DDL Pillon – E se si invertisse il principio?

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Vengo sollecitato da più parti a dare aggiornamenti sul DDL Pillon di riforma della disciplina di separazioni e affidi. Non c’è molto da dire: la proposta è depositata in Senato e i lavori parlamentari ancora sono sospesi. Nel frattempo c’è già chi, tra i portatori di pessimi interessi su questo tema, sparge veleno. L’esempio più repellente e recente è stato l’intervento dell’Avv. Annamaria Bernardini De Pace su Repubblica. Un intervento davvero inqualificabile, dove De Pace si strappa i capelli essenzialmente nel timore di perdere occasioni di business in futuro (colpa anche sua che accetta clienti insolventi, salvo fidanzato temporaneo, come Asia Argento…) e di non potersi quindi più permettere monolocali di lusso, anche a costo di venire sospesa per le parcelle eccessive. Tuttavia le sue riflessioni, per quanto becere, incrociano alcune perplessità che ho avuto modo di elaborare durante l’estate, dopo una rilettura attenta e approfondita della proposta Pillon e dopo aver ascoltato lo stesso Senatore on line (prima parte, seconda parte).

Di fatto le esternazioni di De Pace paiono centrate sulle esigenze dei genitori che si separano. E così anche le critiche femministe che già si levano: “la proposta Pillon”, si dice, “non permette di adattare le decisioni alle tante diverse situazioni ed esigenze dei genitori”. Ci si dimentica così che una legge su separazioni e affidi deve focalizzarsi in modo pressoché esclusivo sui minori e non sugli adulti, che siano o meno in lite. Ciò è imposto da varie importanti convenzioni internazionali, sostenute da studi scientifici ormai consolidati. Niente a che vedere insomma con robetta come la Convenzione di Istanbul, cui pure qualche donna si appella per mantenere privilegi fuori dal tempo e ormai intollerabili, proprio perché goduti sulla pelle dei minori. Prima conclusione, dunque: la grande preferenza data da Pillon alla mediazione preliminare, anche se ispirata da principi giusti (indurre pace tra ex coniugi in guerra e sottrarre il più possibile le controversie genitoriali all’ambito giudiziario), rischia di mettere in secondo piano i diritti e la tutela del minore, dando priorità alle sempre particolarissime esigenze dei genitori in separazione, che invece dovrebbero essere secondarie.

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Un secondo aspetto riguarda la prevalenza della legge. Un principio sacro, nel mio modo di vedere le cose. Anche su questo la proposta Pillon mi pare da migliorare. La forza della legge, infatti, arriva dopo che, magari per mesi, i separandi si sono scannati o hanno tentato di mediare. Eppure, per principio, la legge dovrebbe venire prima delle esigenze personali, così come il diritto dei minori alla bigenitorialità, anche alla luce del fatto che una norma non può prevedere ogni singolo peculiare e particolarissimo caso. Non solo: mentre i due parlamentano davanti al mediatore, i figli con chi stanno e con quale ripartizione? Non è un dettaglio da poco. In quella fase, secondo la proposta Pillon, non ci sono ancora interventi giudiziali che regolamentino la cosa. Facile che così si aprano le porte, oltre che ad atti di alienazione su cui si rischia di arrivare in ritardo, a forme di collocazione prevalente che poi si consolidano e possono venire replicate per mera comodità dal successivo intervento del giudice, pur nei limiti imposti dalla legge. Schematizzando, dunque, la proposta Pillon prevede un percorso di questo tipo:
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Arrivata davanti al giudice, la coppia che si separa espone gli esiti della mediazione (se ce ne sono) o notifica la permanenza del disaccordo, conferendogli così margini per decidere, sebbene con qualche criterio limitativo. La questione del 50% “su richiesta” di una delle parti, con un minimo di 12 giorni sotto cui il giudice non può scendere ha suscitato boati di consenso, specie per coloro abituati a non vedere i figli per settimane o mesi. Chiaro che chi sta morendo di sete è felice anche se riceve un bicchierino d’acqua, sebbene di suo avrebbe diritto all’accesso a una fonte. Quei 12 giorni minimi rischiano così di configurarsi un contentino che non risolve il problema della prevalenza. Soprattutto, così il principio di bigenitorialità, lasciato in mano al magistrato e non imposto a priori, rischia di privare il minore di un suo diritto. Non irrilevante, in questo modo non emerge l’adesione dello Stato italiano al principio stesso del condiviso paritario, e questo è il maggior deficit della proposta Pillon. Senza contare che il magistrato deve fare il magistrato, ossia assicurarsi che la legge venga rispettata. E’ giusto che lo faccia esercitando la discrezionalità ispirata dalla sua preparazione ed esperienza, ma non nel campo delle separazioni, dove spesso, essendo coinvolti dei minori e i loro diritti, sono necessarie competenze ulteriori (psicologiche, psichiatriche, criminologiche, mediche, eccetera), che infatti quasi sempre vengono delegate a esperti esterni. Sia chiaro: fatico moltissimo a includere i servizi sociali tra gli esperti, e in questo anche il Senatore Pillon ha mostrato più di una perplessità.

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Visto così, il disegno di legge, al netto dei possibili emendamenti snaturanti (che ci saranno di sicuro, vista la già attiva mobilitazione femminista, specie nei suoi tentacoli politici), a mio avviso risulta parziale, quando non deficitario. Si dovrebbe fare di più e meglio. Riterrei dunque indispensabile che lo Stato adottasse già in prima istanza il condiviso paritario secco, allineandosi in modo chiaro e netto tramite la legge sul perno irrinunciabile del diritto dei fanciulli ad avere una relazione piena con entrambi i genitori. Un perno da cui, in istanze successive, far discendere tutto il resto. Indispensabile dunque, a mio avviso, è che la legge, specie se si tratta di diritti dei minori, venga prima, pur non ignorandola, di ogni altra esigenza individuale e non l’opposto. In altre parole, credo che il 100% di ciò che serve, e non il 40%, come è ora con la proposta Pillon, si otterrebbe invertendo il principio di base. Che, schematizzando, secondo me dovrebbe essere questo:
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Una legge pienamente in linea con i dettami della tutela dei diritti dei minori e con il principio della prevalenza delle norme dello Stato, dovrebbe semplicemente statuire, fin dalla prima manifestazione della volontà separativa di una coppia, che la prole venga collocata per un tempo pari a 365 giorni diviso 2 a ciascuno dei due genitori (naturalmente col mantenimento diretto secco). Punto e stop. Immaginate la coppia durante la presidenziale che sente il magistrato dire così: “vi siete già organizzati per tenere i figli 182 giorni l’uno e 182 l’altra? Perché così dice la legge e così dev’essere fin da ora con una cadenza che io stabilisco in…”. Da quel momento, e per sentenza, i figli stanno tot con la madre e tot col padre (e i due tot sono identici, decisi appunto dal giudice). Mettiamo che la coppia abbia quelle particolarissime esigenze lavorative, personali o di altro tipo per cui la decisione del giudice non risulta applicabile in modo comodo. Bene, il giudice dirà loro: “andate in mediazione e ditemi alla veloce come articolate i 182 giorni annuali a testa. Se il principio di legge viene rispettato, accetto la vostra suddivisione e tanti auguri”.

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Ecco che così la prospettiva viene nettamente rivoluzionata in positivo. Il principio di tutela del diritto alla bigenitorialità del minore viene affermata come scelta prioritaria dallo Stato, garantita fin dall’inizio, per sentenza. E se non viene rispettata sono guai. Le possibilità di alienazione vengono ridotte al minimo, così come quelle di fissare una “prassi di residenza prevalente”. Che siano 7 giorni, 15 o 30 con l’uno o con l’altro, che sia alternandosi gli adulti nella casa familiare o facendo muovere i minori in due case diverse, quello è e quello rimane, fin tanto che, in sede di mediazione, i due adulti non articolano diversamente i 182 giorni. E, a differenza di quanto previsto dalla proposta Pillon, ossia potenzialmente mesi e mesi di mediazione, i due avranno tutto l’interesse a suddividersi le competenze in fretta. Per altro, con la garanzia del vincolo dei 365/2 giorni stabilito a monte, la mediazione potrà rapidamente essere chiusa prima dell’accesso al giudice, magari gestita direttamente dai legali, così gli avvocati alla stregua della De Pace possono emettere fattura e sono felici.

Non solo: al giudice, in questo modo, viene richiesto di fare il suo mestiere, ossia applicare la legge, senza costringerlo a dare interpretazioni discrezionali o a fare lo psicologo o l’antropologo, o a chiedere consulenze esterne (a meno che non sia palesemente necessario). Dunque, l’isteria dei “casi particolari” tanto sollevata sul Pillon con una disciplina del genere verrebbe annullata: nella mediazione successiva alla decisione del giudice tutto può essere riarticolato, anche le situazioni più estreme (si pensi a un genitore lavoratore marittimo): purché siano debitamente comprovate, documentate e condivise, si potranno sottoporre condizioni eccezionali al giudice in seconda istanza, ed egli potrà derogare dal principio 365/2 con coscienza e misura.

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Un impianto del genere, con le eccezioni del caso (madre o padre abusanti, eccetera) garantirebbe il pieno diritto dei figli alla bigenitorialità, affermato come primo e assoluto principio in forza di una legge, applicata subito per sentenza. Lo farebbe senza se e senza ma, come da più parti, a livello internazionale, ci viene richiesto di fare. L’applicazione sull’anno e non sul mese, poi, garantisce un’elasticità significativa ai due ex coniugi e la procedura abbrevia i tempi. Se poi si cominciasse a usare le nuove tecnologie (siti o app che registrino le comunicazioni scritte e siano producibili in tribunale) per la gestione della prole, si farebbe un passo ancora più avanti. Su questo impianto, inoltre, sarà semplice innestare altri principi: anzitutto il mantenimento diretto, importanti disincentivi all’alienazione, la disciplina della casa e del domicilio (argomenti su cui la proposta Pillon è già sufficiente, fatte salve alcune modifiche migliorative) e, perché no, pure un’iniziativa moderna sui patti pre-matrimoniali non guasterebbe.

Chiaro, una modifica del genere trasformerebbe i mal di pancia delle femministe in vere e proprie barricate. Ma a quel punto, tutelati gli interessi di chi su queste vicende fa utili, e trasformati quegli interessi in impulsi positivi, la cagnara resterebbe minimale, isolata e priva di argomenti. Perché si tratterebbe di una legge dello Stato a tutela dei minori figli di genitori che si separano, come tali consapevoli che la rottura del vincolo familiare comporta un cambiamento anche radicale di vita, asservito essenzialmente al benessere della prole, fin tanto che questa non è indipendente. Spero che l’ampia platea di coloro che oggi inneggiano al DDL Pillon, assetati come sono di qualche goccia d’acqua, si rendano conto che i loro figli hanno diritto di continuare ad avere due genitori in termini pienamente paritari, senza prevalenze o squilibri, nemmeno minimi. Accontentarsi in molti casi è un altro modo per essere sconfitti. E non è ciò di cui i nostri figli hanno bisogno. Spero dunque che si manifestino spazi perché una proposta di riforma della disciplina di separazioni e affidi acquisisca un meccanismo analogo o uguale a quello che ho provato a illustrare. Sicuramente perfettibile, come ogni cosa, ma che per lo meno garantisce, fin dal vero principio, il sacrosanto diritto dei figli a continuare ad avere due genitori, anche quando essi non sono più coniugi.


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41 commenti

  1. finalmente una legge giusta per i nostri figli in “balia” di un solo genitore. Ho speso una fortuna in avvocati per fare il papà in un paese dove la figura genitore-mamma viene sempre privilegiato. avere tempi paritetici evita speculazioni monetarie sui figli che cresceranno nell’amore di entrambi i genitori (capisco che è difficile rimanere indifferenti ad un contributo mensile + tutti gli extra che ricevi dal genitore-papà). E’ veramente ora di applicare pari diritti e pari doveri verso i nostri figli!!

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  2. È assolutamente assurdo che i figli siano costretti a lasciare una casa che hanno vissuto da sempre e alla quale sono affezionati e hanno desiderato tanto, per le esigenze di un padre che ne rivendica la proprietà… Una casa che magari il padre si è fatto e s’è intestato furbamente durante il matrimonio (in divisione dei beni) mentre la moglie per anni provvedeva alla famiglia in tutto e per tutto tanto avendo i figli non poteva comunque essere mandata via di casa per cui ha soprasseduto a volerne una parte per il bene di tutti….è comodo per il padre prendere tutto e tenersi i figli con mille necessità alle quali ha sempre provveduto amorevolmente la madre e pensare :”Tanto nel tempo che staranno con me non gli compro nulla, è superfluo, ci pensasse la madre e a mangiare li porto dai nonni ed io ho tutto lo stipendio intatto, per cui sarà solo un guadagno liberarmi di questa famiglia.. Sì signori perché in alcuni casi dove l’egoismo impera, gli uomini ragionano in questi termini, ve lo assicuro .. La madre per cui dovrà a sua volta, allontanata da casa, fare il max per non far mancare nulla ai figli e a distanza cercherà di colmare le sicure mancanze del padre con il cuore in mille pezzi per non poter vegliare sui figli.. Io direi che sarebbe il caso di sentire a tutto tondo i figli.. Loro non mentono mai… È un ddl che fa veramente schifo e i ragazzi sono parte lesa… Ddl da bruciare…

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    1. Commento sessista. Lasciamo tutto in mano alle madri che sono eque… tant’è che la statistica dice che mentono nell’80% dei casi… 50e50 e andate a lavorare!!!

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  3. Mi trovo totalmente d’accordo con l’opinione di Marco Stasi…acuta, profonda e realistica. Vorrei, però, portare un modesto contributo alla discussione evidenziando ciò che molti, uomini e donne, sottacciono e (soprattutto le seconde) strumentalizzano in nome dei minori. Le separazioni, a prescindere dai torti e dalle ragioni (o percentuali di esse), vanno ascritte esclusivamente ai genitori; ciò induce a ritenere che, se qualcuno deve pagar dazio, quello non deve essere il figlio. Ergo, ad alternarsi nella casa coniugale (prescindendo dalla proprietà) devono essere i genitori che, per i giorni in cui non sono chiamati a gestire la prole, è giusto (in relazione alle proprie capacità reddituali, alla cerchia di amicizie o parentale) trovino ricovero dove meglio credono e possono: dai ponti, alle camerate multiple, alle stanze singole, alle case o a… Buckingam Palace; ciò che, ritengo, (…e qui casca l’asino) farebbe anche giustizia delle molte, troppe assistite per incomprensibile, anacronistica, “costante giurisprudenza”

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  4. Notizie dal Senato.
    Affido minori: avvio discussione in sede redigente in 2a Commissione
    La Commissione Giustizia, lunedì 10 settembre alle 17, ha in programma l’avvio della discussione congiunta, in sede redigente, dei ddl n. 45 e n. 735 in materia di affido di minori. Il sen. Pillon riferisce in Commissione.

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  5. Egr, Stasi ringraziandola per l’ospitalità ,
    secondo Lei le associazioni stanno dialogando costantemente con Il Senatore per le garanzie sulla retroattività ? in modo da non avere sorprese ? ( non certo dovute al Senatore , ma alle solite “sorprese” alle quali siamo purtroppo abituati.

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    1. Caro Marco, non facendo parte di alcuna associazione o rete di associazioni, non sono in grado di risponderle con certezza. So che il mondo associativo ha collaborato fattivamente con il Senatore Pillon per cercare di strutturare una proposta positiva che, come ho detto nel mio articolo, tuttavia potrebbe essere migliorata e resa più garantista. Sono certo, ma vado sulla fiducia perché non ho notizie dirette, che l’associazionismo continuerà a seguire con attenzione il percorso del DDL.

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      1. Altra domanda: le associazioni che hanno i tentacoli nel parlamento e, per le quali, alcuni rischi di arbitrarieta del ddl da parte dell applicazione dei giudici, sembrerebbero non sviste del relatore ma accordi, saranno favorite o meno? Alziamo la testa e facciamo attenzione a wuesto altrimenti rischiamo la seconda legge 54/2006

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          1. Per adesso assistiamo comunque a un tiro incrociato contro il DDL. Anche ieri sul Fatto Quotidiano è uscito un articolo che non parlava bene del DDL Pillon, per non citare quelli di Repubblica che ne sparano uno al giorno redatti da avvocati dello studio Bernardini De Pace.

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            1. Repubblica è di sinistra e il ddl della lega….combattimento politico con padri sulla graticola. La responsabilità politica dovrebbe essere quella di contribuire a far votare la miglior legge attraverso gli emendamenti non sparare a zero attraverso i propri giornali!!!!

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  6. Scusate .. ho letto della retroattività e penso che migliaia di padri attendano tale situazione.

    Potete confermare che ci sarà in ogni caso tale indicazione ? per dare speranza a tutti i padri che si vedono limitare immotivatamente il crescere il proprio figlio ed attendono velocemente questa legge.

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    1. Ciao Marco. Difficile confermare qualcosa, trattandosi di un disegno di legge, che quindi dovrà passare alle approvazioni delle Camere. Al momento è prevista una norma transitoria che rende applicabile la legge (se verrà approvata) ai procedimenti in corso, e il Sen. Pillon ha assicurato che sarà applicabile anche a quelli già chiusi. Di più non si può dire…

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  7. Stasi: …Portare a casa qualcosa” significa non portare a casa nulla. In compenso non si potrebbe più sollevare la questione per altri vent’anni: “avete avuto la riforma del 2018, che volete ancora???”
    .
    Vogliamo la riforma del 2026 e poi quella del 2033 e poi anche quella del 2040. Tutte le riforme che ci interessano fino a quando avremo tutto ciò che vogliamo.
    .
    La questione figli/assegni etc. è il solo versante in cui gli UU abbiano ottenuto qualcosa, e lo hanno ottenuto un poco alla volta. Partendo da zero. Se si esclude perciò proprio la questione divorzio/figli, (dove partiva dal 100%) il femminismo non ha ottenuto tutto di botta, al contrario, è andato avanti con l’erosione progressiva per 50 anni su tutti gli altri fronti . Di gradino in gradino, di passo in passo fino alla devastazione.
    E’ di oggi la notizia che la Spagna sta predisponendo una revisione del codice penale.
    Ce ne saranno due: un Codice per F ed uno per M.
    Di passo in passo, di grado in grado, un pochino alla volta, insensibilmente…
    E zac…

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  8. sulla retroattività il DDL parla chiaro: i genitori posso chiedere la revisione in qualsiasi momento su istanza di parte. Quindi vale anche per i procedimenti in corso e quelli conclusi

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  9. Concordo pienamente, Davide: genitori uguali, tempi uguali. Il giudice deve diventare come un notaio, omologa l’accordo o applica la legge tout court. Le situazioni particolari rientrano in ambito penale e non civile, presunte violenze o calunnie che siano

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    1. Daccordissimo anch’io e mi sembra opportuno, come scritto nell’articolo, partire dal giudice e seguire alla mediazione rendendo reali i 365 giorni diviso due. Mi sembra altrettanto opportuno togliere il riferimento alla dimora principale ed alle spesa extra, tutti elementi che danno arbotrarieta alla legge e ridanno i problemi della 54/2006.

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  10. Credo che in attesa del giudice e durante la mediazione semplicemente i due coniugi non sono separati. Ovvero si continua come durante la preparazione del ricorso per separazione oggi, e prima dell’udienza. Certamente se uno lascia il domicilio e si allontana dai figli intanto subisce ciò che impone chi resta a casa. Il problema vero e quando l’allontanamento viene ordinato dal giudice in presenza di denunce. Li il DDL Pillon non salva nessuno.

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    1. Sì ma, intanto che il giudice decide, restaci a casa a subire angherie a mobbing a tutto spiano… Meglio che il giudice intervenga subito e detti subito le regole. Sulle denunce, una legge di ordine civile può fare poco. Lì occorre mettere mano al penale, e potrebbe essere il passo successivo a una riforma finalmente equa e sensata.

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  11. purtroppo però non siamo in posizione di parità, sia perché c’è il pericolo opinione pubblica ( femministe e sinistra in genere ) e sia perché c’è il rischio rappresentato dalla magistratura che rischia di far fare a questa riforma la fine della ottima del 2006, e questo mi spaventa, anche perché ogni giorno che passa, con la normativa e l’interpretazione che i magistrati ne danno, si rischia di ridurre sempre più i margini di sopravvivenza, faccio un esempio, all’inizio il trasferimento di residenza del minore doveva essere sottoscritto da entrambi i genitori ( mi ricordo un dibattito tra un magistrato della corte costituzionale e tiberio timperi, in cui il primo affermava ripetutamente che il trasferimento di residenza dei minori doveva essere sottoscritto da entrambi i genitori ) si è passata ad un giudicato della corte di cassazione che ha ritenuto lecito il comportamento della madre che ha trasferito unilateralmente la residenza dei figli senza assenso dell’altro coniuge ( trasferimento da chieti a gorizia, quindi in pratica si è vanificato anche il diritto del padre di vedere i figli…. ah, dimenticavo il padre è anche magistrato )

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    1. Credo che una norma impostata come ho cercato di illustrare nell’articolo ridurrebbe al minimo questo tipo di fenomeni. Si tratta di capire se questo Governo e questo Parlamento sono sufficientemente forti per imporre finalmente un principio uno da cui far discendere tutto: 50% a monte, per sentenza, senza se e senza ma. Poi in mediazione si articola sull’anno. Così i magistrati non avrebbero proprio margine. Quanto all’opinione pubblica femminista… bah, sono quattro gatte ululanti. E irrilevanti. La maggioranza delle donne-madri condivide il principio della bigenitorialità, è fatta di persone oneste e autonome, che non cercano posizioni privilegiate né vitalizi. Dobbiamo capire questo anzitutto.

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    2. In alcuni punti il ddl sembra cadere nella distrazione giuridica del relatore. Speto che tali disttazioni vengano corrette dagli emendamenti, che il ddl divenga legge in qualche mese e non in due anni e, che non sia frutto di accotdi poiché troppe distrazioni fanno pensare eppoi in senato vanno sempre le solite caste a discutere.

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  12. Io però mi chiedo una cosa: supponiamo che padre e madre vivano in città diverse e che ovviamente i figli in età scolare possano frequentare una scuola solo in una delle due città. In quel caso come si può dividere il tempo equamente?

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    1. Ti rispondo come se la legge prevedesse il meccanismo che ho suggerito io. Il giudice valuterebbe la situazione come l’hai descritta tu, saprebbe che deve attribuire, perché glielo impone la legge, 128 giorni al padre e 128 allla madre nel corso di un anno. Dunque sentenzierebbe, DA SUBITO, che il bambino resti con il genitore che risiede nel luogo dove il bambino usualmente va a scuola (o dove è nato e cresciuto fino a quel momento) e resti con lui nelle giornate in cui c’è scuola, affidandolo all’altro in ogni giorno festivo (quando non c’è scuola, dunque i weekend e l’estate).
      Se poi questa suddivisione ai due ex coniugi non va bene, in fase di mediazione possono elaborarne un’altra, purché si tenga fermo il principio dei 128 giorni (e notti) a testa.
      Che ne pensi?

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  13. Hai dimenticato di voler rendere il del retroattivo di almeno sei anni. Tanti/e ragazzi/e che, causa psicologi/ghe e giudici compiacenti, non riescono a liberarsi di madri narcisiste se non violente sarebbero grati/e.

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        1. Non è un decreto, ma un Disegno di Legge. A parte questo io credo che si applicherà al giudicato, dietro richiesta di una delle parti. L’ha specificato anche lo stesso Senatore in una diretta Facebook.

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          1. Si, volevo dire un ddl. Tuttavia, a me le cose non scritte, ma dette a voce, preoccupano sempre. Per il reso concordo con le osservazioni che lei ha fatto nel suo articolo

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            1. Sa, in linea di massima (ma bisognerebbe chiedere a un avvocato e tutti quelli a cui ho chiesto hanno confermato), in questi casi una richiesta di revisione è sempre ammessa. Se non lo è, la legge lo esplicita (“non ha valore retroattivo”). Sono abbastanza convinto quindi che una qualunque norma di revisione di questa materia potrà applicarsi anche alle sentenze passate in giudicato. Fermo restando che, se la nuova norma, qualunque sarà, innova in modo equo la materia, ci sarà un vero e proprio assalto, col rischio di saturare ancora di più i tribunali. Per questo nelle mie osservazioni ho valutato maggiormente utile la disposizione di un giudice che “notifica” la necessità del 50/50, lasciando alla mediazione il compito di stabilire come declinarla.

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              1. concordo pienamente. Anche perchè un intasamento dei tribunali rischia di allungare i tempi della decisione del giudice e quindi i tempi necessari a ricevere nuove disposizioni

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      1. Non vogliamo ricorsi ed implicita retroatyivita, vogliamo sancita la retroattivita e vogliamo che sparisca l indicazione di residenza prevalente e contributo extra poiche rappresentano una leggerezza, una distrazione, che rende arbitrario il ddl e rimanda al fallimento del 2006. Non credo che possano sfuggire alcune lacune e confido negli emendamenti ed in tempi veloci d approvazione

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  14. sinceramente, fare modifiche che stravolgano l’impianto del ddl lo trovo pericoloso, è vero che viene dato un panino di mortadella e gli altri banchettano a lasagne, ma stante la situazione, a voler troppo si rischia di non stringere nulla!. Si tenga anche presente che c’è la spada di Damocle della magistratura, che potrebbe annacquare ( come ha fatto con l’ottima legge del 2006 ) la normativa stravolgendone i contenuti rendendola più gravosa per i padri.. insomma, dico di cercare di portare a casa qualcosa, in questa fase, è fondamentale!!

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    1. Ecco, è proprio su questo approccio, se mi permetti, che dissento in modo radicale. L’attrattiva del panino alla mortadella è per i genitori, mentre qui in ballo ci sono i minori. E’ a loro che occorre pensare. E per loro deve valere il meglio del meglio, ossia una legge che aquisisca in toto il concetto di bigenitorialità e la imponga da subito, per poi aprire ad articolazioni lasciate in mano ai genitori. In questo modo il giudice ha zero margini per operare, i minori hanno il loro diritto tutelato e gli ex coniugi si adeguano.
      “Portare a casa qualcosa” significa non portare a casa nulla. In compenso non si potrebbe più sollevare la questione per altri vent’anni: “avete avuto la riforma del 2018, che volete ancora???”. Così ci sentiremmo rispondere dopo aver avuto il panino con la mortadella che nulla o pochissimo (un contentino) finirebbe per dare.

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      1. In questo post il sig. Stasi (lo chiamo sig perchè non conosco il titolo di studio, non vuole essere un diminutivo, tanto più che da come scrive è chiara la sua cultura) afferma “E per loro [i minori] deve valere il meglio del meglio, ossia una legge che aquisisca in toto il concetto di bigenitorialità e la imponga da subito, per poi aprire ad articolazioni lasciate in mano ai genitori. In questo modo il giudice ha zero margini per operare, i minori hanno il loro diritto tutelato e gli ex coniugi si adeguano.”.
        In teoria concordo al 100 % con questo principio, il problema è che ritenere o cercare di creare un giudice che abbia “zero margini per operare” nel diritto di famiglia significa che cercare di corregge dei possibili errori creando un mostro. La legge deve essere per definizione astratta (non può materialmente prevedere ogni caso particolare) ed avere un margine interpretativo, pensare il contrario è legittimo per carità, ma se applicato sarebbe devastante, e vorrei sottolineare che sono uomo e avvocato.

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        1. Gentile avvocato Caretta, come le ho detto qui c’è ampio spazio per il confronto e la discussione, purché supportati da argomentazioni e ragionamenti. Lei dunque è il benvenuto.
          Nel merito: vedo che lei sostiene la necessità di lasciare margini di discrezionalità al giudice, legando questa necessità proprio alla frequente sussitenza di condizioni “particolarissime” presso le coppie in separazione.
          Io trovo che, nel disegno da me ipotizzato, il problema non si ponga. Ma partiamo dall’inizio: è stata proprio la discrezionalità del giudice a rendere la 54/2006 misapplicata, tanto da attirarci diverse condanne dalla CEDU. Da noi il diritto del minore alla piena bigenitorialità non è garantito. In questo senso, lei lo sa, la magistratura ha addirittura inventato istituti extra legem (genitore collocatario, diritto di visita, ecc.). Qualcosa che non faticherei a definire sovversivo. Insomma i giudici, con la loro discrezionalità, non hanno adottato in 12 anni una condotta granché conforme, in questo senso. E ometto di sottolineare quanto la “maternal preference” abbia profondamente inficiato la capacità di equilibrio dei giudici nell’esercizio della loro potestà interpretativa. Sebbene sia chiaro io da che parte stia (non mi nascondo dietro a un dito), non voglio però metterla su questo piano, ma sul quello di leggi-diritti-doveri.
          E su quel livello, va preso atto che una norma dello Stato (54/2006) che parla di affido paritario condiviso e di mantenimento diretto non ha sortito gli esiti attesi, nella maggioranza dei casi, proprio per un esercizio eccessivo di discrezionalità da parte della magistratura.
          Ma non è tanto la condotta dei giudici che suggerirebbe una modifica quale ho descritto in questo articolo. Non deve esserci nemmeno il sospetto di un intento “punitivo”. Si tratta di seguire un paio di principi.
          Il primo è, appunto, la certezza che al minore venga garantito il suo diritto alla bigenitorialità, che è un principio generale e astratto, come ogni legge richiede. Esso deve diventare un valore acquisito appieno nell’ordinamento dello Stato italiano come prioritario rispetto ad ogni cosa. Anche alle particolarissime esigenze dei separandi. Che però non vengono assolutamente dimenticate: passano solo in secondo piano, anche come assunzione di responsabilità rispetto alla rottura di quei “pacta” assunti tempo prima, che avrebbero dovuto essere “servanda”, ma non lo sono stati. Fallito il patto si deve fare un passo indietro, se c’è di mezzo un minore.
          Ecco allora che il giudice in primissima istanza fa il suo vero e proprio mestiere: impone la forza della legge, riconoscendo al minore il suo diritto a frequentare paritariamente mamma e papà, con il criterio del 365 diviso due. Cittadini consci di questo passaggio teoricamente arriverebbero dal giudice avendo già in mano un accordo conforme (salvo straordinarie eccezioni in deroga, pur sempre comprovate). In caso contrario il giudice potrà ancora esercitare la sua discrezionalità, acquisendo tutte le note caratteristiche dei due genitori ed elaborando lui una suddivisione dei giorni annui che possa essere accettabile, fermo restando il principio di base. Non va ancora bene? Ottimo: c’è la mediazione. Andate e tornate con un accordo, purché si tratti di 182 giorni annui a testa. E’ in quella fase che i “particolarissimi casi” possono trovare una declinazione soddisfacente, presso un mediatore o coordinatore genitoriale. Partendo dal presupposto che sono loro, i genitori, chiamati per responsabilità a modificare (sacrificare?) le proprie abitudini di vita per l’agio della prole che hanno messo al mondo.
          In un colpo, come vede, questo meccanismo preserva il “principio di Stato”, quale la bigenitorialità piena deve diventare, e la necessità di tener conto delle situazioni particolari. Il tutto con diversi altri effetti collaterali: la brevità dei procedimenti (in tre udienze, se tutto è ben condotto, si risolve tutto); l’assenza di vie di fuga (il papà che pensa di deresponsabilizzarsi pagando e sparendo dalla vita del figlio, non potrà farlo; la madre che pensa di potersi appropriare della prole, non potrà farlo).
          Certo la brevità del procedimento non depone a favore della profittabilità economica delle separazioni per chi fa la sua professione, avvocato, me ne rendo conto. E so quanto è ampio e ricco quel tipo di mercato. Si tratta, da parte della sua importante categoria, di comprendere che è un settore, quello delle separazioni e del diritto di famiglia, la cui profittabilità deve cedere il passo se di mezzo c’è la vita e la serenità di un minore. E’ un richiamo etico, in questo senso, che a sua volta richiama alla deontologia.
          In conclusione: dissento che un meccanismo del genere sarebbe devastante. Tutt’altro: darebbe ciò che una comunità si aspetta da una legge, ossia regole chiare, certe, distribuzione equa delle responsabilità e, perché no, anche un contributo a modificare mentalità e approccio generali su un tema da troppo tempo nebuloso e aperto a sperequazioni spesso inaccettabili.
          E, mi permetta, se l’esperienza e la professionalità di un giudice è preziosissima in tutti i casi in cui la esercita, attraverso i suoi margini interpretativi, questa sua peculiarità dovrà retrocedere rispetto al diritto del soggetto debole per eccellenza, ovvero il minore, e accettare che il suo esercizio possa esprimersi entro limiti non superabili.
          Non ho una laurea in giurisprudenza, se è questo che vuole sapere, ma in scienze politiche. E non c’è nemmeno bisogno di chiamarmi “signore”. In questo contesto informale Davide va più che bene.
          Un cordiale saluto.

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        2. Mi permetta una piccola coda alla risposta. Solo per consigliarle la lettura dell’articolo che uscirà domani su questo blog a firma Giuseppe Augello. Credo possa dare ulteriori utili spunti di riflessione rispetto ai pareri che ci siamo scambiati.
          La seconda, più importante, il vero aspetto controverso di una legge, quale che sia, su separazioni e affidi non sono tanto i principi di base, né i particolarissimi casi, né la discrezionalità del giudice. Bensì il frequentissimo utilizzo dell’arma penale per garantirsi un immediato allontanamento della controparte dall’alveo familiare.
          Lì è davvero difficile pensare a un meccanismo disincentivante efficace e conforme allo Stato di Diritto, che pure, per come vanno le cose, sarà necessario, come ammesso ad esempio da Piercamillo Davigo.
          Vedo all’orizzonte, nemmeno troppo in lontananza, a forza di insistere in modo così sistematico con le false accuse, un graduale abbandono dell’obbligatorietà dell’azione penale.
          Istituto nobilissimo, di cui questa comunità si sta mostrando sempre meno degna, in particolare nei casi di separazione conflittuale.
          Cosa ne pensa?

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