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Incentivi all’impresa in rosa: i numeri dell’ennesimo privilegio

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varie_Logo_InvitaliaIn questo mondo teorico fatto di “paygap”, “dominio patriarcale” e “privilegi maschili”, entrare nel merito delle iniziative e dei dati riguardanti l’imprenditoria femminile è una specie di viaggio nel paradosso. Il punto di partenza è la domanda: perché qualunque iniziativa che facilita e favorisce la nascita di nuove imprese riserva vie preferenziali alle donne? Non è una domanda oziosa: sia sul piano nazionale che regionale non c’è bando che non istituisca una preferenza per l’iniziativa femminile. L’ultima che mi è stata segnalata è questa di Invitalia, dove il sostegno viene concesso a giovani ambosessi tra i 18 e i 35 anni e donne di tutte le età. Il primo istinto è quello di pensare all’ennesima forma di discriminazione, ma vale la pena spendere un paio d’ore alla ricerca di dati di dettaglio per trovare una spiegazione un po’ più circostanziata.

Ed è lì che inizia il viaggio nell’assurdo. Le fonti informative sono molteplici: Unioncamere, Infocamere, Confesercenti, ISTAT e tanti altri da anni compilano statistiche dedicate all’imprenditoria femminile. Raramente tra queste ricerche si trova ciò che serve, a meno che non si cerchino generiche apologie di quanto è buona e quanto è bella l’impresa al femminile e di quanto sia indispensabile incentivarla sempre di più. Si fatica davvero ad andare oltre a lunghe tabelle dove si sciorinano i dati di crescita del numero di imprese aperte da donne, il numero di occupati di sesso femminile che ne derivano o tassi di propensione all’imprenditorialità. Da anni poi è stato inventato un lunare “tasso di femminilizzazione” delle imprese, che vorrebbe misurare quanto rosa c’è nel tessuto imprenditoriale nazionale.

varie_imprenditriceFermandoci ai dati immediatamente disponibili (fonte: Confesercenti e Unioncamere, 2018), si scopre che il settore che tira di più per le imprenditrici italiane è quello del turismo e commercio, seguito dal commercio al dettaglio. Complessivamente le imprese femminili sono circa un quarto delle imprese totali sul territorio nazionale, con una crescita negli ultimi quattro anni, probabilmente dovuta proprio alla spinta dei molti incentivi, del 2,3% (quasi 6.000 in più nel 2018). Tra le forme d’impresa preferenzialmente scelte dalle donne c’è l’impresa individuale e nella stragrande maggioranza dei casi le titolari sono di nazionalità italiana. Tutto meraviglioso, quindi. Una vera e propria vie en rose per le intraprendenti imprenditrici italiane. Se ci si ferma a questi dati, ha molto senso insistere, come si fa da anni ormai, a incentivare specificamente l’imprenditoria femminile, giusto?

No, sbagliato. Scava scava si arriva finalmente a trovare i dati che davvero contano. Per capire se l’imprenditoria femminile rappresenti un elemento di crescita economica, non basta fermarsi al dato delle nuove imprese aperte. Occorre guardare con attenzione un parametro che vale per qualunque settore specifico, ovvero quale sia il saldo tra aperture e cessazioni e quale il dato relativo alla vita media delle imprese. Ecco allora che lo scenario cambia. Nel settore del commercio e turismo (l’unico di cui sono riuscito a reperire i dati), sono più le imprese femminili che chiudono rispetto a quelle che aprono, a un ritmo medio (dato 2017) di 3.060 defunte contro 1.849 nuove nate. Il disastro è insomma già quasi chiaro, ma diventa lampante osservando il dato della vita media delle imprese gestite da donne nel comparto dove eccellono, appunto commercio e turismo: quando va di lusso, restano aperte poco più di un anno e mezzo. Nel settore ristorazione restano aperte in media sei mesi prima di fallire.

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donna_contabilitaNon pare insomma un gran buon affare per il tessuto produttivo italiano incentivare l’imprenditoria femminile. Ma la visualizzazione corretta dei dati resterebbe parziale se non si considerassero anche i dati delle imprese maschili. Problema: non esistono dati disaggregati relativi all’impresa maschile, per nessun settore. Mentre su quella femminile riusciamo a sapere pure l’età media delle imprenditrici, se sono bionde o brune, l’altezza media e quasi la loro mappa genetica, sull’impresa specificamente maschile non si trova nulla. Si deve andare dunque per induzione e prendere atto che considerando il dato generale nazionale (uomini più donne) e limitatamente a commercio e turismo, il numero delle aperture supera quello delle cessazioni, nonostante il saldo negativo delle imprese femminili. Segno che a tenere su i dati in quel comparto è l’impresa maschile. Essendo il settore commercio e turismo il più gettonato dall’imprenditoria femminile, è facile pensare che questo trend valga anche per tutti gli altri settori.

Ed ecco dunque la grande anomalia, che parte proprio dai dati disponibili: quelli che contano, o meglio quelli che servono, ossia quelli che danno indicazioni ai decisori sull’efficacia di determinate politiche, sono pochi e tendenzialmente nascosti.  Motivo? Propaganda e clientelismo, ne sono certo. Numeri alla mano sarebbe automatico concludere che l’impresa femminile è un pessimo affare per l’economia generale. Ma vorrai mica interrompere le prebende e i finanziamenti a pioggia per le tante fanciulle che, prive (solitamente per loro scelte “comode” nei percorsi formativi e professionalizzanti) di specializzazioni ben vendibili sul mercato del lavoro, si trovano nullafacenti e si improvvisano cuoche, albergatrici, tour operator pur di fare qualcosa? L’accusa di discriminazione, maschilismo, sessismo è dietro l’angolo, così come la perdita di consenso, dunque ai sacrosanti incentivi per l’imprenditoria giovane si aggiungono sempre quelli riservati alle donne. E chi se ne frega se ciò è discriminatorio verso un tipo di impresa che, sempre numeri alla mano, appare ben più performante ed efficace per l’economia generale?

varie_econogiuIn sovrappiù, alle donne occorre raccontare che sono brave a fare impresa. Bisogna raccontarlo a loro, per rassicurarle, ma anche all’opinione pubblica, pompando ben bene il concetto, affinché ingoi di buon grado i tanti incentivi economici buttati in investimenti in perdita o di breve durata. Ne va della credibilità farlocca dei decisori pubblici, essenziale nel grande Truman Show in cui viviamo. Dunque si prenda nota: quando in TV, sui giornali, sui siti si ascolta o si legge la pennivendola sbavante nettare e ambrosia che glorifica la crescita dell’impresa al femminile e l’ennesima riconferma del privilegio di incentivi economici in rosa, chiedetele o quanto meno chiedetevi quante di quelle imprese sopravvivano e per quanto tempo. E se proprio volete rendere merito alla verità delle cose, chiedete quante di quelle imprese danno lavoro ad altri, per poi toglierglielo poco dopo causa fallimento. Difficilmente troverete risposta alle vostre domande, ma già porle e porsele è il primo modo per fabbricare a se stessi la pillola rossa così indispensabile in tempi di mistificazione strutturale della realtà e di ordinaria discriminazione di genere.

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7 thoughts on “Incentivi all’impresa in rosa: i numeri dell’ennesimo privilegio

  1. Si potrebbe approfittare della recente mania transessualista e chiedere di farsi cambiare legalmente il sesso da maschile a femminile.

  2. imprenditoria femminiale=è un sistema tipicamente italiano per avere incentivi (soldi) dallo stato senza averne titolo.
    in Sardegna hanno incentivato piantagioni di kiwi, ebbene nessuno ha mai visto il kiwi sardo.

    a proposito, OGGI a piazza duomo a Milano le ultras hanno inalberato un cartello di cartone con
    un disegnino di assegno:”100.000 euro”, traente il Comune, beneficiari i CAV.

    come diceva quello ?? DATECI LI SORDI.
    stavolta confessano ????

  3. Senza contare che conosco decine e decine di imprese maschili intestate a sorella, moglie, compagna etc.. per riuscire a pagare meno tasse.

  4. Ho fatto un test veloce su Google.
    Ho cercato “Borse di studio femminili” e mi si sono aperti decine di siti, tra cui L’Oreal (che finanzia borse di studio per universitarie che si iscrivono a facoltà STEM), Assolombarda (anche lei per facoltà STEM al femminile) e la stessa Google più molti altri.
    Ho cercato “Borse di studio maschili” e mi si sono aperti il sito di Amazon e di Zalando che proponevano borse in cuoio per uomini.

  5. A me fanno schifo i vari concorsi, borse di studio, ecc universitari che prevedano l’accesso SOLAMENTE alle donne.
    Non esiste UN SOLO concorso/borsa di studio ESCLUSIVAMENTE per uomini.

    1. Non esiste un solo concorso esclusivamente per uomini e se, per ipotesi, esistesse le egualitarie avrebbero fatto un diavolo a quattro.

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