Pari opportunità: la mia lettera al Sottosegretario Vincenzo Spadafora

spadafora


Egregio On. Vincenzo Spadafora,

ritengo opportuno e urgente scriverle pubblicamente per mettere a sua disposizione alcune riflessioni che spero possano esserle utili nel momento in cui assume ufficialmente la sua carica presso il Dipartimento Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Un’istituzione, quella che è chiamata a guidare, la cui natura è facilmente intuibile già solo dando un’occhiata rapida alla homepage del sito di riferimento: http://www.pariopportunita.gov.it/. La declinazione degli interventi, delle notizie e l’intera impostazione è centrata esclusivamente sulla donna e sulle possibili sue problematiche nella società contemporanea. Un’impostazione che già di per sé è la cifra di un’anomalia affermatasi nel corso del tempo, sotto la spinta di tutte le amministrazioni precedenti, con uno speciale impegno profuso da quelle orientate all’area di centro-sinistra, secondo una direttrice inaugurata già nel 2004 dalla Spagna di Zapatero. Ancora oggi il governo iberico annovera uno spudorato “Ministero per le Pari Opportunità – Istituto per le donne”. Da noi questa forma di sbilanciamento fazioso rimane larvato, ma c’è, e pesa sulla vita di molte persone e sugli equilibri sociali attuali e quelli a venire.

Ritengo superfluo richiamare alla sua memoria l’Articolo 3 della nostra Costituzione, che non permette l’assunzione di decisioni legislative discriminatorie su questioni, tra le altre, di genere. Si tratta di una pietra miliare da tenere sempre a mente, quale premessa per ogni altra considerazione. Vero è che condizioni straordinarie, in taluni casi, possono anche temporaneamente sospendere o relativizzare i vincoli costituzionali. Ed è con questa logica “relativizzante” che la narrazione emergente dalla homepage del sito del suo Dipartimento, ma anche dai maggiori media nazionali, dalla letteratura diffusa, dalle tendenze dei social network, enfatizza la questione femminile come una delle più assolute e urgenti emergenze nazionali. Con questa lettera vorrei portare alla sua attenzione le reali proporzioni di questa presunta “emergenza”.

Tutto parte dalla nota Convenzione di Istanbul, un accordo internazionale tendenzialmente iniquo e discriminatorio verso gli uomini. Non a caso rappresenta un flop sulla scena del diritto internazionale, con appena 32 ratifiche raccolte a stento in 7 anni e l’assenza di adesioni di nazioni importantissime (a titolo d’esempio e paragone, la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989 venne firmata da 61 paesi in tre mesi). Essa ha dato l’avvio a un processo che ha centralizzato ed enfatizzato la questione femminile e le anomalie dei rapporti di genere, innescando uno sbilancio di trattamento che è nei numeri, quelli veri e quelli un po’ meno veri. Mi permetta di sintetizzarli.

Il Dipartimento che ora è chiamato a guidare ha commissionato all’ISTAT alcune indagini campionarie relative a diversi tipi di abusi e maltrattamenti sulle donne. Dal 2012 al 2016 il campione interrogato è passato da 25 mila a 11 mila donne, pari a circa lo 0,05% dell’intera popolazione femminile adulta italiana. Curiosamente, nonostante il calo del campione, le stime risultanti dai calcoli proiettivi statistici sulle donne in diverso modo maltrattate sono passate da 3 a 8,8 milioni. Un dato del tutto ipotetico, dal valore molto relativo, come sempre sono le stime statistiche, e che come tale andrebbe spiegato e inquadrato. Ricorderà invece i titoli dei maggiori media nazionali e le dichiarazioni ufficiali di rappresentanti istituzionali parlare di “9 milioni di donne maltrattate”, come se fosse un dato reale. Ignorando, credo volutamente, che, secondo i dati della European Agency for Fundamental Rights (http://fra.europa.eu/it), l’Italia è uno dei posti più sicuri per le donne in ambito comunitario e, probabilmente, nel mondo.

Questi dati hanno generato una slavina di storture e falsificazioni nella narrazione diffusa sulle relazioni di genere e sulle iniziative concrete che a esse si applicano. E’ sulla base di questa lettura distorta che, ad esempio, i dati sulle archiviazioni e/o assoluzioni di uomini accusati di maltrattamenti variamente definiti vengono letti come un’inefficienza della Magistratura, quando non un suo connaturato maschilismo e un disincentivo per le donne maltrattate a denunciare. Mentre è ben noto a tutti gli operatori del settore che quel 90/95% di denunce e querele archiviate o chiuse in assoluzione fa riferimento alla pratica ormai sistematica, specie durante le separazioni coniugali, delle false accuse, fenomeno di cui sempre la Spagna si è fatta apripista e laboratorio infame non molti anni fa. Diverse norme a oggi vigenti sembrano fatte apposta per prestarsi a questo tipo di strumentalizzazione. Tra queste, cito a titolo d’esempio, l’Art. 612 bis del Codice Penale, con la recente aberrazione giuridica dell’inserimento della figura del “persecutore” nientemeno che all’interno del Codice Antimafia.

Una riflessione specifica merita poi la fattispecie misteriosa del “femminicidio”, categoria non ancora chiaramente definita da nessuno, ma già meritevole di una commissione parlamentare d’inchiesta. Il tutto per affermare un’emergenza che, quale che sia la classificazione che si vuole dare al fenomeno, emergenza non è, se è vero com’è vero che si tratta di un numero di casi oscillante tra i 30 e i 120 all’anno. Se la proporzione dei fenomeni deve dettare l’agenda politica, è evidente che ci sono emergenze ben più gravi, quali ad esempio le morti sul lavoro (per altro a stragrande maggioranza maschile) o le morti per infezioni post-ricovero ospedaliero (circa 6.000 all’anno, secondo i rapporti del Ministero della Salute), entrambe curiosamente ad oggi non meritevoli di commissioni parlamentari d’inchiesta… Eppure, nonostante le proporzioni, istituzioni e media, in un (corto)circuito che sembra autoalimentarsi, enfatizzano il fenomeno del “femminicidio” con una retorica ridondante, investendo risorse pubbliche o usando termini come “mattanza”, “strage”, “olocausto” e similari.

Perché tutta questa distorsione nella narrazione diffusa sui rapporti di genere, gentile On. Spadafora? Mi permetto di suggerire una chiave di lettura, facilmente desumibile dalla già citata homepage del suo Dipartimento, dove vengono esibite notizie come “aumenta il numero dei centri antiviolenza e delle case rifugio” o “dal 2018 fondi triplicati per centri antiviolenza e case rifugio”.

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Eccoci al punto: denaro pubblico da distribuire e consenso politico-elettorale da raccogliere in cambio. Destinatari primari i “centri antiviolenza”, ovvero mere associazioni, come tali giuridicamente sottoposte a controlli molto blandi, con il compito di riconoscere e gestire i casi di maltrattamento, violenza e affini. Nessun controllo di qualità sul loro operato, nessuna qualifica specifica richiesta per gli operatori, nessun rendiconto obbligatorio, nessuna registrazione obbligatoria degli accessi. Anarchia totale. Il che sarebbe nulla se si occupassero di organizzare tornei di tresette. Invece hanno il compito di riconoscere e gestire casi gravi quando non gravissimi. In realtà, va detto, un requisito sussiste (Intesa alla Conferenza delle Regioni e delle Province, 2014): in questi centri possono lavorare solo donne e i loro servizi sono riservati solo alle donne. A proposito di sospensione dell’Articolo 3 della Costituzione… Che è ingiustificata però.

O meglio: è giustificata solo dalla necessità di distribuire denaro pubblico a pioggia per la creazione di entità che se ne approprino e li usino liberamente, incaricati di rispondere a una domanda di servizi di cui, per quanto artificiosamente stimolata dalle statistiche e dal bombardamento mediatico cui si è accennato, non vi è alcun bisogno, per lo meno non nelle proporzioni finanziarie e operative attuali. Così tali soggetti a debole controllo giuridico drenano risorse pubbliche, diventano gangli di snodo del potere, trampolini di lancio per carriere politiche individuali, ognuno vantando un numero di accessi spropositato tuttavia non verificato né verificabile. Con l’inevitabile tendenza a spingere le poche utenti che ad essi si rivolgono a procedere sul piano giudiziario, in modo da poter esibire una conseguenza all’accesso, e spesso costituendosi con esse parte civile, nella speranza di drenare ulteriori risorse. Ben inteso: che queste associazioni rappresentino un’anomalia totale, insieme alle case rifugio di cui dirò tra poco, non è opinione solo mia, ma anche della ben più autorevole Corte dei Conti (Deliberazione 5 settembre 2016, n. 9/2016/G).

Le case rifugio o case famiglia rientrano ugualmente su questa scia, ma con un’aggravante in più. In esse viene recluso un numero davvero anomalo di minorenni. Le statistiche del Ministero della Giustizia, in questo senso, parlano chiaro. Il ricorso al “sequestro” dei minorenni tolti a famiglie in difficoltà (siano esse economiche o sociali) ha assunto proporzioni preoccupanti e non comprensibili, se non nella logica delle carceri private americane, che per giustificare la propria esistenza stimolano all’arresto quasi indiscriminato di soggetti a malapena devianti, spesso giovanissimi. C’è chi suggerisce, questione che andrebbe indagata, connessioni improprie tra gestori di case rifugio, tribunali dei minori, assistenti sociali, volte a garantire un flusso costante di “clienti”. Che però clienti non sono: sono esseri umani in età di formazione, strappati ai loro affetti per cause risolvibili quasi sempre in maniera diversa (mediazioni, aiuti economici). Curiosamente ci commuoviamo alla vista dei bimbi messicani reclusi dall’amministrazione americana, ma dei loro omologhi nostrani pare che non importi nulla a nessuno. Così, quella che dovrebbe essere extrema ratio è diventata la prima e spesso unica opzione. Poi, dopo anni, emergono inferni come quello ben noto del Forteto e, finita l’indignazione, la storia prosegue, con intere generazioni che crescono nel trauma per l’interesse di pochi.

Queste sono solo alcune riflessioni che attengono più o meno direttamente al suo Dipartimento, On. Spadafora. Ampliando il tema, e coinvolgendo in esso anche il suo omologo incaricato dell’amministrazione giudiziaria, ci sarebbe molto da dire anche sulla gravissima condizione in cui versa lo Stato di Diritto nel nostro paese, per talune leggi prive di senso, come già detto, ma anche per una narrazione dilagante che sembra costruita appositamente per andare oltre a dettami e brocardi validi da secoli. Il noto movimento #MeToo, cui tanta visibilità viene data, con il contraltare del bavaglio a narrazioni alternative, ne è un esempio. Sempre di più i processi avvengono senza prove né testimoni, non in aule a ciò preposte ma sui media e sui social network. E ciò, al di là dell’appartenenza di genere, delle inclinazioni sessuali o altro, attiene solo ed esclusivamente allo Stato di Diritto. E su questo piano va interpretata la mia riflessione, gentile Onorevole: sussiste la reale necessità di un cambio di rotta, a partire dalla politica, per dare un segnale di equità e correttezza nelle comunicazioni, informazioni e narrazioni diffuse, oltre che nei centri decisionali o dirimenti gestiti dallo Stato, traducendo il concetto stesso di pari opportunità in ciò che deve davvero essere: parità di condizioni e opportunità, e non ricerca spasmodica di privilegi tramite un superamento dei principi fondanti della convivenza civile.

Settimane della salute con visite gratuite dedicate a patologie solo femminili, incentivi all’imprenditoria solo femminile, iniziative culturali imperniate esclusivamente su tematiche femminili, pensionamenti anticipati per le donne, finanziamento di interventi di inclusione sociale ed economica solo per donne, vie preferenziali ai servizi pubblici per le donne… sono solo esempi di tutte quelle realtà che si sono accumulate nel tempo in quello che viene spacciato come un mondo “patriarcale” e che, palesemente (e fortunatamente), tale non è. Su tutto ciò incombe la prassi che più evidentemente dimostra come vero questo sbilancio: la gestione delle separazioni coniugali. Esiste dal 2006 una buona ma perfezionabile legge, alla cui corretta applicazione le Convenzioni internazionali, quelle serie, e i tribunali europei ci richiamano con costanza. E con costanza l’Italia resta non conforme. Tale legge mette al centro dell’attenzione non il conflitto tra ex coniugi, ma la prole, la sua difesa e il suo diritto, scientificamente provato come tale, alla piena bigenitorialità. Dal 2006 la norma è stata misapplicata: prosegue, seppure con sacche di positiva evoluzione in taluni Tribunali, l’applicazione sistematica della maternal preference, pur con la classificazione delle sentenze come “affido condiviso”. Di fatto, nella stragrande maggioranza dei casi, i figli vengono affidati alla madre, trasformando il padre in “visitatore” e “bancomat”, quando non in nemico tramite il fin troppo frequente fenomeno dell’alienazione parentale. Dodici anni di misapplicazione che hanno messo in ginocchio le relazioni di genere, specialmente per la parte maschile, privata del fondamentale ruolo paterno, sovente impoverita dal lato economico e senza alcuna disponibilità di servizi di assistenza. Con un lato oscuro tutto da verificare: quanti frangenti di violenza, lesioni, omicidio, suicidio con vittime uomini e donne trovano in questo sbilanciamento vergognoso la loro origine? Quanti di essi si potrebbero prevenire, tra l’altro, con una legge sulle separazioni perfezionata, moderna, scientificamente fondata e condivisa?

Mi perdoni la lunghezza, On. Spadafora. I temi sono tanti, le anomalie che si sono accumulate nel tempo ancora di più. Cerco di districarmi ogni giorno, attraverso il blog che gestisco, in questa marea di storture, strumentalizzazioni, ideologismi, che alla fine fanno una e una sola vittima: il futuro e i suoi rappresentanti oggi, ovvero i bambini. Ricevo ogni giorno testimonianze di uomini e donne, richieste di aiuto e consigli. E’ una marea montante di dolore e incomunicabilità che denota il processo apparentemente inarrestabile di una patologia gravissima in questa società sbilanciata, impantanata in alleanze infami tra business e politica di livello infimo, che sul dolore altrui prospera vergognosamente. Raccolgo da tempo proposte per migliorare e risolvere tutto ciò che col tempo ha preso una via distruttiva, e ogni contenuto è a sua disposizione, se lo riterrà opportuno. Da altrettanto tempo, pur non negandomi svariate provocazioni nella comunicazione per riuscire farmi sentire nel baccano dominante, tendo una mano e richiamo alla necessità di una nuova alleanza tra generi, per impostare un nuovo futuro più equo e giusto a vantaggio di chi verrà dopo di noi. E’ con lo stesso identico spirito di conciliazione e costruzione che mi sono permesso di elaborare questa lunga lettera, nell’auspicio che i suoi contenuti possano esserle utili proprio nell’ottica di farsi motore di una nuova era di conciliazione.

Nel caso valutasse di rispondere a questa mia comunicazione, le chiedo fin da ora l’autorizzazione a dare pubblica notizia del suo riscontro tramite il mio blog. Molte, davvero molte persone attendono chiarimenti, risposte e nuovi equilibri rispetto a ciò che ho sentito il dovere di segnalarle.

Le auguro un buon lavoro e la saluto con la più viva cordialità.

Davide Stasi


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16 commenti

  1. E quando ti risponde questo…

    https://27esimaora.corriere.it/18_luglio_12/coraggio-francesca-ci-obbliga-ad-azioni-concrete-9ae2e324-860a-11e8-b570-8bf371a11210.shtml

    Tra l’altro, se non ho capito male, tale Francesca (nome di fantasia) sarebbe stata molestata per strada da un uomo psicologicamente malato (come ammesso dalla stessa vittima) e, inseguito per 500 metri tra la folla, urlando ai passanti di bloccarlo, mentre lui tranquillo camminava lentamente, pare che nessuno sia intervenuto salvo alla fine due giovani.

    Ora io mi chiedo: ma chi si mette a fermare un uomo malato ma tranquillo per strada rischiando una sicura denuncia per aggressione? Capirei il borseggiatore che scappa con il bottino in mano… allora uno sgambetto, forse.

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    1. Murgia su Twitter ha risposto al mio dileggio sulla sua indignazione sottolineando che proprio la mancanza di reazione è scandalosa.
      Quando si sa che avviene così sempre, in qualunque caso, tranne forse se si tratta di un bimbo.
      Prova a scivolare e a prendere una facciata sul marciapiede. Il 90% di chi hai intorno ride. Il 9,9999% fa finta di niente.
      Cazzare…

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  2. Ho seguito, ancora prima di aver letto in questi commenti il suo commento, Mottola Roberto, ricopiando pari pari il suo post nell’account dell’On Spadafora.
    Avevo iniziato anch’io la scrittura di una lettera all’On. Sottosegretario.
    Poi mi sono un pò arenato e penso che anche tu Davide, nella stesura di questo documento, ci abbia meditato parecchio, per lo stesso motivo presumo. La vastità dell’argomento. E’ davvero impressionante, da paura.
    Hai scritto un articolo bellissimo, cioè, nel miglior sunto possibile abbraccia le problematiche il più possibile.
    Spero davvero che possa far riflettere e stimoli l’On. Spadafora a mettere in campo tutto il buon senso, l’esperienza e l’onestà intellettuale di cui egli è in possesso per attuare in questo importantissimo e delicato settore sociale un deciso “CAMBIAMENTO”.

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  3. Grazie Davide.
    mi appresto a linkare questo articolo sul profilo FB del sottosegretario Spadafora, inserendolo in un commento e chiedo a tutti di fare altrettanto. Rinnovo il mio suggerimento a lanciare una petizione, con queste stesse motivazioni, per raccogliere firme da presentare alle varie figure istituzionali, che tratteranno questi temi nell’attuale legislazione.

    il testo che ho utilizzato nel commento è il seguente:
    ” Sono ansioso di leggere la Sua risposta all’appello, che condivido totalmente, inviatole da Davide Stasi https://stalkersaraitu.com/2018/06/21/pari-opportunita-la-mia-lettera-al-sottosegretario-vincenzo-spadafora/

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      1. Caro Davide,
        è vero, la condivisione in rete è attualmente l’unico modo che abbiamo per diffondere contenuti non graditi dalla stampa e dai media. Ma ti ricordo che oggi le più importanti battaglie, sui temi sociali e ambientali, passano attraverso petizioni pubbliche on-line. Io ne invierei volentieri una con questi stessi contenuti, su change.org, indirizzata ai ministri della famiglia, della giustizia e ai vari sottosegretari, non sarebbe la prima volta che faccio cose del genere, ma credo che se a lanciare la petizione fossi tu, raccoglieremmo molte più firme. Io, da addetto ai lavori, ti darei il mio umile supporto e sono certo che tanti altri farebbero lo stesso.
        E’ arrivato il momento di far sentire la nostra voce e reclamare giustizia, quella vera.

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        1. Caro Roberto, come avrai capito sono molto scettico sulle petizioni online. Anche per esperienza recente. Facciamo così: vediamo se condividendo si smuove qualcosa sui media o dal Sottosegretariato. Se entro un tot tutto tace (cosa probabile) andiamo con una petizione.

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          1. Bene Davide, credo sia una buona soluzione.

            Nel frattempo, invito tutti i tuoi lettori, a non limitarsi ai commenti solidali, che sono sacrosanti, ma lasciano il tempo che trovano, piuttosto inviate un commento sull’ultimo post pubblicato da Vincenzo Spadafora sul suo profilo FB https://www.facebook.com/vincenzospadaforaufficiale/
            e includete nel testo il link a questa pagina, così come ho gia suggerito nella precedente risposta.

            Ringrazio Davide e tutti voi, anche a nome di mio figlio Alessandro, che ha 7 anni e che non vedo da ormai 9 lunghi mesi.

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            1. Sono con te e con Alessandro, caro Roberto. Domani su questo blog pubblicherò una testimonianza che, al di là delle tante chiacchiere da social e i deliri del femminismo, mostra tutta la MOSTRUOSITA’ del sistema. Che spero prima o poi avrà fine.

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