Per soldi i centri antiviolenza fanno tripli salti mortali

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LA FIONDA

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di Fabio Nestola – Ad un passo dalla graduale riapertura delle attività, torniamo sul voltafaccia dei centri antiviolenza rispetto al lockdown. Prima versione, marzo 2020: i contatti sono crollati, le donne non chiamano più i centri, rispetto allo scorso anno le telefonate al 1522 sono scese a meno della metà. Seconda versione, aprile 2020: i contatti sono aumentati, le donne chiamano i centri molto più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Com’è possibile una tale macroscopica contraddizione? Possibile che nessuno la noti, ma soprattutto la faccia notare a chi la divulga? In entrambi i casi l’allarme deve salire: a marzo veniva propagandata a tappeto (ed inculcata nella popolazione) la certezza che migliaia e migliaia di donne avessero un disperato bisogno di chiamare il 1522, ma proprio non potessero farlo a causa della sorveglianza assillante degli aguzzini con i quali erano costrette a convivere. Bufala stratosferica, condizionamento delle coscienze. L’assunto sarebbe che i mariti violenti controllerebbero h24 le proprie vittime, senza perderle di vista neanche 30 secondi per lasciare loro la possibilità di chiedere aiuto. Sorveglianza ininterrotta giorno e notte, roba che non riesce a fare nemmeno la polizia carceraria con i camorristi al 41 bis.

È una mistificazione ideologica la narrazione ossessiva di donne segregate in casa e controllate minuto per minuto, senza che il carceriere si addormenti mai per settimane e settimane, non vada mai in bagno per fare una doccia o altro, non vada al supermercato, in farmacia, a gettare la spazzatura. O che impedisca alla vittima di andare in bagno, a fare la spesa etc. Falsità a pioggia, è stato dipinto un quadro impossibile. Escher era un dilettante al confronto. Altro aspetto: non tutti gli uomini possono restare in casa a controllare le vittime, non hanno smesso di uscire di casa moltissime categorie di lavoratori: medici ed infermieri ma anche poliziotti e carabinieri, operatori del 118 e della protezione civile, vigili del fuoco, polizia municipale, forestale, guardia di finanza, farmacisti, giornalisti, edicolanti, tecnici delle mille emittenti radio e TV pubbliche e private, dipendenti di banche e poste, dipendenti della Pubblica Amministrazione, autisti di bus, camionisti, benzinai, tabaccai, magazzinieri dei supermercati, personale dei vari gestori telefonici, agricoltori, allevatori… la lista è infinita. Possibile che le mogli di tutti questi milioni di lavoratori siano, proprio loro, quelle immuni dalla violenza domestica? Secondo la narrazione imperante a marzo non dovrebbero essere loro le vittime costrette al silenzio, poiché nonostante il lockdown sarebbero tutt’altro che impossibilitate a chiamare, avrebbero ore ed ore ogni giorno di totale libertà dal momento che carnefice in casa non c’è.


E’ la strategia vincente dei centri antiviolenza.


soldiCuriosa coincidenza. La moltitudine di donne che aveva scatenato la disperazione (vera o presunta) della narrazione ideologica, quelle per le quali “la pandemia è un calvario poiché sono recluse in casa con l’aguzzino”, sarebbero quindi solo quelle conviventi con negozianti, ristoratori, piccoli imprenditori, professionisti vari… col popolo delle partite IVA, per capirci. Se tuo marito va al lavoro non hai bisogno di chiamare il 1522, il bisogno diventa impellente solo se tuo marito resta a casa. Ridicolo, per non dire altro. Una teoria bislacca che fa acqua da tutte le parti, clamorosamente smentita anche dai fatti di cronaca registrati dopo l’allarme “schiave recluse”. Gli episodi di violenza domestica ci sono stati, temo sia una piaga insopprimibile, ma le vittime chiamavano carabinieri e polizia invece del 1522. Questo bypass non inficia la possibilità delle vittime di ricevere aiuto, ma ovviamente ha molto infastidito chi gestisce il 1522, che ha visto scemare il proprio ruolo “insostituibile”. Inoltre le vittime narravano mesi o in alcuni casi anni di violenze, lunghi periodi nei quali non avevano mai provato a liberarsi degli aguzzini, ma dimostravano di riuscire a denunciare proprio nel periodo in cui il mainstream raccontava che sarebbe stato impossibile denunciare. Chi ha bisogno di chiedere aiuto può farlo, anzi deve farlo, ma non è vero che l’orco in casa non lascia alcuno spiraglio per farlo. Questa è la verità che compare nei fatti di cronaca.

Comunque è emerso lo scopo della propaganda martellante, pur se scollata dalla realtà: battere cassa. Si crea un’emergenza o presunta tale, la si costruisce a tavolino per condizionare l’opinione pubblica ad accettare come indispensabili delle misure economiche che indispensabili non sono affatto. Soprattutto in questo periodo. Milioni ai centri antiviolenza, altri soldi dal decreto Cura Italia, altri soldi dalle Regioni, altri soldi chiesti come misure straordinarie. Un pozzo senza fondo, i finanziamenti non bastano mai… Anche se risulta difficilmente comprensibile perché, secondo la loro narrazione, bisognava potenziare il servizio proprio quando le operatrici telefoniche erano inoperose a causa del crollo verticale di chiamate. Come se la FIAT, a fabbriche chiuse, invece di mettere in cassa integrazione 500 operai chiedesse fondi governativi per assumerne altri 1.000. Dopo essere passati all’incasso, i centri antiviolenza hanno cambiato registro, passando al piano B. Ad aprile hanno cominciato a circolare dati diametralmente opposti a quelli di marzo, le chiamate miracolosamente erano in aumento. Anche quelle di marzo, smentendo la lamentela precedente. Niente di nuovo, è la strategia vincente dei centri antiviolenza: dire tutto ed il contrario di tutto, sempre dichiarazioni funzionali a lanciare allarmi, senza mai prendersi il disturbo di documentare quanto affermato, senza mantenere un minimo di continuità o quantomeno motivare la clamorosa retromarcia. Coerenza, questa sconosciuta.


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