La verità di Giuseppe – L’uomo non merita amore, ma denunce

di G.A.

GENE WILDER WILLY WONKA & THE CHOCOLATE FACTORY (1971)Nel delizioso film “La fabbrica di cioccolato”, Willy Wonka” proprietario della fabbrica, attira col cioccolato 5 bambini, dei quali i 4 più disubbidienti fanno una brutta fine. La fabbrica è infatti uno sfogo per lo stesso Willy per proiettare su altri bambini la sua difficile infanzia, con un padre che lo maltrattava. Nel pensare ai centri antiviolenza mi viene in mente chissà perché questo film. Solo che al posto del cioccolato, per attirare le ospiti viene prospettato l’effetto miracoloso delle denunce col quale chiudere definitivamente una storia matrimoniale o di convivenza dinanzi ad un ex marito/compagno/padre maltrattante. Denunce ormai frequenti nelle separazioni, e devastanti in ordine alla possibilità che i figli continuino a vivere entrambi i genitori.

Ora, esaminiamo meglio tale aspetto. Anche dalla parte della donna che entra in un centro antiviolenza. Il diritto di querela è esercitabile da tutti. E questo è normale. Querelare una o più persone, non è una azione malvagia a priori, non dovrebbe costituire l’astuta e vendicativa mossa di un rivale economico o affettivo, ma la giusta richiesta di punire chi ci fa male in modo sostanziale, evitando di farsi giustizia da soli nel principio consolidato che ciò non sarebbe degno di esseri civili, che devono regolare socialmente, tramite il diritto, i comportamenti individuali, all’insegna del mantenimento di un certo grado di civiltà.

judgemIn realtà le usanze in tema di querele e denunce, come è avvertibile da molti, sono leggermente differenti. Spesso si denuncia (per un reato generico) e si querela (per un danno alla propria persona) con sentimenti non proprio nobili, ma in obbedienza ad un istinto vendicativo che nobile non è, nella ricerca quantomeno di procurare un brutto quarto d’ora, e se va bene un danno niente male, con relativa rifusione economica verso il denunciante, avverso un odiato concorrente, indipendentemente dal compimento di un crimine. Nulla osta se il crimine esiste ed è reale, ma nella grande maggioranza dei casi, specie se si tratta di coppie in procinto di separarsi, ciò non avviene. Ma si denuncia, si querela, e ci si trascina in tribunale ugualmente.

Toltisi tali soddisfazioni, per la maggioranza di ex, e nel senso comune, il ricorso ad un tribunale è poco diverso dal tentare la fortuna ad un gratta e vinci. Difatti per la parte vincente, o assolta, sono pronti gli auguri, si stappano le bottiglie, si fanno le congratulazioni. Così come per una vincita al lotto. Niente che somigli al normale ristabilimento di un diritto. Non è a mio giudizio un bello spettacolo, scorgere in tali manifestazioni di condivisione quasi goliardica di una vittoria, la dimenticanza che, comunque, al di là dell’esito, chi ha sicuramente perso, alla fine di un processo, è la convivenza civile tra i partecipanti delle due parti; la capacità di comporre un dissidio in modo pacifico, la mancanza di ragionevolezza o della capacità di mediazione.

angrygodE quanto ciò sarebbe vitale per l’equilibrio dei figli minori in gioco è davvero inutile sottolinearlo. Trattare una denuncia come un affondo vendicativo a un avversario, al di là delle ragioni, grazie a legali compiacenti, ci riporta ai conflitti di una terra senza legge, mentre, in una società civile o che si definisca tale, i tavoli dei giudici dovrebbero essere quasi sgombri e molti di loro in cassa integrazione.  Evidentemente ci troviamo invece di fronte una umanità che di uscire dallo stadio infantile dove il ricorso ad un padre punitivo che, al grido di “io sono tempesta” meni un po’ a tutti, è indispensabile.

Detto ciò le statistiche parlano chiaramente. Dati ISTAT del 2015 rispetto al 2010. E’ in calo sia la violenza fisica sia quella sessuale verso le donne. Dai partner e ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%). Il calo è particolarmente accentuato per le studentesse, che passano dal 17,1% all’11,9% nel caso di ex partner, dal 5,3% al 2,4% da partner attuale e dal 26,5% al 22% da non partner. In forte calo anche la violenza psicologica dal partner attuale (dal 42,3% al 26,4%), soprattutto se non affiancata da violenza fisica e sessuale. All’inverso aumenta la propensione alla denuncia. Più spesso le donne considerano la violenza subita un reato (dal 14,3% al 29,6% per la violenza da partner) e la denunciano di più alle forze dell’ordine (dal 6,7% all’11,8%). Più spesso ne parlano con qualcuno (dal 67,8% al 75,9%) e cercano aiuto presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%)

fulminiStabilita la situazione sociale nella quale ci muoviamo, possiamo tranquillamente affermare che in tema di separazioni si assiste al meglio del ricorso infantile al padre punitivo, e neanche a quello biblico, ma ancora più indietro al dio vendicativo regnante sugli uomini. Il Giove olimpico che assicura la vittoria alla fazione protetta a discapito e umiliazione dell’altra, al di là di ogni ragione.

Quando si assume a priori che la donna denunciante una violenza domestica ha ragione da vendere, quando si istruiscono le maestranze di polizia, le autorità mediche, il personale paramedico, a mettere sotto protezione sin dal primo vagito una donna che vive un singolo contrasto familiare, non ci rivolgiamo alla giustizia dei tribunali, ma al dio armato dei suoi fulmini. Quando iniziando un percorso di salvaguardia da un violento, si impone a ogni giudice di credere alla querelante, già uscente dal percorso all’interno di un centro antiviolenza, testimone giurata di se stessa, chiamata “parte lesa” sin dal primo deposito in cancelleria di procura, trasformando una ipotesi in una definizione, e quando dal primo ricorso a un numero di telefono antiviolenza si entra nel percorso delle famose tre “P” (protezione della donna, punizione del responsabile e prevenzione del ripetersi di violenza), molto ma molto prima che chiunque abbia potuto verificare l’attribuibilità di una esternazione di disagio al compimento di un crimine da art. 572 c.p., non siamo di fronte alla giustizia giudicante, siamo di fronte al dio vendicativo che scaglia le sue saette contro chi ha osato sfidare la sua protetta ponendola di malumore.

Anna-BaldryTale convinzione viene fuori da un’analisi di come secondo le professioniste della antiviolenza sia giusto, doveroso, e ineluttabile, un ricorso alla fatidica denuncia nei confronti di un violento. Vogliamo parlare, cioè, ancora meglio, di quelle querele presentate da ex, o aspiranti ex, mogli/compagne contro il proprio partner, costituendo esse la maggiore percentuale di quelle scaturenti da vicende di separazione. Vediamo quindi come la vicenda che porta alla denuncia/querela, sbocco necessario del percorso delle tre “P” desunto dai manuali dell’antiviolenza di genere, è illuminante e non ha bisogno di commenti, essendo chiaro di per sé, e valevole anche come avviso ai padri naviganti verso l’estromissione dalla famiglia, spesso da loro tanto ambita, voluta, desiderata, e protetta. Ripercorriamo quindi i passi che conducono al raddoppio delle denunce pur in presenza di un calo dei reati, come illustrato dalle professioniste dell’antiviolenza di genere.

1.     “Uno dei primi passi dell’assistenza alla donna che versa in stato di disagio, è l’ascolto”, dice Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa di D.i.Re (Donne in rete). “La donna non va costretta a denunciare, ma ascoltata. Gli va detto che ogni decisione è sua” (mica delle consigliere). “Eventualmente la si fa incontrare con specialiste della violenza di genere che gli spieghino cos’è e come si manifesta la violenza dell’uomo sulla compagna, dopo di che la presa di coscienza del suo stato la indurrà alla migliore decisione”. Non è difficile immaginare quale. Il primo passo è fatto.

2.     Tranquille, non è necessario ricorrere subito al penale. Infatti è possibile restare nell’ambito del Codice Civile ove, grazie alla legge n.154/2001 approvata in sordina, si ottiene l’allontanamento forzato del convivente dall’abitazione familiare. L’esigenza di tale legge nacque dal bisogno di una norma svincolata dai meccanismi garantisti del penale. Così il giudice civile, fissata l’udienza in meno di un mese, dispone l’allontanamento dalla consorte, e per forza di cose anche dai figli, essendo impossibile l’uno senza l’altro.  Lo stesso giudice può ordinare all’imputato di lasciare immediatamente la casa familiare, ovvero di non farvi più rientro, e comunque di non accedervi senza autorizzazione. Qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumità della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, può prescrivere inoltre che il medesimo non si avvicini a luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, salvo che la frequentazione sia necessaria per motivi di lavoro. Su richiesta del P.M. può ingiungere il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto della misura cautelare disposta, rimangano prive di mezzi adeguati. E’ prevista anche la possibilità che l’assegno sia versato direttamente al beneficiario dal datore di lavoro dell’imputato; l’ordine di pagamento è titolo esecutivo. Come è evidente, si tratta di una separazione forzata ed immediata a tutti gli effetti. Con tutti gli effetti civili anche sul mantenimento. Peccato che l’istruttoria di tale procedimento civile sia del tutto sommaria, al di fuori delle garanzie del processo penale. E la decisione rapidissima, nell’intenzione almeno di chi vi ricorre. E’ un vero colpo di mano.

shushing-1240x6813.     Se la donna non vuole ancora ricorrere al penale, non va costretta, ma aiutata a contestualizzare il suo stato. Guidata con dolcezza tutta femminile. Tramite quindi numerose sedute di ascolto si cerca di tirare fuori il suo vissuto, lo si sviscera e si rigira da ogni parte, devono emergere gli anche apparentemente insignificanti episodi che, pur se singolarmente poco importanti, nell’insieme rappresentano uno stato di maltrattamento. Non può essere un solo episodio: uno schiaffo non permette neanche la misura cautelare, quello che la consente è la reiterazione. E’ indispensabile che la reazione del compagno, al di fuori e al di là di qualsivoglia provocazione che non è proprio contemplata neanche in potenziale diminutio culpae, si reiteri almeno due o tre volte. Anche senza testimoni,  ovvero come unica testimone la denunciante; è uguale.

4.     Può essere utile ricordare che la maggior parte degli episodi di violenza sono premeditati: basta solo pensare al fatto che le donne sono spesso picchiate in parti del corpo in cui le ferite sono meno visibili. Ovvero, anche se non sono visibili segni di alcun tipo, l’asserzione di aver subito violenza non può essere contestata. Si può dire al contrario che anche senza alcun segno si presumono le botte. Ed anche senza le botte si presumono le stesse sulla base della dichiarazione della vittima. Andiamo però al passo successivo:

5.     Tra le mura domestiche le donne vengono colpite in modo subdolo, inaspettato, incapaci di difendersi dai propri compagni di vita tramutatisi in persecutori. Le violenze psicologiche vanno supposte prima di ogni indagine in merito. E’ lui che colpisce (offese? Violenze ? Insulti? Ti fa andare in bestia? Non è chiaro come!).

woman-turning-to-camera-and-laughing_qy-yghiy__S00016.     Dice sempre Anna Costanza Baldry: “Poiché sono reati per cui non c’è mai un testimone diretto, nel penale sono molto importanti anche i testimoni indiretti, cioè quelli che raccontano cosa ha detto loro la donna. Anche se non hanno visto la violenza, hanno verificato lo stato di terrore che lei ha vissuto. Lo può fare un medico, un’amica, un assistente sociale”. Se la donna decide di denunciare il compagno violento occorre una querela e bisogna dimostrare la pericolosità del responsabile attraverso la denuncia delle reiterazioni dei delitti. Ecco perché è importante ascoltare la donna e rimestare nel torbido di ogni episodio di rabbia, di agitazione, oltre che di contatti fisici non voluti, nella sua relazione al termine. Attenzione: la donna, qualora ritenga di avere responsabilità in una lite, va decisamente convinta del contrario. E’ fuori discussione che lo faccia per sopravvivere psicologicamente. E’ patologico. Mai potendo essere aderente alla realtà tale presa di coscienza. Infatti:

7.     Nessun comportamento o provocazione messa in atto dalle donne giustifica la violenza da loro subita. Una donna può ritenersi responsabile della violenza come strategia di sopravvivenza finalizzata a sentirsi in grado di controllare la situazione: “se sono io a provocare la violenza, farla cessare dipende da me”. Ciò che non è assolutamente comprensibile è l’assenza della proprietà di invariabilità del risultato di tale proposizione invertendone i fattori. Se fosse l’uomo a pensare “se sono io a provocare la violenza, farla cessare dipende da me” di fronte ad uno schiaffo mollatogli dalla consorte, probabilmente verrebbe portato in manette ad un centro di recupero per uomini violenti.

soldi8.     Dice ancora il manuale: le tipologie di violenze esercitate da mariti, fidanzati, compagni o ex sono purtroppo molteplici, e poste in essere con l’intenzione di colpire ed umiliare la donna nel profondo (violenze fisiche, sessuali, psicologiche, addirittura economiche). Le violenze psicologiche vanno supposte prima di ogni indagine in merito. Quella economica è una nuova definizione ancora non chiarita del tutto, ma consiste in pratica nel lamentare un uso incontrollato del denaro da parte della stessa denunciante, ed è chiaramente tale ovviamente solo se colpisce la donna e proviene dal lui. Non esiste mai viceversa violenza economica agita dalla donna verso il marito/compagno.

9.    A questo punto il processo generico di vittimizzazione raggiunge l’apoteosi finale. Tra cori di angeli vendicativi la donna si risolleva dalle viscere infernali cui l’aveva sprofondata Satana, e assume infine la decisione di andare in penale, anche senza testimoni o prove di violenze, ma sulla base di testimonianze sul “terrore negli occhi” della donna, da operatrici comprensive e anche una amica, mentre la vittima diviene voce narrante dell’istituzione contro la violenza. Il contorno di ascoltatori diviene testimone contro il reo. E fine della storia, con la condanna di quest’ultimo a portata di mano, se non certa. Al di là di ogni ragionevole dubbio!

I presupposti di tali indicazioni della Baldry sono quindi :

1) Se una donna esprime il suo disagio verso la sua relazione, è certamente vittima di violenza.

2) Se non accetta di essere vittima di violenza, va ascoltata, guidata messa a confronto con altre esperienze, fino a prendere coscienza del suo stato.

3) Se non accetta di denunciare, va indirizzata verso specialisti legali che per intanto possano ricorrere in tribunale civile alla richiesta di allontanamento verso l’ex compagno/marito/padre.

4) Va assolutamente evitato ogni tentativo di mediazione, e salvaguardata la donna da se stessa, nel caso manifesti l’insana voglia di comporre il dissidio e persino di ritornare a vivere con l’ex.

4) Quando accetterà di denunciare, finalmente avendo appreso cosa è definibile come violenza, va assistita da tutti quei soggetti che hanno avuto modo di seguirla dall’inizio della storia, che testimonieranno in suo favore.

la-fabbrica-di-cioccolato-03-1E l’esito è scontato. La fabbrica delle denunce, come quella di cioccolato, che addomesticava crudelmente i fanciulli riottosi, ha concluso il suo virtuoso percorso di assorbimento del disagio individuale per sputare fuori a tutto spiano vittime di violenza denuncianti.

La distorsione di tale processo è visibile anche ad un cieco, quando non si trova in nessuno scritto di orientamento e di guida di una donna che inizi il suo percorso antiviolenza, sin dalla manifestazione del disagio nella relazione, e conseguente riconoscimento del suo stato di vittima di violenza, una sola frase nella quale si scorga un tentativo di individuazione, conoscenza o confronto col mostro marito/compagno/padre violento, con il suo personale essere, ne di una sola verifica dei rispettivi vissuti; nessuna analisi dei due punti di vista, nessuna mediazione in assenza ancora di fatti gravi di violenza. Nessuno stimolo introspettivo sulla reale dinamica della coppia. La prevenzione, per il manuale del nazifemminismo militante, è solo e soltanto la messa in sicurezza, la fortificazione dello status abitativo, della donna che grazie alla propaganda si rivolge alle professioniste in questione. La strategia è quella militare di costruzione di protezioni adeguate a sostenere l’assalto armato del violento. Il centro antiviolenza, l’allontanamento, le case famiglia, sono provvedimenti da adottare all’insaputa del presunto (così lo definirebbe la legge) violento. Impossibile mediare in situazioni di violenza. Soprattutto quando non è ancora definibile come tale, perché esiste anche se non è nota, e se è nota tanto meno. Manifestazione evidente di violenza subita è il malessere di una parte, emersa spesso grazie alla pronta intuizione, da parte della solita amica consapevole, che qualcosa turba la vita della vittima designata.

Nella convinzione che la veridicità di una posizione sia sempre verificabile ponendosi dal punto di vista della controparte, invertendo quindi la posizione dei protagonisti, non esito a sognare un analogo manuale per uomini che subiscono violenza, che ripercorra lo stesso iter, guidato da specialisti uomini, così puntigliosamente congegnato dalle istruttrici delle vittime femminili. Qualora avesse la stessa efficacia nel produrre denunce contro le ex mogli/compagne/madri, ci troveremmo quindi dinanzi ad una volgarissima manipolazione in grande stile dell’intelligenza umana. Viceversa, avrei torto io. Pur nella differenza di temperamento, intellettiva e caratteriale geneticamente insita nei due generi.

uomini-e-donneMi è sfuggito qualcosa? Forse un’ultima riflessione: quando, per incitare i soldati in guerra, viene indicato un nemico non meglio precisato, non meglio definito, dai contorni sfocati, surreale, così come “l’uomo subdolo”, oppure “la violenza dell’uomo”, “l’oppressione persecutrice dell’uomo che ti dorme a fianco”, “il compagno di vita aggressore” dovrebbe essere, per istinto naturale delle migliori neutrali intelligenze femminili e maschili, avvertito da elevata distanza il puzzo di zolfo bruciato emanato dalle professioniste dell’antiviolenza e non dal satanico di turno. E con ciò giungere alla ovvia conclusione che un enorme inganno si cela dietro l’invenzione di un mostro fantastico buono a tutti gli usi e adattato acriticamente come un elastico a ogni individuo. Si parla di reali caratteristiche maschili o di alcuni isolati casi di devianza dalle regole civili da parte di poche persone, nell’ordine di 3 o 4 per milione? Di una caratteristica generica presente anche nel DNA di un genere, quindi di realtà oggettiva, o di fantastici “imperi del male” in barba ad ogni realtà statistica, che neanche stirata con tutte le forze riesce a descrivere una realtà che oggi nel nostro paese è molto meno violenta che in passato?. Nell’attesa di capire chi è il vero nemico, scopriremo sin dove si voglia condurre il gioco dell’invenzione del mostro. Un fenomeno ingigantito dalla catena di Sant’Antonio con la quale mestieranti e vittime di violenza spuntano come funghi creando a loro volta vittime e mestieranti, fino a quando probabilmente tutto si sgonfierà similmente ad una bolla speculativa sul mercato dell’economia reale, nel quale uomini e donne dovranno vivere ancora e sempre in simbiosi e completandosi vicendevolmente. Dimentichi di ogni maschilismo come di ogni femminismo.


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