Il “counselor” dei centri anti-violenza. Chi è costui?

professione-counselor-corsoNegli ultimi articoli (qui, qui e qui) ho cercato di dare un quadro dell’anomalia rappresentata dai centri anti-violenza, case-rifugio e tutta la grande holding che fa riferimento alle tematiche degli abusi contro le donne, e che ruota vorticosamente attorno a una bella e grande torta di soldi pubblici, interessi occupazionali ed elettorali. Durante la disamina ho fatto riferimento alla totale mancanza di requisiti per gli operatori di queste realtà assistenziali, e ho detto che spesso questo deficit viene spontaneamente coperto da chi se ne fa promotore, vantando il titolo professionale di counselor (ovvero operatore del counseling). Ma chi è e cosa fa il counselor?

Cerca e ricerca, non se ne viene a capo in modo chiaro. Basta leggere questa definizione, presa da un sito che pubblicizza un corso appunto per diventare counselor:

Il Counselor è la figura professionale che aiuta a cercare soluzioni di specifici problemi di natura non psicopatologica e, in tale ambito, a prendere decisioni, a gestire crisi, a migliorare relazioni, a sviluppare risorse, a promuovere e sviluppare la consapevolezza personale su specifici temi. L’obiettivo del Counseling è fornire ai clienti opportunità e sostegno per sviluppare le loro risorse e promuovere il loro benessere come individui e come membri della società affrontando specifiche difficoltà o momenti di crisi.

Chiaro no?

No, per nulla. Leggendo e rileggendo, e cercando di andare oltre la palese supercazzola costituita da quella sequenza di parole, la sensazione che si ha è che il counselor tenti timidamente, ma non troppo, di fare ciò che fanno psicologi e psicoterapeuti, ma senza dirlo esplicitamente, e soprattutto senza seguire la loro lunga e complessa trafila formativa. Se così non è, allora il counselor, stando alla sua descrizione, non è che un buon amico a pagamento. Non sono forse, quelle attività, tipiche di un amico saggio e affezionato che ascolta e dà consigli? A me pare di sì.

identikitQuale delle due sia l’ipotesi più vicina alla verità può essere suggerito da una banale ricerca in rete. Tanti sono i siti che decantano l’utilità del counseling o promuovono corsi di formazione per counselor, quanti quelli che ne mettono in dubbio l’utilità, quando non la legittimità. In questa pagina, ad esempio, il problema viene sviscerato in modo molto efficace, con l’utilizzo dell’umorismo, che spesso riesce a dire le cose come stanno meglio di altri stili. Alla fine quello che si può dire con certezza è che quella del counselor è una figura per lo meno controversa, che cammina pericolosamente sul sottile filo che separa le professioni connesse alla psicologia dall’abuso di professione.

Sembra non essere, in realtà, nulla di nuovo. Data una filiera economica o commerciale, c’è sempre chi cerca di infilarsi in mezzo, spezzare la filiera stessa, per aggiungersi o inserirsi, e trarre da essa qualche profitto. Nel percorso che porta un cliente (persona abusata, con disagi psicologici eccetera) verso un fornitore di servizi mirati (lo psicoterapeuta), il counselor sembra volersi inserire nella fase iniziale della filiera, con tutti i malumori dei professionisti che vengono dopo, e che per operare hanno seguito un percorso formativo e professionalizzante sicuramente più lungo, approfondito e complesso.

donna-tristeTornando a centrare la questione sulle nostre tematiche, però, viene da chiedersi: ha un senso o anche solo un’utilità mettere persone (donne) abusate, a disagio, magari coinvolte in situazioni gravi e pericolose, in mano a persone dalla professionalità controversa? Come ho giudicato gravissimo (ma astuto dal punto di vista politico) l’assenza di qualunque requisito per aprire, gestire e operare in un centro anti-violenza e similari, ugualmente ritengo molto rischioso che di frequente il deficit delle norme venga ovviato dal richiamo a un diploma di “amico a pagamento”.

Per quanto intelligenti, sensibili e preparati, gli amici possono anche non avere gli strumenti per ascoltare, comprendere e dare il giusto supporto. E i casi che si presentano ai centri-antiviolenza hanno spesso bisogno di molto più di un amico. Se stesse a me, ogni organizzazione del genere dovrebbe essere gestita collegialmente da almeno uno psicologo, uno psicoterapeuta e un criminologo, tutti e tre iscritti agli albi e associazioni riconosciute dallo Stato. Gli operatori poi dovrebbero avere uguali professionalità. I counselor potrebbero servire, al massimo, come punto di primo ascolto. Solo così i centri anti-violenza ottempererebbero correttamente ai compiti per cui sono stati concepiti: fare filtro tra abusi veri e abusi falsi, anzitutto, come auspicato anche da importanti magistrati, e poi dare un supporto professionale serio ed efficace a chi ad essi si rivolge.

bannerpromo

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...