Il condizionamento delle coscienze continua…

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I fatti: una donna manda in fin di vita il marito a coltellate. Punto. Anche le donne possono essere violente e attentare alla vita di un uomo. Questo è tutto ciò che si può dire. Ma è un problema perché, messa così, la notizia spezza e smentisce la narrazione femminocentrica dominante. E dunque:

  1. Viene relegata nella cronaca locale di Milano. A Roma nessuno conoscerà questa notizia. A parti invertite ci sarebbero stati titoli di prima pagina e servizi sui TG nazionali.
  2. La narrazione dell’articolo mira palesemente a “cercare le ragioni” del tentato omicidio da parte della donna, quasi a giustificarla (lui si ubriacava, in realtà è stato lui a cercare di accoltellare lei, ha precedenti per guida in stato di ebrezza, eccetera). A parti invertite avremmo saputo quante coltellate ha ricevuto la donna, in quali parti del corpo, la sua intera biografia, stralci del suo diario personale, dichiarazioni solidali di un numero imprecisato di associazioni, più l’auspicio che all’assassino (anzi al “femminicida”) venga comminata eccezionalmente la castrazione fisica seguita da impiccagione.

Il tutto dimenticando che se un marito si “beve” l’intero stipendio, lo strumento per farlo smettere, o quanto meno per non pagarne le conseguenze, c’è e si chiama “separazione”. Per non parlare di un’utile azione preventiva: se ha la tendenza ad alzare il gomito, magari non lo sposi e non ci fai una figlia. E se proprio non puoi farne a meno, non ti metti in condizioni di ricattabilità, e ti trovi un lavoro che ti renda indipendente.

Così, deviando in questo modo la narrazione della realtà e dei fatti, avviene il condizionamento delle coscienze.

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