrezionalità ideologica, al di fuori di un processo legittimo. Eppure vengono prese come attestazione di verità da un giudice. Ma sulla credibilità assoluta di una donna, che si suppone in grado di intendere e di volere, si possono fare alcune riflessioni.

Credo che ci sia qualcosa di ancestrale e primitivo nel comportamento di una madre che tende a escludere e allontanare il padre di propri figli, dopo la loro nascita e durante la crescita. Un ritorno a ere antecedenti la nascita delle civiltà, che codificò la famiglia quale nucleo sociale irrinunciabile. Ora, tutto ciò che appare non più mediato dal portato culturale e sociale della civiltà, assume un carattere patologico disfunzionale, secondo gli psicologi e anche molti psichiatri. Un regresso a comportamenti antisociali pernicioso, da individuare correttamente nelle cause e nelle conseguenze. Eppure tantissime donne cercano ricovero nei centri antiviolenza, portando impunemente con sé figli ignari, allontanati traumaticamente da casa, cure paterne, e abitudini di vita. E c’è qualcosa di morboso nell’affermazione tutta nazifemminista che se i figli vengono segregati in un centro antiviolenza è nel loro interesse, così come allontanarsi da un padre definito violento sulla base di semplici dichiarazioni di una ex. Sono tutte giustificabili? Meritano tale diritto? Davvero vogliamo dare potere di discernimento a un centro antiviolenza sulla assoluta credibilità delle accuse della donna ricoveranda, al di fuori e prima di qualunque giudizio processuale?

schizofrenia-e-genitoriIl fenomeno delle false accuse in sede di separazione, ovvero dei crimini commessi da ex padri/mariti/compagni e divenuti tali solo in presenza di un anelito separativo della ex, è stato anche studiato, come ho letto con interesse, dal punto di vista non dell’analisi del soggetto criminale, ma anche del soggetto denunciante. Checché se ne dica sono infatti ancora tra il 60 e il 70% le accuse di violenza, maltrattamenti, o crimini sessuali, in sede di separazione, poi rivelatesi ingiustificate. E aumentano le sentenze che  condannano in base alla sola testimonianza della parte lesa, coadiuvata da professioniste della antiviolenza di genere.

Karol L. Ross e Gordon J. Blush sono due psicologi americani che a partire dagli anni ’80 hanno pubblicato studi su queste tematiche, concentrandosi in particolare sui casi di false accuse in corso di separazione. Le pubblicazioni scientifiche in lingua inglese sono moltissime. Una buona selezione è raccolta dalla rivista Issues In Child Abuse Accusations (ISSN 1043-8823) pubblicata a partire dal 1989 con cadenza annuale dall’Institute for Psychological Therapies. Un articolo molto noto  venne pubblicato nel 1987 ed è illuminante perché antecorre l’estensione del fenomeno nel nostro paese, che recepisce come sempre con un ritardo di uno o due decenni tendenze e malesseri d’oltreoceano.

tribunaleInoltre pone l’accento sulla reale esigenza che ogni denunciato promuova, qualora in coscienza non colpevole, un giudizio anche sull’accusante; a costo di scontrarsi col principio tutto femminista che “l’accusante non può essere trasformata in accusata in forza del diritto della difesa”. Ma che razza di idea è questa ? Come si può affermare una simile castroneria? Come posso difendermi da una accusa di violenza sessuale da parte della mia ex moglie, consumata nel talamo, senza altri testimoni, se non indagando sulle rispettive personalità? E’ realistico fondare un processo sulla base della parola sotto giuramento dell’accusante, e pronunciare una condanna oltre ogni ragionevole dubbio? Ciò che sembra surreale è ritenere che l’esame della personalità di una accusante, insieme a quella dell’accusato, e in assenza di altre prove evidenti, debba essere escluso a priori quale arma della difesa.

Ross e Blush (1990) descrivono tre modelli di personalità che hanno osservato nei genitori che fanno false accuse: le riporto integralmente, e sfido molti a non ritrovare caratteristiche ben note, che dovrebbero far riflettere sull’opportunità di instaurare per abitudine il loro esame in giudizi ove si decide anche del destino di figli minori. Il primo è la “personalità istrionica”. Chi ne è vittima appare ansioso, preoccupato e nervoso e presenta se stesso come vittima del coniuge estraniato. Quando questo fenomeno colpisce la donna, essa si descrive come manipolata, forzata, e fisicamente o psicologicamente abusata dal coniuge e percepisce uno stato di pericolo per la prole. La sua interpretazione del comportamento dei figli sembra essere un prolungamento dei suoi sentimenti, con il risultato di sviluppare inusuali e inappropriate preoccupazioni sessuali sui figli stessi. Così si ritrova a esaminare regolarmente i genitali del suo bambino, sottoporlo a esami medici ripetuti, o interrogare la bambina su possibili attività sessuali forzate.

camicia-di-forzaLa “vendicatrice giustificata” è una variazione della personalità istrionica. Questa donna offre inizialmente un ordine del giorno intellettualmente organizzato, assertivo, e giustificato con molti fatti, cifre, e opinioni che supportano la sua evidenza. Lei si presenta come giustamente indignata e preoccupata per il comportamento del suo sposo. Tuttavia, quando vengono chiesti chiarimenti riguardo ai dettagli, diventa ostile, resistente e passiva-aggressiva.  Contrasta le domande, tende a interrompere il contatto con il perito che sfida le sue affermazioni, e può minacciare di fare causa o esposti.

La personalità “borderline”, in virtù di una propensione di base istrionica e dello stress del divorzio, funziona in un modo altamente disfunzionale e può perdere il contatto con la realtà. Questa persona può essere più facilmente identificata sulla base di descrizioni particolari e bizzarri di eventi della sua storia. Pone l’accento, cioè, su infimi particolari, tralasciando ogni inquadramento reale.

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I risultati di tale indagine sono sbalorditivi. A tre quarti dei genitori falsamente accusanti è stato diagnosticato un disturbo di personalità, mentre solo un quarto è stato considerato normale. In confronto, solo un quarto degli individui del gruppo falsamente accusato e del gruppo di controllo aveva disturbi di personalità e la maggior parte (70% e 66%) sono stati visti come normali. Sulla base di tali dati, sembrano esserci varie categorie sovrapposte di genitori che fanno false accuse di abusi nei divorzi in base al livello di disturbo di personalità. In questo modo si comprende meglio come certamente, in una alta percentuale di casi, la cosiddetta cattiveria delle ex mogli/madri venga incanalata in modo vile verso strumenti di protezione della donna quali i centri antiviolenza che, noncuranti dell’interesse di minori sottratti alla loro casa e al loro padre, utilizzano a scopo mercenario le false accusanti, o verso provvedimenti di protezione che intanto allontanano il padre dai figli.

Non esiste infatti un protocollo oggettivo che discrimini una donna veramente in pericolo e meritevole di protezione urgente da una massa di false accusanti che sfruttano ogni mezzo messo a disposizione dalle leggi e dalle istituzioni, ispirato dalla lotta alla violenza di genere, per semplicemente allontanare i figli dal padre. La personalità dell’accusante può trascendere in forme di vera e propria simulazione. Lo studio o gli studi di cui sopra dimostrano quanto falsa sia la tesi espressa nelle suddette motivazioni che “se la donna si ricovera in un centro antiviolenza necessariamente è vittima di violenza”, con una perfetta quanto truffaldina operazione di scambio tra causa ed effetto. Si sostiene che se la donna a rischio di violenza si ricovera in un centro antiviolenza, ogni donna che si ricovera in un centro antiviolenza è a rischio di violenza. L’effetto del rischio di violenza, il ricovero, diviene la dimostrazione del rischio di violenza, come visto nelle motivazioni citate. L’imbroglio procura centinaia e centinaia di ricoveri anche di false accusanti, mentre l’impegno personale delle operatrici e responsabili dei centri, con esami farlocchi e a porte chiuse delle richiedenti asilo, produce testimonianze a suo favore. Eppure i giudici si adeguano. Adottano provvedimenti, stabiliscono CTU, e allontanano immediatamente e allegramente gli accusati dai figli, sottratti e protetti a loro insaputa.

Iustitia_20127358originallarge-4-3-800-0-2-1996-1497-433x324Credo che in tema di diritto e di giusto processo, sancito dalla Costituzione e dalle convenzioni internazionali, ci sia abbondanza di materiale per la revisione della prassi giudiziaria, per la messa in discussione una volta per tutte della funzione e delle modalità dell’azione dei centri antiviolenza finanziati con denaro pubblico a prescindere. E se qualche vittima di violenza già ospite dei centri antiviolenza finisse col divenire semplicemente l’accusata, e condannata come calunniante, ex padre volendo, ne gioverebbe di molto il concetto di giustizia. Allora sentiremo i rulli dei tamburi di guerra e il fiato alle trombe di chi strilla che un’accusante di abusi e violenza non può divenire accusata a sua volta da una difesa dell’imputato che sia efficace e agguerrita. Nel nome dei figli che avranno pure diritto a ereditare un mondo più giusto. Ecco perché occorre denunciare, denunciare sempre, cari uomini che vi salvate da una falsa accusa.


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