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La storia di Alessio (terza puntata)

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alessioDa quel momento il piccolo Alessio vive in una sorta di altalena quotidiana. Ogni giorno quel signore grande e grosso che si fa chiamare “papà”, lo va a prendere e lo porta con sé, insieme a una signora che si chiama Gianna. Sono tutti e due pieni di attenzioni verso di lui, lo portano ai giardini, gli leggono un sacco di storie, gli fanno cose buone da mangiare. E poi ha già una stanza tutta per sé. Non se ne accorge subito, è troppo piccolo. Servono due o tre anni per rendersi conto che a casa di papà si sta benone. Grande, pulita, con tanto di piscina dove poter giocare d’estate. Certo non mancano momenti di severità, specie quando papà e Gianna cercano di insegnargli già a riconoscere le lettere e le cifre. Ma tutto è compensato di tanto in tanto dalla presenza dei nonni. Tenerissimi! Arrivano sempre con qualche dolce delizioso o qualche regalino. Alessio è raggiante in quelle tre ore giornaliere che un giudice, con un decreto esecutivo, ha deciso deve passare con papà e Gianna.

Poi c’è lo sbalzo, il rientro a casa di mamma. Ed è come passare ogni volta dalla luce al buio e viceversa. Non è un caso che Alessio pianga disperatamente ogni volta che deve lasciare papà e corra come un fulmine quando deve raggiungerlo per le sue tre ore di ossigeno. In senso letterale, perché a casa della mamma, dove vive anche la nonna, l’aria è davvero irrespirabile. Ha un che di acido che Alessio non sa definire. Forse è il fatto che nonna è malata: dorme sempre. E quando non dorme è sempre attaccata a una medicina che non smette mai di bere, talvolta dal bicchiere, talvolta dalla bottiglia. E dev’essere una medicina abbastanza cattiva, perché ogni volta che la nonna si avvicina ha il fiato che sa di disinfettante, come l’alcol che si usa quando ci si sbuccia le ginocchia. Dopo aver bevuto un sacco di quella roba, nonna barcolla, parla ma non si capisce, poi va sul divano o sul letto e dorme.


Poi c’è lo sbalzo, il rientro a casa di mamma.


donna ubriacaAnche mamma ha la stessa malattia. Non così grave, lei la medicina la prende meno della nonna. Però anche lei spesso ha quel cattivo odore acido, cammina male e molte volte non Alessio non capisce cosa dice. Vivendo le due realtà Alessio non riesce a non vedere le differenze. Gianna pulisce spesso casa e cucina cose buone, mentre mamma o esce o, se sta a casa, guarda la TV, beve la sua medicina, gioca col cellulare. Sarà anche per questo che a casa di mamma c’è un cattivo odore e ogni volta che Alessio cammina a piedi nudi si ritrova le piante tutte nere. Non di rado anche marroni. Sì, perché a casa di mamma c’è anche un cane. Mamma e nonna tengono la sua cuccia in cucina, spesso si dimenticano di portarlo fuori e capita spesso che Alessio, zampettando per casa, schiacci una delle sue cacche. Potrebbe essere tutto sopportabile, alla fine, se non fosse che a casa di mamma non si fa niente. Lei e nonna non gli parlano tanto e se lo fanno è per sgridarlo o dirgli di star zitto o per dirgli di andare a guardare la TV. Baci, carezze, coccole, manco a parlarne.

Alessio si ritrova così sballottato da due anni in poi in queste due realtà parallele e contrastanti, che non contribuiscono sicuramente a plasmare il suo essere in un modo equilibrato. A un certo punto le cose però cambiano. In peggio. Alessio non ne capisce il motivo e in realtà nemmeno Mauro, suo papà. Un giorno, arrivato davanti a casa della mamma, puntuale alle 17.00 come ogni giorno, Gaia non si presenta con Alessio. Mauro la chiama al cellulare, ma lei non risponde. Alle 17.30, preoccupato, suona al campanello. Risponde la nonna. “Chi è?”. “Sono Mauro, mi portate Alessio per favore? Abbiamo perso già mezz’ora…”. Mauro deve ascoltare il ronzio del citofono per una decina di secondi prima di sentire una risposta che lo lascia secco: “no”. “Cosa no? Come sarebbe no?” dice al microfono, ma la nonna ha già chiuso la comunicazione. O forse è caduta in coma etilico, non si sa. Mauro non sa che fare. D’istinto si farebbe aprire il portone da qualcuno, andrebbe su e si prenderebbe Alessio con la forza, ma sa che cose del genere lo potrebbero mettere in grossi guai.


Baci, carezze, coccole, manco a parlarne.


“Ho un decreto esecutivo del Tribunale”, pensa tra sé, ritrovando la calma. Subito dopo digita il numero dei Carabinieri. Che arrivano, dopo un po’. Salgono e parlamentano con Gaia e la nonna. Dalla strada si sente anche qualche urlo delle due. Mauro immagina cosa Alessio stia provando a sentire quel vociare, a vedere quelle uniformi. Sarà spaventatissimo, si dice. I Carabinieri scendono poco dopo, da soli. Abbiamo fatto il possibile, dicono. Non possiamo prelevare il minore di forza, dicono. Si rivolta al Tribunale, dicono. Poi se ne vanno. Sebbene sia cosa grave, anzi un vero e proprio reato non consegnare un minore al padre nel rispetto delle decisioni di un Tribunale, ci si potrebbe anche passar sopra. Gaia magari era mal disposta, le era presa l’ubriacatura cattiva, vai a sapere. Il fatto è però che da quel momento i suoi rifiuti diventano sistematici e smette di lasciare che Alessio raggiunga il papà, senza addurre alcuna ragione al diniego.

Ogni volta Mauro chiama i Carabinieri, che correttamente arrivano, parlamentano, poi se ne vanno allargando le braccia. Una storia che si ripete giorno dopo giorno, per mesi, finché i Carabinieri non arrivano più. In quegli stessi mesi Mauro deposita trentotto denunce per il mancato rispetto da parte di Gaia del decreto esecutivo del Tribunale. Trentotto… trentotto prima che il Tribunale si decida ad esaminare il caso e convochi entrambi per cercare di dirimere il contendere. Non agisce di forza, come forse sarebbe accaduto se a non consegnare il bambino fosse stato un uomo, ma convoca le parti. E la prima domanda che fa è indirizzata a Gaia: “signora, perché non consegna il minore al padre, come da decreto esecutivo”? Gaia guarda nel vuoto per un bel po’ prima di rispondere. Lancia un’occhiata rapida a Mauro, prende un respiro e dice: “non è un genitore idoneo”.

A Mauro scappa una risatina. Ma si accorgerà in breve che c’è poco da ridere. Tra poco entrerà in campo di tutto: droga, violenza e soprattutto, per cominciare, nientemeno che la magia.

[continua sabato prossimo]


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3 thoughts on “La storia di Alessio (terza puntata)

  1. La storia di Alessio è commovente e sconcertante. Però desta anche molta rabbia perché è una delle tante squallide storie predeterminate dal sistema creato da una certa politica e magistratura collusa.
    Lo posso affermare con certezza perché anche al sottoscritto è stato riservato lo stesso trattamento che ha subito il padre di Alessio.
    Una magistratura, quella relativa al di diritto di famiglia, assolutamente ben consapevole del dolore e del danno che viene inflitto a migliaia di piccoli innocenti in uno ai loro papà.
    Una magistratura che si nasconde dietro alle relazioni/perizie dei servizi sociali e CTU da loro stessi incaricati.
    Queste nefandezze che vengono inflitte nelle famiglie italiane sono direttamente attribuibili ai decreti e sentenze emesse da questi signori, assolutamente inadeguate e carenti in troppi punti.
    I magistrati, quelle poche volte che sono stati additati si sono giustificati asserendo che il disagio non dipende dalla loro volontà, bensì essi si sono basati sull’esito delle perizie !!?
    La domanda nasce spontanea: questa giustificazione potrebbe essere digerita per qualche caso sporadico sfuggito ad un magistrato un po’ distratto, ma che dire circa l’imbarazzante evidenza di migliaia di casi in tutt’Italia e tutti riconducibili a perizie farlocche accettate bovinamente dai giudici che non si accorgono di nulla ?
    Ci sarà mica una connivenza e/o una forzatura preordinata ?
    Mi sembra evidente che le loro giustificazioni non siano più in grado di sorreggere un carico criminale così vasto e pesante.
    La risposta si commenta da sola ma purtroppo i crimini continuano indisturbati e i media tengono il loro gioco.
    Nel caso di Bibbiano, come in tante altre realtà italiane, siamo costretti ad assistere a questa sorta di connivenza fra magistrati, avvocati, periti, centri antiviolenza, servizi sociali, politici…… chi più ne ha più ne metta !!!!!
    Comunque, come in tutte le linee di comando, la responsabilità finale è sempre e comunque di colui che appone la firma e il timbro finale. Ciò significa, che i danni che poi ne conseguono, sono riconducibili esclusivamente a colui che ha disposto, raccolto e analizzato un certo numero di dati e materiale.

    Se crolla un palazzo, l’ingegnere che l’ha progettato ed ha pure seguito la direzione dei lavori, non si può nascondere e/o giustificare asserendo che i muratori hanno fatto male il loro lavoro !!!
    Lo stesso dicasi per i magistrati che hanno una responsabilità tanto quanto quella dell’Ingegnere.
    Pertanto, il disastro sociale che sta vivendo l’Italia sul diritto di famiglia è da attribuire unicamente a questa categoria di persone che siedono su poltrone importanti in cima alla piramide.
    Un caso, due casi, ….. dieci casi …… sono giustificabili, ma non questo dissesto sociale gravissimo e dilagante.
    Una vergogna indicibile sanzionata innumerevoli volte anche dalla Corte di Strasburgo.
    E ciò la dice lunga sulla malafede in essere.

    Comunque veniamo all’altro aspetto: quello di un papà, in questo caso è Mauro, che nonostante abbia in mano un decreto che parla chiaro sul diritto di visita, anche se misero e vergognosamente inopportuno, non riesce neanche con questo a mantenere una continuità affettiva con il figlio nonostante l’intervento dei Carabinieri.
    Purtroppo, lo stesso identico scenario, l’ho subito anche io come padre.
    La mia ex compagna, affetta da Sindrome della Madre Malevola, sin dal primo giorno in cui è entrato in vigore il decreto si è dimostrata sempre più falsa, abusante e latitante con la piccola bambina di soli tre anni.
    La cosa ancor più sconcertante, fu nel fatto che l’intervento delle forze dell’ordine da me richiesto si rivelò assolutamente inconsistente, così com’è capitato a Mauro.
    Tutte le visite padre/figlia sono state boicottate, quindi il molte di queste ho richiesto l’intervento sia dei carabinieri che della polizia di Stato.
    Questi nonostante avessero ben compreso il problema, con tanto di decreto alla mano, non hanno fatto nulla in loro potere per redarguire ed isolare la signora in modo tale da favorire il ripristino del diritto di visita.
    Ciò è accaduto in più occasioni e in diversi comuni, quindi non solo nel solito paese di residenza.
    Ne ho dedotto, che l’arma intera molti anni fa abbia ricevuto una sorta di diffida a non procedere in alcun modo per far rispettare la legge sul punto.
    Normalmente, in presenza di un decreto e/o una sentenza, oppure anche in qualsiasi provvedimento provvisorio che riguarda tematiche diverse, questi si adoperano senza riserva e senza titubanze.
    Quindi, come mai quando sono di fronte ad una inosservanza del genere assumono un atteggiamento di impotenza ?
    L’unica giustificazione che ho potuto formulare sta proprio in un input che è stato emesso a livello nazionale tanto tempo fa che impediva loro di agire in questo determinato frangente normativo.
    Ho tentato più volte di fare loro la domanda specifica: mi hanno sempre risposto ….. “ no ! non possiamo intervenire in alcun modo, …. possiamo solo fare un verbale, lei si deve rivolgere in tribunale per questo problema oppure vada dagli assistenti sociali “ …….
    Quindi il cane che si morde la coda; si ritorna sempre al punto di partenza.
    Intanto i mesi e gli anni passano, e la nefandezza si consuma fino in fondo.

    Quindi gli “operatori” del sistema hanno creato questa sorta di scatola cinese che non ha ne fine e ne certezze. È una sorta di presa per il culo perpetua che come la giri che come te la tenti, sempre lí ti riporta.
    E’ sin troppo evidente, che il sistema creato anni fa, oggi è stato ben collaudato e istituzionalizzato e produce quell’effetto da molti sperato e voluto.
    Ne consegue che un papà se finisce in tribunale per la classica separazione, entra in questa spirale e non esce più. Il sistema inizia con la programmazione della finta denuncia da parte della ex, poi inevitabilmente si arriva alle relazioni degli assistenti sociali e dei CTU, poi il carosello continua con i vari provvedimenti coercitivi emessi dal tribunale, si arriva al decreto che stabilisce i “diritti di visita” (vergognosi e inopportuni) e poi comincia il valzer degli abusi, delle calunnie, delle prepotenze, delle violenze, dei diritti calpestati ed altro per ritornare di nuovo in tribunale e qui ricomincia di nuovo il carosello come se niente è stato, con il paradosso che ora c’è più penale che civile.
    Questo è quello che è capitato anche a me, con l’aggravante che tutto questo bel carosello che hanno impostato è servito ad escludere la figura paterna in tutto e per tutto e concedere alla delinquente l’affido esclusivo di mia figlia.
    Questa è la sintesi di cosa sia oggi la magistratura nel diritto di famiglia.
    E naturalmente, tutti i media sono sordi, ciechi e handicappati nella comunicazione verbale sul tema.
    Enfatizzano e pompano unicamente il problema del femminicidio, ….. tra l’altro pure inesistente.
    Questi si sono resi fattivamente partecipi alla creazione di tale sistema criminoso avendo spianato la strada a coloro che poi hanno facilmente elaborato normative e indirizzi giuridici facilitanti l’attuale sistema perverso.
    Per cancellare tutto ciò occorre fare un percorso a ritroso: un disegno di legge sullo stile Pillon 735, ma più vincolante e più specifico, dove non c’è assolutamente spazio per interpretazioni e iniziative private da parte del magistrato.
    Inserire una pesante responsabilità penale per il coniuge che denuncia il falso.
    Tutte le forze dell’ordine devono essere esplicitamente autorizzate ad intervenire per ripristinare un eventuale abuso in corso d’opera. Così come avviene quando sorprendono un pedofilo in flagranza di reato. Lo arrestano subito. Poi si va in tribunale.
    Eliminazione totale degli assegni di mantenimento.
    Concedere ai coniugi la possibilità di accedere al giudizio anche senza l’assistenza di un avvocato.
    Eliminare l’utilizzo più che abusato dei CTU e CTP, dei servizi sociali, e dei centri anti violenza.

    Se tutto ciò fosse già in vigore, la triste storia di Alessio, come anche la mia, non ci sarebbe stata.
    Non ci sarebbero stati neanche tanti suicidi, ivi compreso quello del piccolo minore morto di recente, e non ci sarebbe neanche tanta sofferenza per tutti i familiari coinvolti.
    Che dire sul danno sociale enorme che tale sistema in tanti anni ha provocato?
    Un saluto.

  2. Questa parte di post, evidenzia come la misandria è molto più diffusa della misoginia, al contrario di quello che vogliono fare credere i mass media.

    Il bambino non viene più dato al padre, parliamo come mangiamo senza troppi giri, per invidia e gelosia, sentimenti che spesso le donne non sanno e non vogliono dominare.

    Poiché questi sentimenti negativi, naturalmente che siano, non seguono una logica che abbiano un senso, l’unica strada per giustificare un comportamento irrazionale è passare alla menzogna, dipingere chi si invidia che è un mostro, con menzogne pesanti che il più delle volte vanno a toccare la sfera sessuale.

    Si, perché i sentimenti negativi non si sanno fermare dove vengono covati, nel cuore di una persona, ma portano la persona ad aggiungere sbagli su sbagli, facendo male a se stessa e agli altri.

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