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La grande bugia delle differenze salariali tra uomo e donna

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#grafica_paygapdi Giuseppe Augello – Una delle bufale emergenti sull’onda della moda della discriminazione di genere verso la donna, usata ad uso propagandistico anti-veritas, è quella che esista una differenza salariale fra uomini e donne come una delle massime espressioni della violenza economica del solito uomo al potere. Quella “violenza economica” che al pari del marito che lesina o controlla qualche spesa della sua compagna, nega alle pari capacità manuali ed intellettive femminili uguale trattamento economico degli uomini. E ci mostra, tale sciocchezza, il dito puntato in alto anziché la luna.

Eppure grazie alla teoria delle “Pari Opportunità” si fomenta e si propone, spesso si consuma, ogni sorta di privilegio e ingiustizia sociale contro grande parte dei salariati ahimè di sesso maschile, deprivati oggi anche di prole, grazie al divorzificio reclutante masse di plagiate, arruolate nella battaglia di genere. La discriminazione salariale è anche alla base delle resistenze delle PDonne (esponenti PD di sesso femminile) e affini, contro l’introduzione di un egualitarismo economico nella grande famiglia dei genitori che si separano o divorziano (100.000 all’anno) ove esiste un trasferimento di denaro unidirezionale dalla parte maschile verso le ex, (1.500.000 di assegni) che in Italia assomma a circa 6 miliardi di euro all’anno, mentre il mercato della trattazione più o meno contenziosa dei loro divorzi vale almeno altri 10-15 miliardi di euro all’anno.

grafica_separazioneLa spudoratezza e l’impudenza ormai delle dichiarazioni delle neonazifemmine, cui i media danno grande risalto, è tale da sostenere che l’abolizione dell’assegno per i figli, andrebbe contro la libertà della donna di divorziare, in particolare di separarsi dall’uomo violento. Riesce impossibile capire come questa libertà sarebbe tutelata allora nel caso di una coppia senza figli che si separa (per la quale quindi non esiste un assegno per i figli da abolire) e sia invece in pericolo quando si sostiene che i figli possano stare con ambedue i genitori paritariamente, anziché solo con uno onerando l’altro del mero ruolo di “pronta cassa”.

Inoltre, insistono le amazzoni della guerra di genere, quando l’uomo fosse accusato di violenza dalla virago di turno, per intanto, in attesa di verificare la colpevolezza, lo si condanni immediatamente a visitare i figli non più di poche ore al mese, o meglio niente affatto. In tal modo lo si addestrerà facilmente al suo ruolo di docile cane da riporto d’assegno. Anzi, si sostiene, a scopo preventivo, condanniamo tutti gli ex padri ad assegno e visite centellinate dei figli, dietro pagamento, cosicchè neanche un violento sfugga ai tagliagole! E la cosa meravigliosa di questo paese e che tali tesi trovano degna ospitalità in tutti i media e nei proclami al vetriolo in bocca ai livorosi politici di una opposizione che raccoglie comunque la forza elettorale di un 25% di sinistri votanti italiani. Il dibattito è totalmente in mano al circo mediatico e al clero sinistrorso giornalistico, salvo rarissime eccezioni di pensatori che non si piegano. E proprio per questo è difficile uscirne.

bilancio-dello-StatoAlla base di tutto sta poi una delle più grandi bufale propagandistiche del nazifemminismo: le donne verrebbero pagate di meno a parità di lavoro. Ed essendo la parte debole devono godere comunque dell’assegno (per i figli, quello per le ex mogli non è in discussione). Cioè devono a pieno titolo essere destinatarie di congrui assegni dopo la separazione, che il più delle volte avviene a causa della violenza del maschio. Anche se portatore di corna. Si tratta di un ennesimo ulteriore piagnisteo vittimista, strumentalmente e totalmente falso. Decenni prima della nascita del femminismo, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, adottata nelle legislazioni di tutti i paesi sviluppati, ha stabilito che “ognuno ha diritto ad eguale paga per eguale lavoro senza alcuna discriminazione”. In base a ciò non esiste in nessun contratto di lavoro la possibilità di una discriminazione di genere. E allora? I dati mostrano che gli uomini guadagnano un poco in più delle donne: il 10-20% circa con variazioni a seconda del paese. Ma…

1)     Se la differenza fosse dovuta a discriminazione, sarebbe più bassa nei paesi che premiano il merito, in quanto un imprenditore assume in base alla logica del maggiore profitto, non in base al sesso. Invece la differenza è più bassa in  paesi a bassa meritocrazia come l’Italia. La differenza è assente nel settore pubblico italiano, in cui la meritocrazia è quasi assente.

2)     L’Italia è uno dei paesi dove la differenza salariale a parità di mansioni è inferiore, circa il 5%, contro, ad esempio il 20% dell’Inghilterra. Come rivela la pubblicazione Eurostat-Istat “La vita degli uomini e delle donne in Europa”, diffusa in occasione della giornata della statistica, gli scostamenti retributivi fra donne e uomini “si possono spiegare con le caratteristiche individuali delle donne e degli uomini occupati (per esempio, esperienza e istruzione) e con la segregazione di genere a livello occupazionale dovute non a discriminazione ma ad altri fattori (per esempio ci sono più uomini che donne in alcuni settori/occupazioni con retribuzioni mediamente più alte rispetto ad altri settori/occupazioni)”.

maxresdefaultLa differenza rispecchia quindi la valutazione oggettiva del libero mercato. Nei paesi dove non sussisteva il ibero mercato neanche della forza lavoro, (ex U.R.S.S.) era molto più elevata la percentuale di donne impegnate in lavori una volta prettamente maschili (operai, autisti di mezzi pubblici, addetti alla raccolta rifiuti). Sia nelle basse occupazioni manuali che nelle occupazioni di valore intellettuale vale invece una legge intrinseca del libero mercato. Ed in questo ultimo caso non si tratta affatto di una superiorità genetica del maschio, mai affermabile, ma di una valutazione economica oggettiva. I fattori alla base di questa piccola differenza sono:

1)     Nei lavori manuali gli uomini hanno migliori prestazioni fisiche. Normale. Se un muratore porta più mattoni di una “muratora”, viene pagato di più sul mercato. E spiegate all’imprenditore che non deve!

2)     Nel percorso di formazione alle professioni intellettuali, gli uomini preferiscono materie scientifiche, le donne preferiscono materie umanistiche. Mentre da sempre le donne laureate in materie scientifiche vengono pagate quanto e più dei loro colleghi. E sono in maggioranza, ad esempio, nelle professioni medico sanitarie, in quelle del marketing aziendali e dove ad esempio è forte il contatto con la clientela, e nel campo assicurativo finanziario. Ma al momento della scelta della facoltà, molte studentesse si orientano verso studi umanistico-letterari destinati a condurle verso professioni peggio retribuite. Il rapporto fra ragazzi e ragazze è di circa 3 a 1 in facoltà come medicina, ingegneria, economia, matematica e di circa 1 a 3 in facoltà come scienze dell’educazione, scienze umanistiche, architettura e design. Questa differenza è maggiore nei paesi dove le donne sono più libere di scegliere (Svezia…) e minore nei paesi con maggiori condizionamenti (ex Unione Sovietica, Iran…).

#grafica_parità3)     Dicono le favole femministe, che la donna madre, rinuncia al lavoro, o sceglie un part-time, al momento del necessario accudimento della prole, e viene quindi penalizzata, (da cui l’opposizione, ma non solo, ad ogni riduzione per legge dell’assegno economico in fase di separazione). Dimenticano, e nessuno propaganda purtroppo, che molti uomini non hanno scelta: pur di mantenere una famiglia devono sottoporsi a lavori pesanti, rischiosi e quindi più pagati sul mercato. Ed infatti la differenza di reddito sparisce a parità di scelta di vita: già nel 1960 le donne mai sposate con più di 45 anni guadagnavano più degli uomini mai sposati con più di 45 anni.

4)     Gli uomini accettano i lavori pesanti. Le donne sono quasi totalmente assenti nei 25 lavori classificati come peggiori. Le miniere, le acciaierie hanno una cosa in comune: quasi il 100% dei lavoratori sono uomini e mai una femminista è venuta a pretendere una quota rosa. Le professioni a stragrande maggioranza femminile tendono invece ad avere queste queste caratteristiche: sicurezza fisica, basso coinvolgimento, stabilità, indoor, vicino a casa, orario desiderabile o flessibile, a contatto con le persone. Gli uomini accettano i lavori rischiosi. Le donne sono quasi totalmente assenti nei lavori classificati come più a rischio di vita:  pompiere (99% uomini), boscaiolo (98%), camionista (98%), operaio edile (98%), minatore (97%), ecc. Le donne dominano nelle occupazioni classificate come a minore rischio: segretarie (99% donne), receptionist (97%), ecc, per le quali i governi finanziano assurde misure di sicurezza (denunce per esposizione a video-terminale, denunce per sexual harassment…).  Anche quando uomini e donne lavorano assieme si dividono i compiti in maniera che è più probabile che sia lui a rimanere ucciso: ad esempio è 24 volte più probabile in agricoltura. La stessa tendenza vale per rischi minori, ad esempio il licenziamento. Le donne preferiscono lavori stabili: ad esempio in Svezia, nel settore pubblico lavorano circa 2 donne per ogni uomo; nel settore privato lavorano circa 2 uomini per ogni donna. In Italia il 75% del corpo insegnante è femminile, con punte del 95% nelle scuole primaria e dell’infanzia. Una delle leggi dell’economia è che le attività a maggior rischio portano ad un rendimento medio maggiore. E un salario maggiore.

uomo_padre5)     L’adozione di misure di welfare ampiamente a favore della lavoratrice che diviene madre (aspettativa retribuita, proseguimento del congedo per maternità, part-time) comporta una sospensione dell’itinerario di acquisizione di servizio utile ai fini di bonus e avanzamenti di carriera, che qualche volta possono giungere in lieve ritardo rispetto al collega uomo, che acquisisce l’esperienza sul campo. E a nulla vale reclamare se un genere solo, nella nostra specie, porta la gravidanza e l’allattamento nel suo patrimonio genetico. Chi critica tale sistema, dovrebbe piuttosto essere disponibile a concedere ai padri le stesse responsabilità di cura materne fin quasi dalla nascita della prole, con pari attingimento alle misure facilitative sul lavoro. E non vedo rivendicazioni al riguardo, anzi una tendenza a permanere nello status quo, cui attingere per un perenne atteggiamento vittimistico e di rivendicazione di privilegi.

Il calcolo della differenza retributiva effettuato facendo la media di tutte le retribuzioni delle donne e di tutte le retribuzioni degli uomini, senza calcolare i fattori di cui sopra, è semplicemente falso ed ingannevole, (come le statistiche sulle violenze sulle donne), tendenti ad avvalorare non una lotta contro la poca differenza salariale, che così calcolata non potrà mai venire meno, ma un senso di colpa utile all’elaborazione del consenso per quella parte politica che si nutre cannibalizzando se stessa ed il suo credo neofemminista.

donnericche-696x4641-300x200Alcune donne cadute nell’ideologia nazifemminista pretendono la pappa pronta e le quote rosa garantite, tendono a vedere discriminazioni inesistenti in tutto, alla prima difficoltà iniziano a recriminare contro tutto e tutti, avvitandosi in una spirale che le porta ad auto-emarginarsi rispetto alle giuste battaglie che andrebbero condotte insieme al genere opposto, sulla base di analoghi interessi. Peraltro io ho il timore che molti datori di lavoro, al momento di assumere una donna, conoscono il rischio ed il costo di assumere una femminista che per un nonnulla può scatenarsi in false accuse di discriminazione o di molestie sessuali videofoninizzate, che neanche se mostrassero l’accettazione supina di una avance sfuggirebbero all’accusa di violenza sessuale.

In conclusione, la piccola differenza salariale fra uomini e donne  è dovuta quindi a libere scelte delle persone, diverse per i generi, e a scelte del mercato. Le leggi garantiscono eguali opportunità e parità. Le neofemministe pretendono invece discriminazioni per legge contro gli uomini per ottenere eguali esiti. Ed ecco le quote rosa, che trovano accoglienza solo, in qualche caso, nel pubblico, e nelle istituzioni di parte politica. Non a caso. Ovvero: eguali esiti solo quando torna comodo. Nessuna femminista lamenta che il 92% dei morti sul lavoro è costituito da uomini, che la spesa sanitaria per donne è fino a 2-3 volte maggiore circa di quella per gli uomini, che il 70-80% delle tasse è pagato da uomini, che le donne vanno in pensione prima e vivono circa 7 anni di più in media, usufruendo quindi della pensione per molti più anni.

soldi-800x495Viceversa le lobby femministe USA e EU pretendono di occupare per legge (scelta discriminatoria di genere), o per obbligo morale, posizioni di lavoro meglio retribuite, ai vertici di organizzazioni e aziende, se non addirittura che sia ridotto lo stipendio agli uomini: usando parametri femministi, all’insegna di “eguale paga per eguale lavoro” pretendono che i lavori pesanti e rischiosi devono essere equiparati come paga oraria ai lavori meno pagati ma più sicuri e leggeri preferiti dalle donne. Le femministe pretendono che le aziende siano soggette a una nuova burocrazia che impedisca di pagare stipendi diversi anche per mansioni diverse, e che gli stipendi vengano regolamentati dagli stati in base a tabelle che equiparano ad esempio l’“empatia di una segretaria”, titolo per l’assunzione, al rischiare la vita lavorando in condizioni disagiate come su una piattaforma petrolifera.

Allora, per favore, basta con gli insulti all’intelligenza; per vendere qualche giornale o qualche voto in più, piuttosto che gridare alla discriminazione, meglio sarebbe fare informazione vera, quella che dialoga col cervello e non con altre parti del corpo.

Per approfondire (sottotitoli in italiano disponibili a breve):

https://youtu.be/QcDrE5YvqTs


varie_indagineuomo

9 thoughts on “La grande bugia delle differenze salariali tra uomo e donna

  1. Non si capisce per quale misterioso motivo un imprenditore decide di spendere di più a parità di risultato. Se fosse vero che le donne a parità di condizioni e di mansioni fossero pagate meno di un uomo le donne disoccupate sarebbero zero.

  2. Nella mia azienda (permettetemi di non dire che lavoro facevo) dove sono entrato nel 78 e dove all’epoca, e per diversi anni in seguito, si entrava per concorso,la prima donna (livello operaio,impiegate ce n’erano già) entrò nell’80.In un successivo concorso ne entrarono altre due e intanto la prima se n’era già andata perchè non ce la faceva.Negli anni 90 (non ricordo esattamente l’anno) venne bandito,già allora in nome di un assurdo privilegioun concorso RISERVATO ALLE SOLE DONNE.Ma i concorsi precedenti erano sempre stati aperti a tutti,solo che le donne quel lavoro non lo volevano fare;ma soprattutto non era mai stato bandito un concorso PER SOLI UOMINI.A questa ingiustizia si opposero anche le ormai numerose donne già entrate in azienda,le quali giustamente sostenevano che loro avevano dovuto competere anche con gli uomini e non si capiva perchè adesso dovessero essere assunte delle tali privilegiate.Per venire al discorso della parità di salario:nella mia azienda erano previsti scatti di anzianità biennali (8),più un altro scatto dopo 4 anni dal raggiungimento dei 16;cioè l’ultimo scatto di anzianità e di paga si raggiungeva dopo 20 anni di lavoro EFFETTIVO,cioè senza malattia,infortuni,sospensioni disciplinari,aspettative ecc.Ebbene,le donne hanno seguito lo stesso percorso degli uomini,non sono mai esistite differenze salariali,prima di tutto perchè i contratti di lavoro nazionali e integrativi aziendali NON LE PREVEDEVANO,poi perchè isindacati aziendali NON LO AVREBBERO PERMESSO e se fosse accaduto sarebbe bastato un ricorso al tribunale del lavoro e NON LO AVREBBERO PERMESSO (E NON LO PERMETTONO NEANCHE ADESSO) I GIUDICI!L’unica differenza che poteva esserci era legata a due piccole indennità integrative della paga base,INDENNITA’ DI TURNO e INDENNITA’ di presenza.Significa che quando eri di riposo o in ferie o in malattia o comunque eri assente per qualunque motivo non prendevi quelle due indennità,ma questo valeva sia per gli uomini che per le donne.L’unica differenza vera,ma gioco forza,era quando una donna era in maternità e se ne stava a casa per i mesi che la legge consente.Allora non prendeva quelle indennità,che ripeto erano minimali,mentre questo ad un uomo non succedeva.MA FINO AD UN CERTO PUNTO!Perchè poi le leggi hanno dato il diritto al congedo per maternità,sebbene per un periodo molto più limitato (mi pare tre mesi) ANCHE AI PADRI;per cui nel suddetto periodo anche loro non prendevano quelle indennità.Dov’è la discriminazione?

  3. In 25 di attività lavorativa negli ambiti più disparati, artistico, pubblico impiego, settore privato, ecc….non mi è MAI dico MAI capitato di sentire che una qualche collega sia stata pagata meno di me in quanto donna.
    Ho fatto per curiosità un sondaggio tra conoscenti e amici, una quindicina di persone, uomini e donne, di età e professioni diverse e tutti mi hanno riportato la stessa cosa.
    Certo se come esempio di discriminazione mi portano che Brad Pitt viene pagato di più di Angelina Jolie o che Ronaldo è più pagato della Pellegrini, allora stiamo proprio a posto

  4. Al di là della legge una cosa andrebbe detta e cioè che all’interno di una fabbrica gli uomini svolgono le mansioni più pesanti, quindi una certa differenza economica a loro favore sarebbe anche giusta, come lo sarebbe (e le donne lo rivendicherebbero a gran voce) se a svolgere le mansioni più pesanti fossero le donne.

  5. Se davvero si pagassero donne meno degli uomini, in.Una società ipercapitalistica come la nostra, dove il profitto è la massima priorità, non esisterebbe la disoccupazione femminile. Perché mai l’imprenditore dovrebbe assumere un uomo se può assumere una donna pagandola meno? Eppure è il contrario, guarda un po’…

    1. Ragionamento che non fa una grinza. Inoltre basterebbe rivolgersi al sindacato e il datore che non applica la stessa paga passerebbe guai a non finire, a meno che uno non lavori in nero.

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