I centri antiviolenza, la fame e la pistola fumante

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Settimana scorsa una lettrice ci ha segnalato questo articolo. Viene da una piccola testata locale (Abruzzo), ma è comunque di un’importanza capitale, come sempre è la pistola fumante nel caso di un delitto. Lo chiamiamo “articolo”, ma in realtà è la pubblicazione paro paro di un comunicato stampa o lettera inviata dai centri antiviolenza locali a Marco Marsilio, Presidente della Regione, e agli assessori competenti. Nemmeno lo sforzo di interpretarlo o filtrarlo da parte della testata giornalistica, insomma: sbattuto in pagina così com’è, come faceva la Pravda con le veline del partito comunista sovietico. E il tono della lettera è ugualmente ultimativo: detta la linea. Non chiede, non perora una causa, quasi ordina. Vediamolo nel dettaglio.

Non si fanno giri di parole, si va subito al sodo e si evocano i “numeri” dell’aumento delle violenze domestiche durante il lockdown di recente diramati da D.I.Re.: “Se è vero, come è vero, che le segnalazioni che pervengono ai Centri (come peraltro testimoniato dai dati distribuiti da D.i.Re) sono aumentate a dismisura a causa della convivenza forzata…”. Segue la segnalazione di un “femminicidio” che sarebbe avvenuto in zona. Ecco, qui c’è tutto. La patente di veridicità per dati non verificati e non verificabili, non dissimili da quelli falsi diffusi volutamente proprio da noi, l’eccesso parossistico della rappresentazione di numeri che, anche prendendo per buoni i dati D.I.Re. (e non lo sono affatto, come si è detto qui proprio ieri), sarebbero comunque risibili, sono parte della premessa necessaria a ciò che viene dopo. Si evocano fantasmi con voce vibrante e tenebrosa come pre-condizione di ciò che verrà


Ci sono stipendi da pagare e intere clientele da alimentare.


E che, naturalmente, è sempre la solita cosa: soldi. Il ministro Bonetti, si dice, ha erogato 30 milioni alle regioni (qualcuno dice sottraendoli alle famiglie, e non stupirebbe se fosse vero). Sono pochi, pochissimi, quindi ecco il primo diktat: “vanno con immediatezza individuati ulteriori fondi…”. Non importa chi li mette: la Regione, i Comuni, l’elemosiniere di Bergoglio, ma qualcuno deve mettercene altri. Perché i centri antiviolenza hanno fame, i soldi sono disponibili dal 2 aprile per le regioni, quindi è tempo di tirare fuori la grana. Così sembra dire il comunicato: fermi tutti, questa è una rapina. Ma non è tutto: finora i fondi venivano distribuiti sulla base di progetti che le regioni mettevano a bando, per correttezza, trasparenza e rigore giuridico. Be’, ora basta: così dice il comunicato, perché “se così fosse, ciò porterebbe ad un forte ritardo nell’attribuzione e nella spendita dei fondi”. Ancora: i CAV hanno fame, vogliono spendere, quindi poche palle burocratiche.

Quello che fa il comunicato, insomma, è esigere la commessa diretta da parte della Regione. Lo fa con giri di parole tratte dal vocabolario della neolingua in salsa UE: “nel rispetto del principio di sussidiarietà circolare”, “allargare il tavolo di consultazione”, ma il significato è chiaro. Il messaggio è: niente più bandi, si coinvolgano i centri antiviolenza al tavolo spartitorio regionale. Sempre nella metafora dei banditi insomma: “tot a te, tot a me…”. Questo è ciò che chiedono i centri antiviolenza al Presidente della Regione Abruzzo e, c’è da scommetterci, una richiesta simile è stata avanzata anche a tutte le altre amministrazioni regionali. Perché i centri antiviolenza sono allo stremo, hanno fame, sono molto ben abituati dal lato economico, come si è detto ieri, e pur avendo poco o nulla da fare ci sono stipendi da pagare e intere clientele da alimentare.


Bisogna far mostra di credere agli spettri.


L’apice del comunicato, come in tutti i testi ben costruiti, è alla fine, quando chiede perentoriamente che venga individuato: “un altro metodo rispetto a quello del finanziamento di progetti attualmente in uso. Metodo che potrebbe basarsi sulle reali esigenze numeriche”. Qui è davvero la pistola fumante. Qui, come dicono i francesi, c’è la prova che tout se tient, tutto è coerente. Numeri farlocchi, non verificati e non verificabili all’inizio per evocare fantasmi spaventosi, richiamati poi alla fine per chiedere una spartizione diretta dei soldi. E’ ciò che su questo blog diciamo e denunciamo da anni: propaganda a sostegno di un business su un’emergenza che non c’è. In questo comunicato è tutto messo nero su bianco, senza remore. Senza vergogna.

Sì perché se dal ministro Bonetti ormai è chiaro che non ci si possa attendere nulla di sensato ed equilibrato, il panorama regionale, politicamente frastagliato, può dare ancora rappresentare un ostacolo, ecco il perché del diktat. Per disposizione costituzionale, infatti, le regioni hanno competenza diretta, tra l’altro, su temi come la sanità e la formazione. Visto quanto accaduto con l’emergenza coronavirus, sarebbe in loro potere, alla luce di un’emergenza, quella sì dannatamente reale, destinare quei soldi altrove. Tipo per dispositivi medici o iniziative di formazione e ricollocamento al lavoro per chi l’ha perso. E’ certo che, se qualche regione provasse a utilizzare così i fondi pubblici, verrebbe azzannata al polpaccio dalla rete degli inutili centri antiviolenza e dai loro coordinamenti nazionali. Perché ci sono posti di lavoro parassitari e consorterie da tenere vivi, bisogna dunque far mostra di credere agli spettri e per questo dar soldi agli acchiappafantasmi. A meno che gli abruzzesi e gli italiani tutti, specie se vestono una toga o la divisa della Guardia di Finanza, non si stufino di queste ruberie e malversazioni legalizzate e non inizino a prendere provvedimenti.


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