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La cancel culture rosa-arcobaleno si appropria anche di Shakespeare

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Kenneth Branagh
Kenneth Branagh nelle vesti di William Shakespeare

di Davide Stasi. Kenneth Branagh si è distinto negli anni per la rara capacità di riuscire a portare sullo schermo le storie complesse e poetiche di William Shakespeare. Davvero notevole il suo “Hamlet” del 1996, ma degne di nota anche le altre riduzioni cinematografiche dell’ “Enrico V”, “Molto rumore per nulla”, “Otello”, “Riccardo III”, “Pene d’amor perdute”. Branagh non è uno sprovveduto, studia e approfondisce riuscendo sempre a trattare un gigante come il drammaturgo inglese con rispetto sacrale, senza scendere a compromessi con il suo genio, nonostante le inevitabili semplificazioni richieste dalle produzioni cinematografiche. Insomma un personaggio tutto sommato meritevole, Branagh, sia come attore che come regista, nel suo rapporto con il bardo di Stratford-Upon-Avon. Se non fosse che con il suo ultimo film shakespeariano è riuscito a cancellare tutto il merito accumulato, oltre che la propria dignità di artista, e a fare un danno globale incalcolabile.

Il riferimento è a “All is true“, titolo orribilmente tradotto in italiano con “Casa Shakespeare”. Prima di parlare del massacro volontario rappresentato dalla pellicola, qualche premessa, giusto per intenderci. William Shakespeare visse tra il 1582 e il 1616 in Inghilterra. Non si sa molto della sua vita: è certo però che avesse frequentato le scuole di base, senza svolgere studi universitari, e che non fosse mai uscito dall’Inghilterra in vita sua. Nonostante questo contesto originario limitatissimo, con le sue 12 tragedie, 15 commedie e i suoi 10 drammi storici Shakespeare ha descritto tutto il mondo e ha disegnato con estrema precisione l’intera mappa dei sentimenti e dei comportamenti umani. Non c’è essere umano il cui carattere non sia reperibile in una delle opere dell’autore inglese, che è riuscito nella sua grandiosa e unica impresa semplicemente lasciandosi trasportare dalla propria ispirazione, da quella vita interiore toccata dal divino che soltanto alcuni, nella storia, hanno avuto il privilegio di sperimentare. Chi l’ha letto o abbia visto le sue opere lo sa; chi non l’ha letto o visto, si fidi: William Shakespeare è un gigantesco monumento alla genialità e alla profondità raggiungibile dall’essere umano. Insieme a pochi altri è quanto di più vicino a Dio sia mai vissuto su questa terra.


Niente di più falso, ma questo è il messaggio che Branagh fa passare.


Si tratta di una premessa fondamentale, che occorre avere ben chiaro prima di avventurarsi nella visione di “Casa Shakespeare”. Trattandosi di un film di Branagh ci si attenderebbe cura filologica, rispetto e rigore, con qualche concessione al linguaggio cinematografico. Invece no. La pellicola intende ripercorrere l’ultimo periodo della vita del poeta, quando decise di smettere di scrivere e di ritirarsi nella sua città natale, presso la sua famiglia, con sua moglie e le due figlie, una delle quali già sposata. Va ribadito: si sa pochissimo della sua vita privata e familiare e su quel minimo Branagh costruisce un racconto di pura fantasia. È importante sottolinearlo, perché la sua autorevolezza come autore shakespeariano induce lo spettatore impreparato a uscire dalla sala convinto di aver assistito a una rappresentazione del reale, della verità. Ed è grave, visto che sullo schermo invece scorre una mistificazione ideologica ben calcolata e calibrata, che consegna William Shakespeare legato e soprattutto imbavagliato alle truppe della cancel culture femminista e queer, desiderose di appropriarsi del suo genio, ove possibile, ma soprattutto di distruggerlo, essendo colpevole di provenire da un uomo, bianco ed eterosessuale.

Così l’intreccio si impernia sulla presunta fissazione di Shakespeare per Hamnet, suo figlio morto in giovanissima età (per motivi sconosciuti agli storici). Sconvolto dall’incendio del suo teatro, il poeta torna a Stratford-Upon-Avon deciso a non scrivere più e a dedicarsi al recupero della memoria di quel suo unico figlio maschio scomparso, cui era particolarmente affezionato perché, da vivo, aveva scritto poesie a suo dire di valore, a dimostrazione forse di un genio ereditario. Questo è il pretesto attorno a cui si innesta tutta una serie di altre vicende e scoperte che in realtà rappresentano un rosario di falsificazioni e recriminazioni. Lungo il film si scopre infatti che in realtà i versi tanto adorati dal capofamiglia erano stati scritti da una delle due figlie, che però non si era mai rivelata come autrice perché “il ruolo di una donna è sposarsi e fare figli, non scrivere poesie”. In realtà, ulteriore rivelazione, non li aveva scritti di suo pugno ma solo dettati al fratello che, in quanto maschio, andava a scuola e sapeva scrivere, mentre lei no. Ecco un’altra recriminazione femminista: il patriarcato storico, oltre a non riconoscere l’afflato poetico delle donne, non gli permetteva di esprimersi tenendole nell’ignoranza. Niente di più falso, ma questo è il messaggio che Branagh fa passare.


Kenneth Branagh, ora piccolo uomo e inutile servile regista inglese.


William Shakespeare

Non basta: Shakespeare fatica ad accettare che non fosse Hamnet l’autore di quei versi e intanto cerca di mettere una pezza ai vari scandali familiari. Uno causato dal comportamento ribelle dell’altra figlia: sposata a un puritano che a letto non la soddisfa, si fa soddisfare da un altro. La sua infedeltà diventa pubblica e il povero Shakespeare deve minacciare il testimone per evitare il ludibrio della figlia. Il concetto che passa è: se l’uomo non soddisfa, è giusto tradirlo e gli uomini attorno devono scusare la scorrettezza. Pure l’altra figlia, l’aspirante poetessa, incappa in uno scandalo: si sposa con un apparente bravo ragazzo, ma si scopre che un’altra era già incinta di lui. Proprio il giorno delle nozze, la giovane muore di parto insieme al nascituro. Questi uomini che non se lo sanno tenere nei pantaloni e si comportano da mascalzoni! E le morti di parto, ah le morti di parto! Tutto ciò manda in fumo la speranza (in realtà una fissazione) del poeta di avere un nipote maschio a cui lasciare i suoi molti averi, visto che l’altra figlia aveva avuto solo una figlia femmina. Sullo sfondo la moglie “sacrificata” di Shakespeare, anche lei analfabeta, che però impara a scrivere (grazie alle figlie) alla fine del film, davanti a uno Shakespeare contrito dal senso di colpa per aver passato la sua vita a Londra a fare carriera, abbandonando cotali donne al loro infame destino. Questo risulta dunque il più grande drammaturgo dell’umanità dal film di Branagh: un pupazzo fissato in un maschilismo irredimibile e schiacciato dal senso di colpa suscitato dalle donne che ha attorno, che lo accolgono con benevolenza solo quando lui si piega e rinuncia al suo orribile atteggiamento patriarcale.

Un falso a trecentosessanta gradi, sia per la storia sia per la furbesca e costante denuncia femminista sottesa a tutta la narrazione. Solo in un momento Shakespeare si ribella e fa notare che tutto il benessere della famiglia, la protezione, la ricchezza è dovuta al suo genio e al suo sacrificio personale. È l’unico momento in cui un estimatore del poeta può prendere respiro, l’unico varco di verità. Ma dura poco: il suo sfogo viene sbranato dalle pretese delle donne di casa, ma soprattutto viene annullato dal colpo di scena. In un lungo dialogo con il Conte di Southampton emerge che Shakespeare in realtà era gay, per lo meno bisessuale, e il Conte era il suo amante. Dunque quel po’ di genio che rimane intatto dopo il massacro femminista è comunque da ascrivere a un’assenza di eterosessualità, o per lo meno a un’eterosessualità dimezzata. Una tesi  sostenuta da alcuni critici ma mai avvalorata, e che non rappresenterebbe affatto un problema, se non fosse che il messaggio del film si inserisce in un contesto puramente ideologico dove le pulsioni maligne e alleate di femminismo e teoria queer rileggono la storia imponendone la propria versione. Cancellando il valore intrinseco di uno dei più grandi uomini mai vissuti, ne cancellano il genio, o ne prendono in buona parte possesso. Kenneth Branagh con questa mostruosità di film ha dato un contributo notevole alla cancel culture. La sua sarà la lettura che comunemente si farà di William Shakespeare, perché la gente comune va al cinema o guarda i film in streaming, non va a teatro a guardare le opere del poeta inglese e tanto meno le legge. Quello che resterà nella memoria collettiva, dunque, sarà una mistificazione sulla storia e su uno dei maggiori fondatori dell’umanità nel suo complesso. Lo si dovrà a Kenneth Branagh, che uccidendo Shakespeare a quel modo ha cancellato in un colpo la sua intera filmografia, la sua credibilità di regista e attore, probabilmente per garantirsi in cambio, come uno spregevole Giuda, di poter lavorare ancora nel prossimo futuro. Chiunque ami Shakespeare gliela deve giurare in eterno a Kenneth Branagh, ora piccolo uomo e inutile servile regista inglese.


8 thoughts on “La cancel culture rosa-arcobaleno si appropria anche di Shakespeare

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    Lungo il film si scopre infatti che in realtà i versi tanto adorati dal capofamiglia erano stati scritti da una delle due figlie, che però non si era mai rivelata come autrice perché “il ruolo di una donna è sposarsi e fare figli, non scrivere poesie”. In realtà, ulteriore rivelazione, non li aveva scritti di suo pugno ma solo dettati al fratello che, in quanto maschio, andava a scuola e sapeva scrivere, mentre lei no. Ecco un’altra recriminazione femminista: il patriarcato storico, oltre a non riconoscere l’afflato poetico delle donne, non gli permetteva di esprimersi tenendole nell’ignoranza. Niente di più falso, ma questo è il messaggio che Branagh fa passare.
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    Anche questa è una mistificazione che va avanti da decenni e che riguarda numerosi geni del passato, fra i quali Albert Einstein, che in gioventù fu il mio “preferito” (il secondo fu Srinivasa Ramanujan).
    In merito scrissi qualcosa su uomini3000.

    https://questionemaschile.forumfree.it/?t=14946240&st=60
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    EINSTEIN
    Lo scienziato e il personaggio,
    dalla relatività speciale alla ricerca
    dell’unificazione della fisica
    (Prima edizione: marzo 2004).

    di Pietro Greco.

    Pag. 35:
    Gli anni del Politecnico sono anni felici per Albert, anche perché la famiglia si è sottratta al gorgo delle difficoltà economiche. Il corso di studi, liberamente interpretato dal giovane apolide, si conclude nel mese di agosto dell’anno 1900.
    Quando Albert Einstein sostiene l’esame finale. I voti (espressi da 1 a 6) sono buoni, ma non sono il massimo: 5 in fisica teorica, fisica sperimentale e astronomia; 5,5 in teoria delle funzioni; 4,5 per un saggio sulla conducibilità termica. Il fatto è, scrive Abraham Pais, che le prove universitarie effettuate secondo schemi imposti da altri sono per lui autentiche prove del fuoco [Pais, 1986]. Albert non le sopporta. Gli ci vorrà un anno per riprendere il gusto della fisica, dopo l’esame finale al Politecnico di Zurigo. Esame in cui, peraltro, risulta bocciata una studentessa a lui molto cara, Mileva Maric.
    Mileva ha un curriculum universitario di tutto rispetto. Nel corso di ciascuno degli anni accademici ha ottenuto voti migliori di quelli di Albert. E anche all’esame finale i voti sono discreti, tranne che in matematica. Un’insufficienza che risulta determinante. Mileva ripeterà l’esame l’anno successivo e di nuovo sarà bocciata. Dopo di che rinuncerà per sempre.
    Molto si è detto del ruolo decisivo quanto misconosciuto che avrebbe avuto Mileva nella elaborazione da parte di Albert della teoria della relatività ristretta, di lì a cinque anni [Highfield, 1993]. In realtà, nessun documento fa emergere questo ruolo. Nell’epistolario Einstein-Maric 1896/1900 raramente si parla di fisica.
    E quando se ne parla, a introdurre il discorso è sempre e solo Albert. E lei non risponde. Mai. Dopo il 1901, anno del secondo esame di Mileva al Politecnico di Zurigo, non risulta che la ragazza continui a occuparsi professionalmente di fisica.
    E’ molto probabile che Mileva, come Michele Besso o Marcel Grossman, siano gli amici pazienti, fedeli e competenti cui Albert affida le sue riflessioni. E’ molto probabile, per usare una metafora pugilistica, che fungano da sparring-partner. E che Mileva sia la prima tra questi sparring-partner. D’altra parte Albert la definisce più volte “la mia mano destra”. Non risulta da alcuna documentazione però che Mileva, o Michele, o Marcel o Friedrich o qualche altro conoscente concorra in questi anni con Albert a elaborare una “nuova fisica”.

    Pag. 39-40:
    Nella lettera a Mileva dell’ottobre 1900, Albert Einstein parla al plurale. E sempre al plurale parla l’anno dopo, nel 1901, in tre diverse lettere a proposito della “nostra memoria”, quando commenta “se almeno avessimo la forza di continuare insieme questo stupendo cammino”, e a proposito della “nostra teoria delle forze molecolari”. Ancora più forte è l’evocazione, in una lettera del mese di marzo 1901, del tema già trattato nella lettera del settembre 1899, la relatività:”Sarò talmente felice e fiero quando saremo insieme e riusciremo a concludere con successo il nostro lavoro sul moto relativo!”.
    Cosa significa questo parlare al plurale? Che Einstein e Mileva lavorano insieme a costruire i fondamenti di una ormai imminente rivoluzione in fisica o che, per un gioco affettuoso, Albert estende al suo sparring-partner intellettuale più vicino e più intimo, all’amata compagna, riflessioni che sono sue?
    La storica serba Desanka Trbuhovic-Gjuric ha scritto un libro, nel 1985, in cui cerca di accreditare l’idea che quello tra Albert e Mileva sia anche un sodalizio scientifico. Secondo la ricostruzione di Trbuhovic-Gjuric sarebbe stata Mileva a sollevare per prima il problema dell’etere come punto di riferimento universale e sarebbe stata lei a “dare espressione matematica ai concetti [di quella che sarebbe diventata, nda] la teoria della relatività ristretta” [Trbuhovic-Gjuric, 1985].
    La tesi della storica serba è che il sodalizio scientifico è reale e che Albert, in seguito, non avrebbe mai riconosciuto a Mileva questa sostanziale compartecipazione all’elaborazione nella teoria che avrebbe segnato una svolta nella storia della fisica. Nessuno può sapere come siano andate, davvero, le cose. Non ci sono documenti in proposito. Abbiamo, però, alcuni dati di fatto che possono aiutarci a capire.
    In primo luogo, mai Mileva rivendicherà una qualche sua compartecipazione ai risultati raggiunti da Albert, neppure dopo il divorzio e le polemiche conseguenti al divorzio (eh, sì: la coppia si sposerà e si separerà). Inoltre è difficile che Mileva possa essere, come dire, la mente matematica della relatività ristretta. Per due motivi, ben evidenziati da Abraham Pais: il primo è che Mileva non era molto forte in matematica, tant’è che è proprio per l’insufficienza in questa materia che non è riuscita per due volte a superare l’esame al Politecnico di Zurigo. La seconda è che nella teoria della relatività ristretta la matematica è poco presente. E quella che c’è, è matematica elementare [Pais, 1993].
    Probabilmente quello che la storia della fisica deve a Mileva è di aver saputo dare gli stimoli giusti e costruire il miglior clima affettivo e culturale possibile nella fase di massimo sviluppo della creatività di Albert Einstein.
    Ma ci stiamo inoltrando troppo nel mare, pericoloso, delle ipotesi.

    Pag. 61-63:
    Sebbene Albert Einstein abbia organizzato il lancio dei suoi tre razzi fiammeggianti fuori dall’Accademia e senza mai avere un confronto con qualche altro fisico professionista, ha molti debiti intellettuali. O, per dirla con Isaac Newton, è salito sulle spalle di molti giganti.
    Uno, naturalmente, è lo stesso Newton. Un altro, a maggior ragione, è Maxewll.
    Ci sono, ancora, Lorentz, Boltzmann, Hertz, Plank. Due, però, meritano una citazione a parte: Ernst Mach e Henri Poincaré. Perché i due, per esplicito riconoscimento dello stesso Einstein, sono le personalità scientifiche che lo hanno maggiormente influenzato [Cerroni, 1999]. Sia pure da lontano.

    […]

    … L’altra importante fonte di ispirazione per Einstein è il francese Henri Poincaré.
    Considerato, insieme a David Hilbert, il più grande matematico di quel periodo. Poincaré è molto interessato ai problemi della relatività. E già nel 1898 aveva iniziato a interrogarsi sui problemi legati alla simultaneità degli eventi. Nel 1900, al Congresso mondiale dei matematici tenuto a Parigi, critica in modo serrato il concetto di etere. Ritorna sull’argomento nel 1902, quando scrive La science et l’hypothèse e sostiene esplicitamente che non esiste un tempo assoluto [Poincaré, 1989]. Nel 1904 in una relazione al Congresso internazionale di Arti e Scienza di Saint Louis, riprende il concetto di “tempo locale” di Lorenz e propone un “postulato di relatività”. Poincaré effettua uno di quegli esperimenti mentali in cui Einstein si va affinando e immagina due osservatori che si muovono di moto uniforme e che tentano di sincronizzare i loro orologi mediante segnali luminosi.
    Quegli orologi non segneranno il tempo vero, ma solo un “tempo locale”. Tutti i fenomeni sono percepiti, da un osservatore rispetto all’altro, come rallentati.
    E nessuno dei due avrà alcuna possibilità di sapere “se è in quiete o in moto assoluto” [citato in Pais, 1986]. Poincaré giunge a una conclusione:”Forse dobbiamo edificare una nuova meccanica, che riusciamo a malapena a intravedere […], in cui la velocità della luce sia invalicabile” [citato in Pais, 1986]. La conclusione è giusta, ma si tratta di un’ipotesi qualitativa.
    Non c’è dubbio che, con queste due opere, Poincaré abbia contribuito come pochi altri a creare un clima favorevole alla crisi dei concetti di tempo e spazio assoluti.
    Un clima che, come documenta Arthur Miller, travalica gli ambienti della fisica e della matematica fino a diventare fonte di ispirazione per gli artisti [Miller, 2001]. E’ anche ispirandosi a Poincaré che Picasso avrebbe dipinto nel 1906 Les Demoiselles d’Avignon, il quadro che inaugura il periodo cubista e che, a detta del critico Mario de Micheli, manda definitivamente in frantumi la concezione classica dello spazio [De Micheli, 2002].
    Albert Einstein ha letto La science et l’hypothèse. Ne ha a lungo discusso con i suoi amici dell’Accademia Olimpia e ne è stato, per suo stesso riconoscimento, profondamente influenzato.
    Alcuni ritengono, tuttavia, che Poincaré sia giunto in modo del tutto indipendente e addirittura prima di Einstein alla formulazione della teoria della relatività ristretta.
    Il 5 giugno del 1905, infatti, presenta una relazione all’Accademia delle Scienze di Parigi in cui si avvicina moltissimo a quella formulazione. Tuttavia l’opinione di gran parte degli studiosi è che la proposta di Poincaré presenti molti punti deboli e che sia Albert Einstein l’unico e autentico inventore della relatività ristretta [Cerroni, 1999].

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    LE SCIENZE, edizione italiana di SCIENTIFIC AMERICAN,
    anno I, n. 6, dicembre 1998
    EINSTEIN
    quanti e relatività,
    una svolta nella fisica teorica
    di Silvio Bergia.

    Pag. 9:
    Il 1902 è l’anno della svolta. Muore Hermann Einstein e, venuta meno la voce più contraria, Albert sposa Mileva. Non solo, ma ottiene anche la cittadinanza svizzera e, soprattutto, grazie a Grossman, trova finalmente un impiego stabile all’Ufficio brevetti di Berna, città nella quale la coppia si trasferisce nel corso di quell’anno.
    Quello con Mileva era stato un matrimonio d’amore. Ma anche un matrimonio fra due persone che potevano parlare fra di loro di matematica e di fisica. Che questo dialogo vi sia stato è documentato in alcune lettere indirizzate da Einstein a Mileva.
    Poiché in qualcuna di esse Einstein parla di quella che noi avremmo in seguito imparato a chiamare relatività ristretta come della “nostra teoria”, si è da più parti speculato sulla possibilità di un contributo decisivo di Mileva a quei risultati; quando non anche di un’espropriazione che Einstein avrebbe compiuto ai danni della sua compagna. In nostro autore, come commenteremo brevemente, esce tutt’altro che bene, nel complesso, dalla sua prima vicenda matrimoniale. Ma su questo punto è difficile prendere sul serio la tesi appena ricordata. Messi di fronte al fatto che il catalogo di Einstein è forte di oltre trecento titoli, mentre quello di Mileva è vuoto, appare molto più probabile che l’espressione einsteiniana abbia preso corpo in uno stato d’animo che gli faceva usare espressioni come Doxerl (bambolina) nel rivolgersi a Mileva.

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    SCIENZA NUOVA, edizione italiana di NEW SCIENTIST, ottobre 1998 – Anno 1 – N° 7, pag. 54-61.

    Il sogno del genio
    di Pietro Greco.

    Pag. 55-56:
    Michele Besso non è solo il migliore amico di Einstein. Che gli resta spiritualmente accanto anche quando Albert lascia la Svizzera prima per Praga, poi per Berlino e infine per Princeton. E’ il suo confidente scientifico. L’uomo che, come rileva Pierre Speziali, tra il 1903 e il 1905, “con le sue critiche e i suoi suggerimenti”, stimola il giovane Albert e lo costringe “a presentare con esattezza l’espressione del proprio pensiero”, rendendolo “sempre più severo di fronte a se stesso” (Pierre Speziali, “Introduzione”, in Albert Einstein, Corrispondenza…, op. cit.).
    Nel 1905 Albert Einstein pubblica finalmente quei tre famosi saggi sull’effetto fotoelettrico e la natura corpuscolare dei quanti di luce, sul moto browniano e sulla relatività ristretta che, come dirà Louis de Broglie, “sono tre razzi fiammeggianti che nel buio della notte improvvisamente gettano una breve ma potente illuminazione su una immensa regione sconosciuta” (Ronald Clark, Einstein: the Life and the Times, Avon, 1984). Sono naturalmente tutta farina, quelle idee, del sacco di Einstein. Ma, aiutando l’amico a individuare i giusti obiettivi e a calibrare l’esatta rotta di quei tre razzi fiammeggianti, Michele Besso ha reso, come giustamente sostiene Paul Rossier, “un immenso servizio” alla scienza (Pierre Speziali, “Introduzione”, in Albert Einstein, Corrispondenza…, op. cit.).
    L’amico Michele Besso non si limita a svolgere questa funzione, per così dire, maieutica del pensiero scientifico di Einstein. E’, soprattutto nella prima fase del loro rapporto amicale, il consigliere culturale che fornisce a Einstein indirizzi precisi e preziosi dove allenare il suo genio. E’, infine, l’amico di penna che per quarant’anni, dopo quel 1905, lo segue premuroso sia nelle pene della separazione dalla prima moglie, Mileva, sia nell’amarezza della separazione dalle conseguenze epistemologiche che Einstein ritiene legate allo sviluppo della nuova fisica: la meccanica dei quanti.
    Un’amarezza, lucida e dolorosa, non risolta, che ritorna appunto nell’ultima lettera di Albert Einstein a Michele Besso.

    Caro Michele,
    la tua esposizione della teoria della relatività
    generale ne mette in luce molto bene l’aspetto
    genetico. E’ però anche importante, in un secondo
    tempo, analizzare l’intera questione da un punto
    di vista logico-formale. Infatti, fino a quando non
    si potrà determinare il contenuto empirico della
    teoria, a causa di difficoltà matematiche
    momentaneamente insormontabili, la semplicità
    logica rimane l’unico, anche se naturalmente
    insufficiente, criterio del valore della teoria.
    … Il fatto che io non sappia se questa teoria
    [unitaria del campo] sia vera dal punto di vista
    fisico dipende unicamente dalla circostanza che
    non si riesce ad affermare qualcosa sull’esistenza
    e sulla costruzione di soluzioni in ogni punto
    esenti da singolarità di simili sistemi non lineari
    di equazioni.
    … Io considero però assolutamente possibile
    che la fisica possa non essere fondata sul concetto
    di campo, cioè su una struttura continua.
    Allora, di tutto il mio castello in aria, compresa la
    teoria della gravitazione, non resterebbe praticamente
    niente.

    Cordiali saluti
    tuo A. E.
    (Albert Einstein, Corrispondenza…, op. cit.,
    lettera 210 [E. 97])

    Ancora una volta, l’ultima, Michele Besso ha costretto Albert Einstein a essere “severo di fronte a se stesso”, ma anche “a presentare con esattezza l’espressione del proprio pensiero”.
    Ancora una volta Einstein non lo delude.
    Il fisico registra, con palpabile delusione ma implacabile lucidità, le “difficoltà matematiche insormontabili” che incontra la sua teoria unitaria del campo.
    Riconosce che la teoria risponde a una (sua personale) esigenza logica, ma che non è (ancora) una teoria “vera” dal punto di vista fisico.
    E questo non è poco per chi, essendo il più noto fisico vivente, alla ricerca di una “vera” teoria unitaria del campo ha dedicato ben oltre trent’anni di lavoro, sfidando la solitudine e l’isolamento scientifici. E non temendo la sconfitta.
    >>>>>

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    Non parliamo poi di Watson e Crick, gli scopritori del DNA.

    https://questionemaschile.forumfree.it/?t=14946240&st=75

    https://www.lescienze.it/news/2003/05/01/news/chi_fotografo_la_doppia_elica_del_dna_-588163/
    >>>>
    01 maggio 2003
    Chi fotografò la doppia elica del DNA?
    La paternità dell’immagine che ispirò Watson e Crick non sarebbe di Rosalind Franklin ma di un suo studente

    La celebre ‘fotografia 51′ del DNA, che secondo James Watson cinquant’anni fa condusse lui e Francis Crick direttamente alla scoperta della doppia elica, non fu realizzata da Rosalind Franklin come si riteneva, ma da Raymond Gosling, suo studente di dottorato al King’s College di Londra. La foto è sempre stata attribuita a Rosalind Franklin, chimico di talento a cui si devono molte immagini a raggi-X del DNA. Questa foto, in particolare, ha rappresentato l’incredibile contribuito della Franklin alla scoperta, per la quale, alcuni dicono, non ha mai ricevuto gli onori che meritava. Fu infatti Maurice Wilkins, di cui era collaboratrice, a ricevere il premio Nobel nel 1962 insieme a Watson e Crick. La sua vita e il suo contributo alla ricerca sono stati di recente raccontati da Brenda Maddox nel libro “Rosalind Franklin. The Dark Lady of DNA” (HarperCollins, 2002). “Sono stato io a fare quella foto” ha rivelato Gosling, e Brenda Maddox sulla rivista online “BioMedNet News” ha affermato di ritenere possibile questa rivendicazione. Secondo il racconto di James Watson, la vista di questa particolare immagine cristallografica fu una rivelazione che spinse i due scienziati di Cambridge verso la scoperta della struttura della doppia elica. La foto era stata mostrata a Watson per caso da Maurice Wilkins, assistente capo del dipartimento di Rosalind Franklin. Anche se la paternità della foto non diminuisce il ruolo cruciale della Franklin, dovrebbe cambiare quello di Gosling. “Ritengo che il vero martire della storia del DNA sia Gosling, e non Franklin” ha commentato James Tait, il ricercatore che nel 1953 rivelò la struttura molecolare dell’aldosterone, che all’epoca ebbe molta più notorietà di quella della doppia elica.
    >>>>

  2. Interessante, … con questa narrativa naturalmente il mio pensiero può solo che finire lì:
    il piccolo regista meschino Kenneth, per essersi abbassato a tanto vuol dire che è stato pagato dal nazi-femminismo.
    Bisognerebbe prendere spunto da questo fatto: fare una bella colletta, trovare qualche bello sponsor intellettualmente onesto e che conosce questa maledizione del femminismo e quindi realizzare un bel film che narra la verità su questa setta distruttiva.
    Iniziamo a scrivere il film…….

      1. Ho i miei buoni motivi per sperare che a breve le risorse arriveranno.
        In ogni modo, se tempi si dovessero allungare, c’è sempre la possibilità di aprire un paio di CA ( centri antiviolenza ) ….. camuffare i dati, nascondere le effettive assistenze, simulare un operato straordinario e il gioco è fatto:
        arriveranno sovvenzioni a pioggia, più che sufficienti per pagare ogni operazione desiderata.
        Quindi non perdiamo la speranza.
        Ciao

  3. Per la natura ambigua stessa della lingua inglese, dove aggettivi, sostantivi generici come “friend” (amico/amica) e pronomi tu/voi non sono declinati nel genere, è impossibile stabilire in modo definitivo se i sonetti siano dedicati a una donna o a un uomo. Da qui il tira e molla dei voli pindarici nell’attribuzione. Peraltro è fortemente avvalorata l’ipotesi che Shakespeare fosse solo il capocomico che metteva in scena le opere scritte da un nobile anonimo, quasi certamente il conte di Oxford, che per cultura e viaggi è più credibile come autore di opere ambientate in Italia, Grecia, Antica Roma ecc. di un mezzo campagnolo con sì e no la quinta elementare. Visto che parliamo di film, se volete la versione molto romanzata di questa teoria vi consiglio “Anonymous”.

    “All is true” è un film orrendo per quanto è fatto e recitato male – farà assai poco danno perché è circolato pochissimo e cadrà nel dimenticatoio, contrariamente alle opere di Shakespeare.

  4. Un po’ alla volta, passo passo faranno passare le loro idee. Tra poco cominceranno a dire che la divina commedia l’ha scritta la zia di Dante, che la Pietà l’ha scolpita la nonna di Michelangelo, che Manzoni era in realtà era un travestito, che Pirandello scriveva tutto sotto dettatura della mamma e via di questo passo. Buona giornata da Sebastiano.

  5. In realtà Kenneth Branagh non ha MAI avuto una singola idea in vita sua. Ha sempre rifatto, scimmiottato e riadattato (maluccio) materiale altrui, saccheggiando principalmente il povero Shakespeare ma anche opere cinematografiche recenti (da “Gli amici di Peter”, scopiazzatura di “Il grande freddo”, fino all’orrendo, offensivo remake di “Gli Insospettabili”). Anche in questo caso, per una volta che si inventa qualcosa, è frutto di pattume visto e rivisto rimasticato da un’ideologia che ormai si vende ovunque a un tanto la dozzina (“uomini-cattivi-donne-brave-ma-sottomesse”). Se evitate in blocco qualsiasi sua produzione di seconda mano, vi fate solo un favore, e non da oggi.
    Spezzo un’unica piccola lancia in favore non del cialtrone Branagh ma della verità storica: per la cronaca, che Shakespeare avesse avuto amanti di sesso maschile è assodato: una consistente parte dei suoi sonetti è dedicata a un giovane nobile.

    1. La critica non è unanime nell’attribuigli amanti dello stesso sesso. In ogni caso, come detto nell’articolo, anche fosse stato gay al 100%, si tratterebbe di un elemento irrilevante rispetto alla monumentalità della sua opera, che è patrimonio dell’umanità intera e nessuno deve provare ad appropriarsene o a sporcarla con l’ideologia.

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