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Lo sporco business del patrocinio gratuito “in rosa”

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aula_tribunale_01In Italia è possibile avere un avvocato gratis se si ha un reddito annuo inferiore a 11.369,24 euro. Lo stabilisce il Testo Unico sulle Spese di Giustizia per garantire la tutela degli interessi di ogni cittadino, anche quando il cittadino in questione non può permettersi di pagare la parcella di un avvocato. Che, in caso di gratuito patrocinio, viene pagato dallo Stato. Ci sono però casi in cui quel limite non sussiste ed è quando chi richiede l’avvocato pagato dallo Stato è una presunta vittima maggiorenne di maltrattamenti in famiglia, mutilazione degli organi genitali, violenza sessuale, stalking, prostituzione. L’eccezione vale anche per i minorenni presunti vittime di riduzione in schiavitù, prostituzione, pornografia, tratta e acquisto di schiavi, atti sessuali.

Statisticamente, e limitandosi alle fattispecie riguardanti i maggiorenni, si tratta di reati tipicamente denunciati da donne contro uomini, ossia è quel poderoso insieme di accuse che porta a una somma di circa 35.000 denunce all’anno, di cui appena la metà (circa 18 mila) va in procedimento. In pressoché tutti i casi che finiscono davanti a un giudice, la presunta vittima si costituisce “parte civile”, allo scopo di ottenere un risarcimento. Per farlo, ha bisogno di un avvocato che la patrocini, e in questo senso i conti sono presto fatti: un avvocato di parte civile per una causa penale, bene che vada ha un costo medio di circa 3.500 euro. Moltiplicato per i circa diciottomila casi di donne presunte vittime che sicuramente si giovano del gratuito patrocinio, abbiamo un costo annuo per lo Stato di 63 milioni di euro, mica spiccioli.


In pressoché tutti i casi che finiscono davanti a un giudice, la presunta vittima si costituisce “parte civile”, allo scopo di ottenere un risarcimento.


soldi-800x495Calcoli spannometrici questi perché, purtroppo, non sono reperibili da nessuna parte dati ufficiali sui costi gravanti sul bilancio pubblico per la copertura di queste spese. Ciò che si sa è che il Ministero della Giustizia annualmente trasferisce ai diversi tribunali una certa somma (circa 15 milioni solo al Tribunale di Milano, per esempio), con cui le diverse amministrazioni coprono i costi dei patrocini gratuiti. Milioni di euro che piovono sui tribunali e subito escono, drenati dal profluvio di cause relative a presunte violenze contro le donne. Solo un anno fa gli avvocati battevano cassa a fronte di parcelle non ancora pagate dallo Stato. Sarebbe interessante sapere (ma ovviamente non si sa) quanti di quei legali portano a casa la pagnotta cooperando con i centri antiviolenza, istigando cause che comunque vengono mandate in procedimento da un sistema-giustizia che non verifica e dunque funziona, e comunque vengono pagate da Pantalone, anche quando palesemente infondate.

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Ed è qui che si giunge a un punto oggettivamente importante. Se uno è povero, lo è in termini oggettivi. Al netto di eventuali lavori in nero, lo stato di povertà è concretamente verificabile. Lo status di vittima di violenza invece no, per lo meno non subito. Ad accedere al gratuito patrocinio sono persone, praticamente tutte donne, che si presume siano state vittime di violenza, ma che tali non sono finché una sentenza non lo stabilisce in modo univoco e comprovato. E si sa, lo si dice spesso su queste pagine, sulle 18 mila denunce che vanno a procedimento, a malapena 5.000 (uno scarso 28%) si concludono con una condanna. Tutte le altre sono fuffa, denunce false o strumentali, per cui tutte le accusatrici si costituiscono comunque parte civile, sperando di fare tombola per sé e innescando un bel business per un gran numero di avvocati, che diventano così una sorta di dipendenti dello Stato.

donna_soldiDetto questo, facciamo il gioco del se. Ovvero: se lo stato di povertà è oggettivo e riscontrabile, sicuramente più oggettivamente e rapidamente di quanto non lo sia lo status di vittima; se lo status di vittima viene accertato soltanto a fronte una sentenza (anche solo di primo grado); se è vero com’è vero che il 90% delle denunce finisce in nulla e che il 72% dei procedimenti per violenze sulle donne termina con l’assoluzione dell’imputato, con ciò smentendo lo status di “vittima” della denunciante; allora perché non prevedere che il patrocinio gratuito venga annullato a fronte di un’assoluzione piena dell’imputato (“il fatto non sussiste” e “mancanza, insufficienza, contradditorietà delle prove”)? A quel punto la fanciulla dovrebbe pagarsi da sé l’avvocato, a meno che non abbia un reddito sotto soglia.


Perché non prevedere che il patrocinio gratuito venga annullato a fronte di un’assoluzione piena dell’imputato?


Con un provvedimento del genere si otterrebbero parecchi vantaggi. Si cancellerebbe un incomprensibile privilegio riservato a chi si presume soltanto che sia vittima, al di fuori di ogni verifica oggettiva. Incidentalmente tale privilegio è appannaggio pressoché esclusivo del genere femminile, ma questo non è rilevante: in termini di principio non ha comunque fondamento, chiunque ne sia il fruitore principale. Contestualmente si avrebbe un gran risparmio per le casse dello Stato e si toglierebbero di mezzo intere legioni di avvocati interessati ad avviare sempre e comunque delle cause, quale che ne sia la fondatezza e quali che siano i soggetti che ne verranno massacrati, in genere uomini e minori. In più è noto che i centri antiviolenza lavorino quasi essenzialmente con questo tipo di cause, quindi anch’essi verrebbero ridimensionati nella loro azione d’inquinamento e sollecitazione della conflittualità. Non irrilevante: un provvedimento del genere contribuirebbe a stroncare al minimo quel 90% di denunce farlocche che saturano procure e tribunali, impedendogli di operare con efficienza.

varie_avvocatoE per soggetti del genere operare con efficienza significa intervenire tempestivamente e con successo in difesa delle vere vittime, anzitutto. Ma non solo: una domanda sovrasta tutta questa sporca vicenda del patrocinio gratuito declinato come ennesimo privilegio in rosa. Quante persone oggettivamente povere faticano o rinunciano ad accedere al patrocinio gratuito perché sono pochi gli avvocati disponibili a fronte di fondi di copertura che finiscono dopo pochi mesi, drenati da colleghi professionisti dell’antiviolenza? Una persona in difficoltà economiche che chieda supporto a un legale, nello stato attuale delle cose rischia di sentirsi dire: non sono disponibile, dato che lo Stato mi paga la parcella dopo due-tre anni, avendo esaurito tutto per pagare i colleghi che si trastullano con i centri antiviolenza e la false accusatrici. Insomma sono evidenti i danni portati da un privilegio privo di fondamento, uno tra i tanti concessi senza motivo alla corporate rosa nazionale e ai suoi voraci associati. In un paese un minimo normale, a fronte dei numeri reali quel privilegio sarebbe stato abolito da tempo. Anzi non sarebbe proprio stato concepito. Ma, ahimè, siamo in Italia.

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6 thoughts on “Lo sporco business del patrocinio gratuito “in rosa”

  1. “Ci sono però casi in cui quel limite non sussiste ed è quando chi richiede l’avvocato pagato dallo Stato è una presunta vittima maggiorenne di maltrattamenti in famiglia, mutilazione degli organi genitali, violenza sessuale, stalking, prostituzione. L’eccezione vale anche per i minorenni presunti vittime di riduzione in schiavitù, prostituzione, pornografia, tratta e acquisto di schiavi, atti sessuali.”

    Non mi risulta.
    Mi risulta invece che alcuni dei casi citati sia ben specificato che il sesso della presunta vittima che ha diritto al patrocinio gratuito deve necessariamente essere: femmina.
    Infatti anche i tre mesi di astensione lavorativa pagata dallo stato per le vittime di violenza domestica specificano bene: SE LA PRESUNTA VITTIMA E’ DONNA.

      1. Infatti già in almeno un caso ti risulta male, dal tuo link:

        “In particolare, rientrano tra i reati sempre coperti dal gratuito patrocinio i maltrattamenti in famiglia o da parte di convivente (art. 572 del Codice penale), la mutilazione degli organi genitali FEMMINILI (art. 583-bis), la violenza sessuale (art. 609-bis), gli atti sessuali con minorenne (art. 609-quater)”.

        Traduzione: se ti castrano forzosamente non hai diritto al patrocinio gratuito.

        1. Ah ho capito cosa intendi. Sì certo,lo davo per scontato. Diciamo che è un’aggravante oltre a tutto il resto…

        2. Il punto è che il più delle volte non serve andare a cercare leggi o direttive di genere neutrale (almeno formalmente) e criticare il fatto che pur formalmente neutrali sono pensate per un sesso a scapito dell’altro: non serve perché se dai un’occhiata trovi subito che c’è proprio la legge o direttiva che da’ diritti “solo alle donne, in quanto donne” e specifica proprio bene “femminile” o “donne”.

          1. E questa è la legge, poi ci sono le sentenze che la reinterpretano secondo il ciclo mestruale della giudice o della moglie del giudice, e le direttive operative della polizia: entrambe per nulla di genere neutro.
            Un esempio classico: legge anti-prostituzione che criminalizza i soli clienti e non i sex workers. E’ formalmente di genere neutro.
            Però nel preambolo della legge c’è scritto che è per combattere lo sfruttamento delle donne, e nelle direttive della polizia si ordina di perseguire solo i clienti maschi di sex worker femmine, lo hanno messo nero su bianco.
            Perquisizioni corporali? Solo le donne hanno diritto di essere perquisite da poliziotte del loro sesso, gli uomini invece possono essere frugati indifferentemente da donne o uomini. E’ scritto proprio così, nero su bianco.
            E questo succede in Svezia. Lo so perché leggo lo svedese.
            E lassù hanno una legislazione strettissima pro-neutralità di genere. Ma la fica spesso rende ciechi a questi dettagli, si confonde “parità” e “genere neutro” con “privilegio riservato alle sole donne”.
            Figurati in Italia, non serve nemmeno controllare.

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