STALKER SARAI TU

Circondati da falsari e spacciatori di emozioni

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LA FIONDA

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di Davide Stasi. La gente è nervosa, stressata e tesa. Visibilmente. La pandemia e ciò che ha comportato hanno avuto di certo il loro peso in questo mutamento in peggio delle emozioni circolanti, eppure non sembra essere la sola causa scatenante. È il clima generale che sembra trasmettere un senso di irritazione e fibrillazione permanente, ed è parlando con le persone o ascoltando quali riflessioni si fanno nei luoghi di aggregazione, reali o virtuali, che si ha una chiara percezione di un nervosismo sovente espresso come voglia di conflitto. Le cause di questo scenario sono diverse e articolate, ma su una vorrei soffermarmi in particolare: la polarizzazione indotta dai mezzi di comunicazione di massa. I quali, facendo correttamente il loro mestiere, potrebbero essere una cura, se non forse la cura, alla tensione psico-socio-culturale che attraversa le masse. Purtroppo però essi ne sono invece tra i principali induttori.

Polarizzazione significa spingere le opinioni generali agli estremi possibili di una questione, imperniando il racconto del reale sempre e comunque su una contrapposizione diadica. Di qualunque cosa si parli, la proposta è diretta alle emozioni, non al ragionamento e si riduce allo stare di qua o stare di là. Una logica da tifoseria, accettabile negli sport dove c’è un confronto agonistico a due, molto meno in una realtà multiforme e in costante trasformazione. I media hanno nelle loro redazioni due grandi armadi, uno pieno di abiti neri, l’altro pieno di abiti bianchi, in entrambi i casi con pochissime taglie disponibili. Quando devono raccontare qualcosa, decidono quale di essi far indossare alla notizia. E se la misura non c’è, poco male: l’abito si fa calzare a forza. E così quattro delinquenti comuni che uccidono un bravo ragazzo diventano improvvisamente “fascisti”, sebbene non ci sia prova di una loro militanza politica, anzi su alcuni loro social è stato riscontrato fossero seguaci di molte pagine progressiste. Allo stesso modo un professore che esprime una verità scomoda (va detto: con toni sicuramente rozzi e sgarbati) diventa di colpo “sessista, misogino e omofobo”. Sistematica, come registriamo molto spesso su queste pagine, l’antinomia uomo-carnefice/donna-vittima con cui viene interpretato (o tacitato) ogni fatto di cronaca rilevante relativo alle relazioni tra sessi.


I media sono lì solo per farti provare emozioni.


Non importa, in questa sede, che in queste dinamiche si manifesti una narrazione “dominante” che si autocertifica come portavoce del Bene, e una “minoritaria”, definita dalla prima come portatrice del Male. Oggi, ad esempio, una donna sfregiata con l’acido guadagna la massima attenzione e il suo aggressore la più feroce gogna, mentre a parti invertite la donna che ha aggredito ottiene toni concilianti e indulgenti e l’uomo-vittima viene sostanzialmente ignorato. Ma non è detto che le tendenze narrative rimangano queste per sempre. Vari fattori possono far cambiare gli indirizzi delle redazioni che, in quanto sostanzialmente soggetti commerciali, attaccheranno sempre il carro dove vuole il padrone, per poter sopravvivere. Non interessa dunque quali siano oggi gli schieramenti contrapposti. Interessa il fatto che ogni mezzo di comunicazione imposta il proprio lavoro in modo da spingere l’opinione pubblica agli estremi. Non per dare ad essa elementi di riflessione e chiavi di lettura per una visione critica della realtà, ma per suscitare emozioni che polarizzino appunto i destinatari, dividendoli continuamente in schieramenti estremi contrapposti.

Le categorie che si fronteggiano, con le loro etichette, sono innumerevoli. A titolo d’esempio (e con termini forse non sempre appropriati): misogino/femminista, pro-LGBT/omolesbotransfobico, sinistra/destra, progressista/fascista, razzista/accogliente, pro-Europa/anti-Europa, vaccinista/antivaccinista, uomini/donne, onnivoro/vegetariano-vegano, liberal/trumpiano, complottista/conformista, millennial/boomer, competente/incompetente, covidista/negazionista, ecologista/scettico, e tanti altri. Si arriva così a una situazione dove quasi non c’è scampo. In qualunque ambito dell’esistenza esiste un’etichetta corrispondente a una categoria estrema in cui si può venire ficcati a forza o si viene indotti a ficcarsi da sé. Viene in mente di nuovo l’esempio dei quattro assassini di Willy Monteiro, oggi etichettati unanimemente come fascisti. O ancora il famoso “uovo razzista” di qualche tempo fa. Anche contro ogni evidenza, anche a prezzo di palesi falsificazioni, i media sono lì per farti provare le emozioni che ti inducano a vestire a forza uno degli abiti preconfezionati che hanno in redazione, e di cui vestono le notizie, che sono la parte del mondo attorno a noi cui si decide di dare rilevanza e significato.


Serve un ritorno alla capacità collettiva di ragionamento e di dialogo.


È chiaro che questo approccio non ha nulla a che fare con il giornalismo e che il suo esercizio ha sull’opinione pubblica un gigantesco effetto irritante. Vivere circondati da questa informazione è come abitare in una casa piena di rubinetti, tutti con il difetto di far cadere rumorosamente la goccia. Incombono così la nevrosi del sentirsi circondati da persone che la pensano all’opposto di noi, ma anche la paura di venire pubblicamente etichettati male, di vedersi attribuito un abito nero e totalmente fuori taglia. Si vive con un sospetto costante verso il prossimo e un costante timore per se stessi. Questo è l’effetto della polarizzazione con cui i media ci raccontano la realtà: una zizzania latente e diffusissima. La domanda è: perché lo fanno? Le risposte sono molte. La più ovvia è che essi così facendo reggono il moccolo al potere, invece di controllarlo e criticarlo (come sarebbe loro compito), contribuendo a dividere la gente, condizione ideale affinché alcuni imperino comodamente. Ma non c’è solo quello. C’è anche un mix micidiale che mette insieme business e psicologia umana. Quest’ultimo è l’aspetto chiave: noi umani, per istinto innato, cerchiamo la semplificazione. Paura e pigrizia ci pervadono fin dalla nascita, in modo naturale rifuggiamo la prima ed esercitiamo ampiamente la seconda. Affrontare qualcosa che temiamo o sforzarci di approfondire una questione in modo critico, specie quelle che sentiamo opposte al nostro sentire, sono azioni che richiedono uno sforzo su se stessi non da poco, oltre che una profonda maturità intellettuale.

Un giornalismo serio dovrebbe stimolare quello sforzo, ma i media hanno bisogno di audience per sopravvivere. Devono vendere copie, esibire le loro inserzioni, altrimenti chiudono. La soluzione più semplice dunque è alimentare fino all’obesità il desiderio diffuso di semplificazione: l’eliminazione di ogni sfumatura e di ogni articolazione è la soluzione ideale. Una strategia però che, di fronte alla complessità del reale, richiede ai media quasi sempre operazioni mostruose di falsificazione e la traduzione di fatti razionali in storielle buone per muovere le viscere profonde delle persone, le loro emozioni più istintive, quelle che spengono il cervello. Anche per questo sempre più persone abbandonano i cosiddetti “professionisti dell’informazione”, selezionando invece con attenzione, in particolare sul web, le proprie fonti informative, premiando chi si sforza, pur non nascondendo il proprio legittimo posizionamento, di affrontare tematiche critiche comprovando le asserzioni con argomentazioni e prove. Davvero, un ritorno alla capacità collettiva di ragionamento e di dialogo passa sempre più dall’astensione dalla frequentazione dei media mainstream così come dei social network, due facce della stessa medaglia, che cooperano attivamente in un’incessante attività di falsificazione, polarizzazione e disseminazione di zizzania. Fatta questa operazione di igiene mentale, occorre tornare a cercare e selezionare canali comunicativi trasparenti nel loro posizionamento e rigorosi nell’argomentare e comprovare ciò che sostengono. È questo il solo modo per raddrizzare binari che stanno conducendo tutti verso un baratro di malessere generalizzato e conflitto.


16 thoughts on “Circondati da falsari e spacciatori di emozioni

  1. ne ” i robot e l’ impero ” il robot umanoide Giskard Reventlov confida al compagno più evoluto Daneel Olivaw :
    ho scoperto che è più facile influenzare grandi masse di umani tramite le emozioni che non piccoli gruppi col ragionamento !
    ecco i media

  2. Articolo di grande spessore. L’antidoto potrebbe essere la scuola, che dovrebbe diffondere gli anticorpi, ma purtroppo anche la scuola, e perfino l’Università, pare aver abdicato al suo compito più nobile, perchè mal governata e minacciata da forze reazionarie ammantate di buoni sentimenti, come nel caso del femminismo. La famiglia, tranne eccezioni, si alimenta della porcheria mainstream. Insomma, c’è da stare davvero poco allegri.

    1. l antidoto sarebbe chiudere i social e spiegare alle persone che si può discutere senza la presunzione di avere ragione e di dover arrivare per forza al fine ultimo di vincere la discussione ed avere ragione… si può parlare e confrontarsi senza arrivare ad un vincitore per forza, si possono anche avere opinioni e visioni diverse, tolleranze diverse ecc… le uniche tolleranze che non consento sono quelle che consentono a persone di sovrastare i diritti di qualcun altro, vedasi separazioni completamente squilibrate, vedasi femminismo, vedasi uteri in affitto che sorpassano il diritto del minore di avere padre e madre e similari

      1. Sono d’accordo, anche se chiudere i social la trovo una misura un po’ estrema. Non sono quasi mai gli strumenti in sè che dobbiamo demonizzare quanto il loro utilizzo sbagliato. In ogni caso chi si fa carico di spiegare e diffondere quelle buone regole di condotta e di giudizio? Potrebbe farlo la scuola, come scrivevo sopra, però torniamo a bomba. Basta provare a demonizzare il femminismo, poi se la cosa si diffonde oltre l’aula scolastica e raggiunge le paladine della libertà d’insegnamento e d’informazione, vediamo che fine fa l’autore della lesa maestà.

        1. Una cosa che ci diciamo spesso in “redazione” è che i social network sono come la scrittura su stampa. Quando Gutemberg scoprì il modo di realizzarla, si capì che a quel punto i libri potevano diventare un prodotto “di massa”. Restava il problema di chi avrebbe potuto giovarsene, in tempi in cui l’analfabetismo colpiva il 95% della popolazione. Perché lo strumento “libro stampato” diventasse utile davvero e pienamente fruibile a tutti, ci vollero secoli di alfabetizzazione diffusa. Lo stesso vale per i social e il web in generale, con la differenza che leggendo un libro difficilmente puoi fare del male a qualcuno, con il web e i social sì. Ecco che si innesca allora la logica della “patente”, come quella dell’auto. Prima di metterti alla guida devi dimostrare di conoscere le regole e di saper portare il mezzo senza pericolo per te o per gli altri. Non ora, è prematuro, ci sono ancora tante isterie rispetto alla “libertà di espressione”, scambiata per “licenza di dire ciò che si vuole senza pagare alcuna responsabilità di ciò che si dice”, ma in futuro (se il futuro avrà un senso) sarà indispensabile una “patente” per mettersi alla guida di una pagina di social network o per navigare sul web. Perché, come dici tu, il problema non è mai lo strumento, ma chi e come lo usa. Come per il coltello: ci puoi tagliare il pane da distribuire in famiglia o aprire la pancia a qualcuno…

          1. no io toglierei proprio i social invece, o al limite posso avvontentarmi che vengano tolti i commenti…. e spero sia una richiesta che i cittadini facciano il prima possibile… è impossibile far fare una patente e garantire il rispetto delle regole, non dovendo rispettare l educazione base e non trovandosi faccia a faccia con chi si conversa si perde ogni inibizione… molti bambini rischiano di passarci le giornate, è uno strumento di ostentazione di se stessi, uno strumento di invidia, uno strumento di controllo dei nostri gusti e quindi sfruttato da chi ha interesse a condizionarci in qualunque ambito ecc ecc… nono io lo chiuderei subito cosi come chiuderei subito Barbara d urso e tutti i programmi che non siano di cultura, educativi, di informazione seria… xhe lascino una piattaforma per i blog, senza commenti… mi rendo certo conto che per un blog come stalker sarai tu i social siano fondamentali per farsi conoscere però con tutti questi cellulari,queste fake news ecc è molto più difficile combattere i rivali perché contrattaccano in ogni dove ed in ogni modo… no mi spiace ma io sono per il si stava meglio prima, meno globalizzazione, meno politicamente prima non eravamo bombardati dal pensiero su qualsiasi argomento di cani, porci e troll

          2. La metafora non mi convince fino in fondo. Io direi che internet è come la stampa, e i social come i giornali scandalistici. Come questi ultimi, impossibile, e soprattutto illiberale, chiuderli. Anche creare una patente per frequentarli mi sembra del tutto irrealistico: non si tratta di una mera capacità tecnica, come guidare la macchina, si tratta di adottare atteggiamenti, comportamenti e approccio consoni, tutte cose che è difficile racchiudere in un codice scritto. E poi, chi scriverebbe questo codice, Laura Boldrini? Matteo Salvini? Lasciamo stare… Alla fine, sarà questione di costume, quando la grande maggioranza si renderà finalmente conto di cosa sono davvero i social, cioè una fogna, e tratterà Twitter, Facebook e compagnia bella come postacci alla stregua dei bar malfamati, delle bische, luoghi frequentati da gentaglia che le persone per bene evitano e se ci capitano per caso se ne vergognano, allora torneremo a respirare. Certo, per il momento è impraticabile non frequentarli, bene o male (soprattutto male) è lì che si fa politica sia in senso stretto che in senso lato, e dobbiamo adeguarci. Ma l’obiettivo finale deve essere tornare (se parliamo di internet) sui forum e sui siti regolati, con admin e tutto, dove sia l’argomentazione a vincere e non i decibel.

    2. Purtroppo, Sasha, chi prova a criticare il femminismo viene considerato o un talebano che vuole schiavizzare le donne o un omosessuale che ce l’ha su con le donne. Non vedo soluzione a questo spiacevole inconveniente… se si prova a parlare con altri uomini (di età media 40-50) a meno che non siano padri separati che hanno attraversato il calvario giudiziario, è difficile essere presi sul serio e avere solidarietà: ti guardano come se fossi un marziano e ti chiedono “ma sei gay? perché ce l’hai su con le donne?”
      penso che qualsiasi antifemminista dichiarato si sia sentito rivolgere questa domanda almeno una volta… con battutine che ci fanno passare come “sfigati” ed insinuazioni contro la nostra vita sentimentale… perché sembra che uno sia antifemminista perché “non trova la gnocca”
      Idem se parli con le donne, tante ti diranno che il femminismo è servito per emancipare le donne da leggi sessiste del passato e togliere lo stigma contro la vita sessuale della donna, quindi non possono che prendere gli antifemministi per misogini rancorosi.
      Mi capita di provare a pensare a strategie comunicative per uscire da questa dicotomia, ma purtroppo non sono ancora riuscito a capire bene come si potrebbe fare. D’altraparte, sui siti femministi appena un incel fa una strage in America, subito colgono la palla al balzo per mettere tutti nel calderone (premetto che io non concordo quasi per niente con le osservazioni degli incel, mi sento più affine ai MGTOW)
      C’è anche da dire che su altri siti ho letto commenti e affermazioni abbastanza assurde che ci fanno sfigurare perché riconfermano il preconcetto che già la gente “esterna” ha di noi (come la proposta di togliere il lavoro o il diritto di voto alle donne o cose analoghe… forse scritte da “troll” che vogliono trollarci, ma non ne sono tanto sicuro…).

      1. Alcuni sono troll altri, paradossalmente, sono uomini che hanno preso sul serio il femminismo e credono a quello che dice. La teoria del Patriarcato®, oltre che una menzogna infame, è in pratica una teoria del complotto pari a quella degli alieni che avrebbero costruito le piramidi, eppure questi uomini, forse perché originariamente di sinistra (ne conosco molti), l’hanno data per vera e introiettata e, trovandosi nella situazione di oggi si dicono “beh, visto che tanto o domini o sei dominato, allora cerchiamo di tornare a questo mitico Patriarcato ® in cui noi eravamo i Signori”. Si tratta chiaramente di un’illusione basata sul nulla (ai tempi del mitico Patriarcato ® gli uomini al 99% crepavano come cani nei campi, in miniera, in guerra, e chi più ne ha più ne metta), ma loro ci credono… e perché non dovrebbero, visto che ne sentono parlare in continuazione, e sembra essere la cosa che più fa arrabbiare le femministe? Certo sarebbe ironico se un giorno il fantomatico Patriarcato ® sorgesse davvero come reazione contro chi se lo è inventato. Non mi piacerebbe come prospettiva, ma due risate me le farei.

      2. “Mi capita di provare a pensare a strategie comunicative per uscire da questa dicotomia, ma purtroppo non sono ancora riuscito a capire bene come si potrebbe fare.”
        Per me che sono donna è più facile, ad ogni modo il mio metodo è di far riflettere sulle contraddizioni (es. le quote rosa a ben vedere sono un insulto alle donne) e più generalmente non definirmi antifemminista ma antisessista.
        Poi più che il femminismo in sé, che è molto ampio, criticare i singoli soggetti e le singole istituzioni che si macchiano di azioni poco pulite e ben poco nobili (es. le associazioni antiviolenza che non sono trasparenti sui dati ed anzi li gonfiano, pur prendendo soldi pubblici; il sito sui femminicidi che non si sa da dove spunti ed è pieno di banner pubblicitari;…). Quando ho parlato in questi termini i miei interlocutori mi hanno sempre ascoltato e si sono interessati, a volte proprio scandalizzati; magari penseranno per ora che tutti questi episodi sono mele marce all’interno di un movimento di per sé positivo, va bene, ma è già un inizio, un’incrinatura nell’indifferenza che la maggioranza delle persone prova per questi temi. Aggiungendo la riflessione su cos’è diventato il femminismo come ideologia – trattare le donne come vittime perenni da risarcire anziché dar loro empowerment – il quadro diventa più completo.
        Per quel che ho visto funziona più così che shoccare di botto parlando di nazifemminismo, Rosa Nostra, metodi intimidatori… (discorsi che si possono fare a un livello successivo).

  3. “Serve un ritorno alla capacità collettiva di ragionamento e di dialogo”

    Quì la vedo molto dura, anzi, per il livello di collasso sociale raggiunto, è più che altro un utopia.

  4. ci vogliono divisi e in guerra secondo me… ormai ci sono solo o buoni o cattivi a priori… ciò che avete scritto oggi è ciò che penso da tempo

  5. 49% contro 50%, entrambi composizione variabile, assicurano conflittualità perenne – e irrisolvibile – a favore dell’1% che comanda.

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