Per chi lavora la commissione sul “femminicidio”?

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Fa accapponare la pelle l’articolo pubblicato da “Il Messaggero” il 21 maggio scorso, intitolato “SOS mamme vittime di mariti violenti, Commissione sul Femminicidio punta a cambiare il dl Cura Italia”. Raramente si trovano, messe così, esplicitamente nero su bianco, tante falsità. Vi si dà conto della mobilitazione di un fantomatico “Comitato Madri Unite contro la Violenza Istituzionale” affinché il Parlamento metta mano al Decreto “Cura Italia” nella parte relativa alla gestione del sistema giudiziario durante la quarantena (art.83). La lamentela, manco a dirlo, riguarda quella che il giornale romano chiama, con la solita sobrietà, “un dramma nel dramma”, ossia le donne “vittime di violenza” costrette a incontrare l’ex partner per consegnargli i figli a norma di sentenza di separazione. «Riuscire a dimostrare la violenza domestica in sede giudiziaria per molte donne, soprattutto se si trovano in fase di separazione e sono coinvolti dei figli minori, diventa una impresa quasi impossibile», dicono le signore del suddetto Comitato, forse pensando di essere a Zelig. Lasciano però la battuta migliore in conclusione, quando dicono che il percorso da seguire secondo la legge «è quasi impossibile da portare avanti ed è totalmente sbilanciato ai danni delle donne». Anche per questo il Comitato, come appare chiaramente dal suo sito, si batte per l’abolizione della Legge 54/2006.

Com’è possibile, o meglio con che faccia tosta si possa dire questo in un paese dove da quattordici anni la magistratura disapplica una disposizione di legge travestendo da affido condiviso quello che, nel 98% dei casi, è un affido esclusivo alle madri, in pieno spregio del diritto del minore alla bigenitorialità, può saperlo solo “Il Messaggero”, che a tale castroneria ha dato voce e risalto. Ma non basta, perché al peggio non c’è mai fine. Nell’articolo spuntano anche degli “esperti” (chi sono? Esperti di che?) secondo cui le denunce penali vengono archiviate “nella stragrande maggioranza dei casi” perché ritenute strumentali e questo (così suggerisce il tono dell’articolo) è inaccettabile. Così come sono inaccettabili i tentativi del sistema giudiziario di conciliare le parti per il bene dei minori. Probabilmente accade nei tribunali di Marte, sicuramente non in Italia, ma a questo punto l’articolo vira decisamente sulla fantascienza: “il dramma è che le mamme vittime di violenze sono di fatto minacciate – quasi schiacciate – dalla possibilità di vedersi strappare i figli in sede di procedimento civile se non si mostrano collaborative con il compagno o l’ex marito violento e spesso anche già condannato”.


Ma questo gli “esperti” citati dall’articolo non l’hanno rilevato.


Da menzogna nasce menzogna, in un rosario che seppellisce grano dopo grano l’intera storia del giornalismo, oltre che la verità dei fatti. Secondo l’articolo, per colpa della Legge 54/2006, quella che attualmente regolerebbe separazioni e affidi, se non fosse disapplicata dai giudici, gli ex compagni condannati anche al terzo grado di giudizio riescono a far valere il loro diritto a vedere i figli. Il tutto perché, accidenti, la suddetta legge riconosce il diritto del minore alla bigenitorialità, che si impone anche quando il minore non vuole più vedere il padre. Né il “Messaggero”, né tanto meno il fantomatico Comitato, vengono sfiorati dall’idea che quella repulsione possa essere frutto di anni di lavaggio del cervello del bimbo da parte della mamma, pratica diffusissima, accertata, studiata e riconosciuta a livello scientifico. Ci mancherebbe. Il quadro è, deve essere, quello delle madri in trappola e sotto il ricatto che i figli gli vengano portati via e messi in casa famiglia per impulso dell’ex marito desideroso di vendetta, o che arrivi un decreto del Tribunale che imponga le visite paterne o addirittura li sottragga dall’ala protettrice di mammà. Per tutto questo il Comitato si è rivolto alla “Commissione sul femminicidio”, che si è subito attivata per modificare il decreto “Cura Italia” in modo da ostacolare al massimo qualunque possibilità per i figli di vedere i padri.

Su tutto questo si possono fare due ordini di riflessioni. La prima è che ciò che riporta l’articolo è metà falso e metà infondato (il che è praticamente la stessa cosa). Falso perché, lo si è detto, se c’è qualcuno sistematicamente penalizzato dal sistema giudiziario in ambito separativo, quello è proprio il padre, non altri. Ci sono a dimostrarlo 14 anni di disapplicazione di una legge, ovvero di eversione giudiziaria da parte di una magistratura in salsa Palamara, insieme a svariate condanne della Corte Europea. Falso perché non si è mai visto un sistema giudiziario, che per statuto deve decidere chi ha ragione e chi no, farsi mediatore tra le parti in causa: le presunte “pressioni” denunciate dal Comitato sono dunque pura invenzione. È poi infondato che il problema segnalato sia così strutturale e diffuso: gli uomini condannati per violenza contro le donne nell’ultimo decennio si contano a qualche migliaia ogni anno (dati del Ministero della Giustizia), a fronte di svariate decine di migliaia di separazioni. Si attiva dunque una commissione parlamentare per fattispecie che accadono così raramente da poter essere definite mere eccezioni. E lo si fa suggerendo che la realtà dei fatti, ossia che l’85-90% delle denunce femminili in fase separativa sono false e strumentali, sia una forma di abuso da parte della magistratura. Invece resta un fatto: quelle denunce sono quasi tutte false. Archiviazioni e assoluzioni stanno lì a dimostrarlo. La violenza degli ex che giustificherebbe il loro allontanamento dai figli in pratica non esiste, o esiste in proporzioni pressoché irrilevanti. Mentre più che rilevante è la pratica delle false denunce mai sanzionate da nessuno, con la corrispettiva privazione coatta del padre a danno dei figli. Ma questo gli “esperti” citati dall’articolo non l’hanno rilevato.


I numeri di telefono giusti, nelle istituzioni e nelle redazioni.


Laura Massaro

Siamo insomma nel regno della menzogna più sfrontata, dal lato di chi ha la faccia tosta di sostenere tali posizioni. Ma siamo anche nel regno della deontologia giornalistica gettata in latrina, con mezzi di comunicazione mainstream che, per interesse o per pressioni dall’alto, si piegano a poteri indebiti e si fanno veicoli sistematici di fake news. “Il Messaggero” con la sua sezione “Mind the gap” è una punta di diamante in questo senso, insieme a “La 27esima Ora” del Corriere della Sera e ai blog de “Il Fatto Quotidiano”. Il limite della decenza, da quelle parti, è stato superato da tempo e stupisce davvero che in tanti leggano ancora quei brogliacci da regime totalitario senza dire né a né ba. Oltre a ciò, siamo anche agli inferi dell’utilizzo strumentale e personalistico di apparati istituzionali: nel momento in cui un semplice comitato può attivare una commissione parlamentare, che a sua volta si mobilita per modificare un decreto, vuol dire che il principio “amici degli amici” è diventato sistema. Significa vantaggi illeciti per il privato che abbia attorno le protettrici giuste, quelle che hanno il numero di cellulare della parlamentare giusta per innescare un meccanismo preferenziale e privilegiato. Piccole accolite con le mani nelle istituzioni, pronte ad agire sulla base di mistificazioni e bugie a danno di tutti: uomini, donne e minori. E c’è un sospetto che aleggia su un articolo e su una mobilitazione del genere. Chiunque sia un minimo informato delle più importanti vicende nazionali in quest’ambito se n’è accorto perfettamente, ma nessuno dice nulla per paura. In queste pagine però non si ha paura e se si hanno dei dubbi li si mette in chiaro, facendo nomi e cognomi.

E dunque una seconda riflessione da fare è che l’articolo sembra costruito come un abito su misura per una e una sola vicenda ben nota, quella che da anni ormai contrappone Laura Massaro e l’ex marito Giuseppe Apadula relativamente all’affido del figlio. Abbiamo ricostruito la loro storia qui. Si tratta di una vicenda, a nostro parere, di palese alienazione parentale e di mancanza di coraggio da parte dei tribunali che se ne sono occupati. Non solo: quella di Laura Massaro è diventata col tempo una partita di importanza capitale per l’industria dell’antiviolenza. A sostenerla, infatti, ci sono diverse associazioni, prima tra tutte quella “Maison Antigone” colta di recente a ridacchiare con soddisfazione alla notizia (poi rivelatasi falsa) che il coronavirus si annidasse nei testicoli e per questo facesse più morti tra gli uomini. L’associazione romana ha probabilmente (non può non avere) i numeri di telefono giusti, nelle istituzioni e nelle redazioni, specie presso il quotidiano romano “Il Messaggero”. E guarda caso proprio “Il Messaggero” è stato costretto poco tempo fa a una rettifica da Apadula, dopo aver scritto testualmente: “Laura Massaro, la mamma vittima di violenza da parte del compagno…”. Peccato che Apadula sia stato completamente scagionato da ogni accusa (tanto per cambiare).


Per chi lavora davvero la commissione parlamentare sul “femminicidio”?


I membri della Commissione parlamentare sul “femminicidio”

A nostro avviso, dunque, il fantomatico “Comitato”, che non a caso dedica intere pagine alla vicenda Massaro/Apadula sul suo sito, è un alias di tutta l’organizzazione che ruota attorno a Laura Massaro, e l’intervento della commissione sul “femminicidio” sul decreto “Cura Italia” alla fine riguarderebbe solo questo singolo caso. Che sul piano simbolico è e resta uno dei più emblematici del paese. Tale l’hanno reso le esibizioni mediatiche cui è stata spinta la stessa Massaro, che ora deve affrontare una situazione giudiziaria scomodissima e rischiosa. Se la magistratura si deciderà a trarre coerentemente le conclusioni di anni di perizie, giudizi e decreti, c’è infatti la concreta possibilità che il figlio di Giuseppe Apadula possa finalmente recuperare un padre. Nel caso, proprio in quanto vicenda altamente simbolica, sarebbe però un disastro per l’industria dell’antiviolenza. Ciò che emerge dall’articolo de “Il Messaggero” è dunque, a nostro avviso, un tentativo di evitare quel disastro, attivando tutte le sorellanze istituzionali disponibili, che pure subirebbero un contraccolpo tremendo se la vicenda si concludesse con il riconoscimento al minore del suo diritto ad avere un padre. Per tutto questo è legittimo porsi, tra le tante, quella che è la domanda principale: per chi lavora davvero la commissione parlamentare sul “femminicidio”? Per la collettività, come da suo statuto, o per amiche e conoscenze specifiche?


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