Stupro di Firenze: le ombre dopo la sentenza

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persone_camuffoGiovedì scorso l’ex carabiniere Marco Camuffo è stato condannato, a seguito di rito abbreviato, a 4 anni e 8 mesi di reclusione per violenza sessuale commessa a danno di una studentessa americana, a Firenze, all’incirca un anno fa. Il collega Pietro Costa, anche lui accusato per lo stupro di una seconda studentessa americana amica della prima, ha scelto il rito ordinario e il suo processo inizierà nel maggio prossimo. In attesa che il giudice depositi la motivazione della sentenza, tra novanta giorni, il legale di Camuffo ha già annunciato che ricorrerà in Corte d’Appello, perché un po’ di cose non tornano nella condanna del suo assistito. Di fatto, è bene ricordarlo, la presunzione d’innocenza vale fino al terzo grado di giudizio nel nostro paese.

E io sono propenso a dubitare della colpevolezza sia di Camuffo che di Costa. Sebbene non abbia avuto accesso alle carte processuali, sono emerse alcune circostanze che mi inducono a guardare con occhio critico alla vicenda. A monte di tutto stanno alcuni scivoloni dei difensori di Camuffo, che hanno optato per il rito abbreviato nonostante l’istruttoria risultasse lacunosa. Senza contare la pessima gestione che hanno fatto della relazione con i mass media, ponendosi subito sulla scia della vittimizzazione a prescindere delle due giovani americane, mettendo così in ombra il massacro che è stato fatto del suo assistito. Perché se, fino a prova contraria, lo stupro delle statunitensi è presunto, il dramma vissuto da Camuffo e dalla sua famiglia è reale, realissimo.

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carabinieri1-klvc--390x180@ilsecoloxixweb_265x122Un dramma che potrebbe avere le sue radici anzitutto nelle pressioni del Comune di Firenze, timoroso di perdere il ricco business degli studenti e turisti americani in città. Ma che è di sicuro stato causato, tanto per cambiare, dai media e dal feroce cinismo con cui, alla ricerca dello scoop e dell’audience, non si fanno scrupolo a devastare persone, vite, famiglie e reputazioni. Ricorderete che, nel violare il segreto istruttorio (reato su cui per altro al momento non risulta aperto nessun fascicolo) pubblicando stralci fuori contesto dell’incidente probatorio del 14 febbraio, ben prima della comunicazione di chiusura indagini da parte della Procura Civile di Firenze, i media si si sono volutamente concentrati a distrarre il pubblico con la presunta invasività di cinque domande sulla bellezza di dodici ore di udienza.

Un’operazione che sembra fatta apposta per distogliere l’attenzione dalle evidenti contraddizioni nelle risposte delle ragazze, una per tutte quella eclatante che l’accusatrice di Camuffo avesse ancora in rubrica, a due mesi dal presunto abuso, il numero di telefono del suo aggressore, cosa di cui, guarda caso, non aveva fatto parola né agli inquirenti al momento della denuncia, né al GIP. Fu Camuffo a dirlo subito in interrogatorio, due giorni dopo i fatti. Le analisi sul cellulare della ragazza, che era stato sequestrato per fare copia della memoria interna, lo hanno confermato, accertando che l’orario di registrazione risultava proprio a cavallo del rapporto. Perché la ragazza lo ha taciuto? E come mai in ospedale non le hanno riscontrato nemmeno una piccola lesione? E ancora: come mai le due americane in discoteca zampettavano tranquillamente sui tacchi, sobrie e lucide fino, guarda un po’, a dieci minuti dal presunto abuso?

Most-Influential-Journalists-TodaySi tratta di dubbi sorti non solo a me, ma anche all’informazione mainstream, subito dopo la sentenza di condanna di Camuffo. Una ragione ci sarà. Forse, al di là delle innegabili responsabilità disciplinari dei due carabinieri, i media hanno capito di essersi spinti troppo oltre, una volta di più, nell’esercitare pressione verso la magistratura. In assenza di tutto il teatrino giornalistico, non è improbabile che questo caso sarebbe stato archiviato come uno dei tanti rapporti consenzienti con ripensamento susseguente, o peggio ancora una falsa accusa a scopo ritorsivo. Le telecamere puntate hanno messo in atto per l’ennesima volta una strategia della tensione che, al momento, ha debellato solo l’esistenza di un uomo e della sua famiglia. Con l’effetto collaterale, ugualmente rovinoso, di dare in mano alla narrazione femminista un’altra arma retorica molto potente: quelle cinque domande invasive che per paradosso finiscono per essere più pesanti di dodici ore di resoconti contraddittori.


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