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Aiutiamo Lombardia e Calabria a far esplodere la “bolla” dell’antiviolenza

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foto_azimut_bolla_speculativaIn economia si definisce “bolla” la crescita di un settore economico basata su fatti o inesistenti o sovradimensionati rispetto alla realtà. La “bolla” immobiliare fu, anni fa, l’idea infondata che sussistesse un’amplissima domanda di alloggi: si innescò allora una crescita spaventosa di nuove costruzioni e la diffusione di mutui alla portata di tutti. Quando la bolla scoppiò, complice anche il meccanismo malato dei “derivati finanziari”, si scoprì l’esistenza di interi quartieri totalmente disabitati, numerosissimi appartamenti rimasero invenduti, altrettanti mutui risultarono non solvibili, con il conseguente crollo dei prezzi (e del valore) delle case di tutti e una formidabile crisi bancaria. Di fatto la “bolla” è un puro e semplice strumento che innesca la speculazione anche, anzi soprattutto, senza che vi sia alcuna attinenza alla realtà dei fatti.

In Italia da tempo esiste una “bolla” dell’antiviolenza, alimentata dal bombardamento mediatico e dalla diffusione propagandistica di “parole d’ordine” e dati falsati che danno il sentore diffuso di un’emergenza che, se c’è, non è sicuramente delle proporzioni con cui viene comunicata. Far sì che le persone pensino davvero che in Italia una donna venga uccisa ogni due giorni, che siano milioni le donne vittime di violenza, crea le condizioni di “bolla” affinché chi ha fatto dell’antiviolenza uno strumento di potere o una professione redditizia possa proseguire nel suo ricco business, spesso anche a danno di chi la violenza la subisce veramente, a prescindere dal genere. E’ sufficiente, per avere un indizio di quanto tale “bolla” sussista, guardare i dati in costante crescita sulla nascita di nuovi centri antiviolenza o case rifugio, gli stanziamenti pubblici di Stato e Regioni destinati a questi soggetti, e quanto le loro rivendicazioni siano praticamente sempre basate sulla richiesta di maggiori risorse.

varie_violenzabambiniMa c’è un altro indicatore: quanto costoro perdano le staffe quando gli viene sbarrata la strada che porta a una cassaforte pubblica. Chi prova a mettersi di traverso diventa istantaneamente un nemico da distruggere, lo stereotipo del male, il simbolo della misoginia o del patriarcato. Ad oggi si contano solo due soggetti “di peso” che hanno osato opporsi a questo andazzo: le amministrazioni regionali della Lombardia e della Calabria. Entrambi, in tempi diversi (2017 la Lombardia, di recente la Calabria), hanno stanziato fondi per i centri antiviolenza del loro territorio, emanando appositi bandi. Le voraci professioniste del settore ci si sono buttate con ferocia salvo scoprire che, per poter presentare la propria candidatura, veniva loro richiesto dall’amministrazione la trasparenza sui dati di chi ad essi si era rivolta (accessi) e del percorso garantito alle cittadine assistite, inclusi gli esiti finali della vicenda (prese in carico).

La reazione in entrambi i casi, raccontata da Letteradonna e da La Stampa, è stata rabbiosa. “Il principio più importante della metodologia dell’accoglienza”, hanno protestato, “è la garanzia dell’anonimato”. Dunque: “Non abbiamo fornito i codici fiscali delle donne accolte e non lo faremo mai“, declamano. Anche perché, dicono ancora, spesso si presentano con nomi falsi e si svelano soltanto dopo che hanno preso fiducia. Di sicuro loro i dati alle utenti non li chiedono perché: “si bloccherebbero se chiedessimo: mi dia il codice fiscale che lo giro alle istituzioni”. Certamente è essenziale, affinché la bolla resti gonfia e integra, affermare che delle istituzioni non si debba aver fiducia, da concedersi invece ciecamente ad associazioni private con statuti cogenti quanto quelli di una bocciofila. Ma, loro sì, sanno cos’è la violenza, dunque hanno il dovere di registrare anche nomi falsi e il diritto di rifiutarsi di fornire le generalità vere (sempre che le abbiano) alle istituzioni. A meno che, ovviamente, non ci sia da indurre la donna di turno a fare denuncia, nella speranza di grattare via qualche spicciolo dal processo: allora le generalità in quel caso vengono date a un’agenzia statale (le forze dell’ordine) senza alcun problema.


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survive-institute-crime-statisticsE poi non c’è bisogno di fornire dati oltre a quelli già prodotti da loro, dai centri antiviolenza stessi: c’è piena trasparenza sulle fasce d’età, la professione, il tipo di abuso, l’identità del maltrattante. Cosa vogliono di più dunque la Regione Lombardia e la Regione Calabria? La risposta è lì, nella manipolazione delle parole: vogliono la “schedatura”. Così i centri antiviolenza definiscono la sacrosanta imposizione di “trasparenza” richiesta da due enti pubblici, un procedimento indispensabile per verificare di non erogare fondi dove magari non ce n’è necessità. Ebbene, questo semplice principio di economia pubblica, nelle parole delle portatrici d’interesse diventa un ricatto: “i dati di accessi e prese in carico come moneta di scambio“, dicono. Nossignore: si chiama legge sulla trasparenza e necessità di monitoraggio. Nella Sanità è la regola, anzi medici e pazienti sono sotto strettissimo controllo e nessuno fiata. A regole del genere si chiede come al solito l’ennesima l’esenzione pur di non svelare la verità dei fatti attraverso il deposito di dati reali e verificabili.

Nel momento in cui associazioni private sostengono che nel 2017 sono state poco meno di 50.000 le donne che si sono rivolte a centri antiviolenza, l’opinione pubblica e gli enti erogatori devono poter controllare e non accettare acriticamente dati autocertificati. Tanto meno si dovrebbe accettare la versione della violenza come la raccontano loro, filtrando le storie che ricevono. Non è un caso che non lascino accedere le loro assistite ai media: troppo alto è il rischio di ulteriore vittimizzazione, dicono. In realtà è perché la narrazione deve rimanere monopolio dei centri organizzati, che hanno così buon gioco a inventarsi una realtà, oltre che numeri, lontana anni luce dalla verità. “Anche le donne forti possono subire abusi”, declamano, ad esempio. Come a dire: siete tutte a rischio, l’emergenza è assoluta, dunque noi e le nostre associazioni dobbiamo esistere e prendere soldi, tanti soldi, sulla fiducia. Lasciare la parola ai numeri veri e scoprire che gli accessi veri sono pochissimi e ancora meno le prese in carico di successo farebbe esplodere la bolla, ed è per questo che tutto viene centralizzato.

donne_litigioMa il campo non è unito, si sa da tempo. Ci sono i piccoli e piccolissimi centri antiviolenza che alle richieste dei due enti Regionali hanno risposto positivamente, ben 8 su 16 in Lombardia. La spiegazione delle grandi organizzazioni è presto esposta: “rischiavano di essere esclusi dai progetti di finanziamento. Loro vivono essenzialmente grazie ai fondi pubblici, noi abbiamo anche altre risorse. È stato un ricatto di tipo economico, simile a quello che subiscono tante donne in Italia”. Ecco lo schiaffo alle colleghe: siete una sottospecie di donne che sottostate a un ricatto patriarcale fatto dalle istituzioni. Ed ecco le pressioni indebite: D.I.Re. telefona alle dirigenti delle Pari Opportunità regionali calabresi e cerca di accordarsi per fornire solo i “codici identificativi” anonimi legati alle presunte pratiche reali. E la cosa grave è che la Regione Calabria sta valutando di accettare questa mediazione, di fatto facendosi mettere nel sacco da un’associazione privata a cui versa da tempo fior di soldi. Non sarebbe male comunicare in massa alle responsabili della Regione Calabria la nostra contrarietà a che cedano a quelle pressioni (nel caso potete scrivere ad a.robbe@regione.calabria.it ed edith.macri@regione.calabria.it, anche solo copiando e incollando il link a questo articolo).

Di fatto l’approccio della Regione Lombardia e della Regione Calabria, sempre che quest’ultima non ceda (non le conviene, farei subito un esposto all’ANAC), è meritorio e merita un applauso. Straccia il velo, denuda il re, anzitutto, con tutte le manipolazioni, speculazioni e le falsità sottintese. Ma soprattutto è rigoroso rispetto a regole valide per tutti, senza eccezioni, proprio quelle tutelate dalle istituzioni, che in altri casi ricevono dati sensibili senza il minimo problema, e di nuovo l’esempio della Sanità è dirimente. Consegnare dati a un’istituzione pubblica significa metterli in mani sicure, vincolate dalla legge, oltre che adempiere a un dovere civico: quello di permettere alla stessa istituzione di misurare e valutare le priorità sociali e dunque gli investimenti di soldi che appartengono a tutti. Non volerlo fare significa avere la coda di paglia e pretendere la legittimazione a raccontare bugie pur di tenere in piedi una “bolla” speculativa. Basterebbero sei mesi di approccio simile a quello lombardo o calabrese da parte di tutte le amministrazioni regionali d’Italia e tutte le carte verrebbero scoperte in un secondo. Sarebbe bello perché a quel punto si smetterebbe di derubare gli italiani a vantaggio dalle professioniste dell’antiviolenza in pressoché totale assenza di emergenza.


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6 thoughts on “Aiutiamo Lombardia e Calabria a far esplodere la “bolla” dell’antiviolenza

  1. Vi racconto un episodio singolare che ho visto anni fa su un servizio andato in onda sul tg regionale (Telenorba), in cui si vedeva la responsabile di un centro anti violenza locale intervistata da una giornalista della redazione, ad un certo punto la giornalista fa una domanda specifica su come venissero utilizzati i finanziamenti e se fossero vere le voci che circolavano su un utilizzo “improprio” degli stessi. E bene la risposta che fu data dalla sedicente responsabile colta probabilmente da un raro caso di onestà e con un indefinibile vezzo sul volto, fù che in effetti i fondi non venivano tutti investiti per la gestione e che in effetti parte di essi venivano utilizzati “diversamente”. Questo era il senso della risposta che ovviamente non ricordo nel dettaglio, ricordo che lasciò attonita la giornalista che si affretto a chiudere l’intervista con un certo imbarazzo. Credo che dopo quella ammissione non lavori più per “rosa nostra”.

  2. Interessante che proprio i piccoli centri antiviolenzia non abbiano avuto problemi a rispettare i parametri richiesti dalla regione Lombardia. Evidentemente chi è davvero interessato alla salvaguardia delle donne veramente vittime di violenza al netto di false accusatrici non ha bisogno di grosse risorse per poter lavorare.

  3. Si può fare un calcolo della dimensione della bolla.
    120 femminicidi immaginari (su 32 reali) sono una bolla di +75%.
    Nel 2009 lo S&P crollò solo del 60%!

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