Cassazione: alla genetica non si comanda

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di Giorgio Russo – Di mamma ce n’è una sola. E la famiglia è quella costituita da una madre e da un padre. Così ha deciso la Cassazione, dirimendo una controversia che vedeva opposte due donne lesbiche e lo Stato. Quest’ultimo, rappresentato dall’anagrafe di un comune veneto, si è rifiutato di iscrivere entrambe le donne come madri della figlia biologica di una di esse, concepita tramite fecondazione assistita con il consenso di entrambe. Nell’emettere la propria sentenza, la Cassazione si è riferita a una pronuncia precedente che definiva come non incostituzionale il divieto di fecondazione assistita per coppie gay.

In Italia la possibilità di avere un figlio attraverso la fecondazione assistita, inizialmente riservata alle coppie sterili, è stata successivamente estesa alle coppie fertili. Resta vietata a single, omosessuali, donne in età avanzata e post-mortem, ad esempio con il seme congelato del marito defunto. La novità della sentenza di Cassazione è però l’affermazione di un’esigenza ritenuta primaria: fare in modo che il nucleo familiare “riproduca il modello della famiglia caratterizzata dalla presenza di una madre e di un padre”. In sostanza la Suprema Corte ha certificato l’ovvio: “madre” può essere una sola, quella che partorisce il bambino, che con lui ha un legame biologico, e “famiglia” è quella che preveda un genitore maschio e uno femmina.


Commenti arrabbiati e indignati.


Le reazioni alla sentenza non si sono fatte attendere. Anzitutto dal lato mediatico. E’ piuttosto ovvio che se la Cassazione avesse dato l’ok per la definizione di “madre” a entrambe, avremmo avuto titoli cubitali e aperture dei telegiornali; avendo detto no, il resoconto relativo si reperisce soltanto in siti specializzati di questioni giurisprudenziali o in qualche microtrafiletto qua e là nel mainstream. Ben più rilevanti sono le reazioni delle due interessate, testimoniate dal loro avvocato: “sono rimaste deluse, per questo ricorreranno alla Corte di Strasburgo”. In altre parole, si cercherà la sponda di politiche e istituzioni da tempo anti-familiari, come quelle internazionali ed europee, per ottenere ciò che natura nega.

Ancor più rilevante l’osservazione del legale delle due: “la Cassazione così umilia una donna unita civilmente con la compagna”. In quel verbo c’è tutta la logica gender sottesa a queste questioni: l’umiliazione, il dolore interiore per un desiderio frustrato, rappresenta una ferita per cui si può e si deve chiedere giustizia. In questa direzione vanno anche tutti i commenti arrabbiati e indignati scaturiti sulla sentenza all’interno del mondo LGBT. Al quale evidentemente non va proprio giù il fatto che la realtà è quella che è, e non può essere cambiata né dai desideri individuali, né dalle carte bollate.


Si tratta di fatti, come tali attinenti alla verità delle cose.


affido condivisoLa realtà è che due soggetti dello stesso sesso non possono avere figli. Per di più tutti gli studi pedagogici dicono che due soggetti dello stesso sesso non devono avere figli. Per il bene dei figli stessi. La realtà dice anche che per generare un individuo servono i gameti maschile e femminile, i produttori dei quali si qualificano come padre e madre biologici. Il figlio porta in sé l’esito del “mix” genetico dei genitori: gli esami del DNA sono spietati, in questo senso. Dicono la verità. E la verità, piaccia o meno, resta tale, anche se (anzi soprattutto quando) umilia e ferisce. Si tratta di venire a patti con questo, una volta per tutte.

La Cassazione ha emesso la sua sentenza non (solo) per onorare un aspetto tradizionale valido per secoli, ma perché i maggiori studi sulla bigenitorialità dimostrano che la crescita armonica di un individuo riposa sulla presenza di due modelli educativi diversi, due soggetti capaci di fornire due differenti modelli esemplari. Si tratta di fatti, come tali attinenti alla verità delle cose. E’ indubbio che il mondo omosessuale abbia in passato patito discriminazioni e limitazione dei diritti. E’ altrettanto indubbio che oggi, vivaddio, quelle situazioni inique sono state nella gran parte dei casi sanate e ora sia automatico garantire l’accesso di tutti ai diritti umani, a prescindere dall’orientamento sessuale. Da qui a pretendere di andare contro natura (e contro la legge che ne discende) per un ultradiritto, ce ne passa. Bene ha fatto la Cassazione a scolpire il concetto con il suo verdetto.


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