Uomini discriminati anche nelle fake news

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Giorgio Russo – Ebbene sì, la notizia che abbiamo dato giovedì sulle 26 mila segnalazioni di uomini vittime di violenza da parte di donne era una fake news. Deliberata, calcolata, costruita. Per chi non ci credesse, ecco qui, registrata sul sito archive.is (in alto a sinistra la data di registrazione dello screenshot, il 27/04, impossibile barare) l’email che la redazione ha mandato ad alcuni destinatari terzi (Francesco Toesca, Fabio Nestola, l’Avv. Marcello Adriano Mazzola, la Dr.ssa Roberta Aledda e l’Associazione Papà Separati Liguria) dove si avvisava dell’iniziativa. I San Tommaso che ancora non ci credessero, possono contattare i destinatari per chiedere l’inoltro in copia della mail originale. Perché abbiamo fatto questo esperimento? Non è difficile da capire, basta ricostruire il percorso che abbiamo seguito e vedere le reazioni ottenute.

L’articolo di Fabio Nestola è volutamente costruito per “preparare” il punto fondamentale della notizia, ovvero appunto la cifra di 26 mila e passa contatti di vittime maschili. Non serviva un genio per capire che si trattava di un marameo fatto ai centri antiviolenza e ai loro dati taroccati. Qualche utente l’ha capito subito e ci ha scritto privatamente, avendo notato il tono beffardo dell’espressione “un gruppo di amici”. Troppo lontano dallo stile rigoroso di un Fabio Nestola per essere credibile. Eppure in moltissimi ci sono cascati, soprattutto tra chi osteggia ferocemente questo blog e il suo taglio. L’obiettivo però era di darla a bere ai media mainstream, per vedere se avrebbero rilanciato una cifra così mastodontica, proposta per di più da uno studioso autorevole, dandole la stessa visibilità riservata alla fuffa spacciata dall’industria dell’antiviolenza.


Domande piene di panico.


Per assicurarci di raggiungere l’obiettivo abbiamo colto l’occasione di un intervento di Davide Stasi a Radio Padania Libera. Un’emittente nazionale, legata a un grande partito politico, dunque monitorata da agenzie di stampa ed essa stessa in contatto con molte testate. Al termine di una bella intervista all’interno della trasmissione “Potere al popolo”, Stasi ha lanciato la bomba, anticipando l’esito della rilevazione, appunto il dato delle 26 mila segnalazioni. Cinque minuti dopo l’intervista, non a caso, le visite al blog si sono moltiplicate. Poco dopo l’uscita dell’articolo, abbiamo mandato un breve comunicato alle maggiori redazioni giornalistiche e alle agenzie di stampa. Due di esse ci hanno chiesto via email un numero di telefono per approfondire, gliel’abbiamo dato ma nessuno si è poi fatto sentire. E naturalmente nessuno ha ripreso la notizia sotto alcuna forma.

L’articolo ha fatto il giro del web, condiviso da sostenitori e critici del blog, ma al di là di quello, non si sono avute reazioni di sorta dai media. Le uniche attenzioni ossessive sono venute da alcuni profili fake, veri e propri infiltrati nelle nostre pagine social, che ci hanno chiesto insistentemente “le fonti” della notizia. Abbiamo risposto in modo evasivo, scommettendo che poi avremmo trovato gli screenshot su qualche pagina “nemica”, cosa prontamente accaduta. Pagine che, a riprova del Q.I. degli hater che ci ritroviamo, ponevano domande piene di panico del tipo: che significa “durante il lockdown”? Da dove deriva la cifra? Qual è il periodo di riferimento? Qual è la fonte della cifra? Esiste un target? Come sono stati raccolti questi dati? Da chi? Esiste qualche report verificabile? Mancava che chiedessero prova provata del numero di peli del naso dei chiamanti… Ma la migliore tra le questioni poste viene da una delle pagine che più si impegna h24 nell’hate-speech verso questo blog e verso chiunque si opponga al dettato tossico del femminismo: “davvero vi fidate di chi non mostra un dato verificabile che sia uno?”, chiede alle sue adepte, con toni altisonanti, e sembra di sentire in risposta un coro appassionato di “nooooooo”.


La scomparsa dei fatti, il condizionamento delle coscienze.


Tutto molto bello e divertente, perché la gragnola di domande dal mondo femminista è sorta con un’intensità inversamente proporzionale a quanto accade quando sono i centri antiviolenza ad autocertificare di aver ricevuto millemila chiamate, senza portare mezza prova, senza alcuna verifica, senza sapere se erano chiamate casuali o meno. In quel caso le nostre amiche femministe si guardano bene dal porre questioni. In quei casi non ci si chiede se davvero qualcuna si fidi di dati non verificati, anzi: li si diffonde a manetta. Eppure non abbiamo fatto niente di diverso: il citato “gruppo di amici” con cui abbiamo fatto coglionella a quel mondo bugiardo e velenoso ha la stessa autorevolezza delle associazioni antiviolenza sparse per il paese. Anzi il nostro “gruppo di amici” immaginario, a ben guardare, avrebbe agito in modo volontario, per solidarietà, mentre i centri antiviolenza hanno tutto l’interesse (misurabile in milioni di euro pubblici) a diffondere allarme sociale con dati inventati e mai comprovati con la scusa della “privacy” (a cui infatti anche l’articolo di Nestola fa beffardamente riferimento).

Al di là dei cervelli delle portavoce dell’industria dell’antiviolenza, talmente frollati e impregnati di livore da farle cadere in tranelli di cui si accorgerebbe anche un bambino, ciò che rileva è il disinteresse dei media mainstream verso notizie che riguardino vittime maschili di violenza. Quante sono davvero? Non si sa. Sebbene molti abbiano motivi ed evidenze per sostenere che siano moltissimi (e la cronaca degli ultimi giorni lo conferma), nessuno se ne occupa. Da capire se è disinteresse istintivo, se dipende da disposizioni istituzionali o di redazione, o se telefonate e mail sono partite subito ai destinatari giusti per assicurarsi che nessuno desse seguito a una notizia capace di ribaltare la narrazione dilagante. Di fatto, di certe cose non si può e non si deve parlare. Tant’è che, purché si parli di donne vittime, anche se si tratta di dati non comprovati, prodotti e autocertificati da fonti inaffidabili perché minate profondamente da un grave conflitto d’interessi, oltre che contraddette dai dati ufficiali, si aprono comunque le porte dei TG nazionali, dei programmi di approfondimento e delle redazioni, e tutto diventa la seconda o terza notizia per importanza, dopo la pandemia. Se fonti ugualmente prive di ufficialità mettono in atto la stessa operazione, scatta l’interesse immediato, seguito però poi subito dall’oblio totale, se si parla di vittime maschili per mano femminile. Proprio come dice da sempre Fabio Nestola, insomma: la scomparsa dei fatti, il condizionamento delle coscienze. Se serviva una prova definitiva, è bastato proporre una ghiotta fake news per averla.


Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: