Alex, l’eroe delle femministe. Anzi no.

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca – Non c’è peggior nemico che la realtà, per la propaganda ideologica. Mentre questa detta legge, inevitabilmente capitano fatti che mandano tutto in un cortocircuito multiplo, al termine del quale la falsificazione viene messa totalmente a nudo. Ne è un chiaro esempio la vicenda di Collegno, presso Torino: il 1 maggio tutti i media si riempiono della notizia di un ragazzo diciottenne, Alex Pompa, che uccide il padre a coltellate. Dicono le cronache, nell’immediato, che a spingerlo sia stato il desiderio di difendere la madre dall’ennesimo maltrattamento, dalle botte che l’uomo, alcolista, da lungo tempo riservava alla consorte. Saturo del dramma, così hanno detto subito i media, si è frapposto in difesa della donna e ha abbattuto il genitore con la bellezza di 24 coltellate. La violenza dei colpi è stata tale che ad alcuni dei coltelli da cucina usati per colpire si è spezzata la lama.

Ogni articolo uscito sul fatto approfondisce lo stato di disagio della famiglia, dovuto a quell’uomo fuori controllo a causa dell’alcol, violento, geloso. Vengono riportate le dichiarazioni del ragazzo e di suo fratello: “avevamo smesso di uscire con gli amici il sabato sera per stare con nostra madre. Non volevamo lasciarla da sola in casa con lui”. Tutto è esposto in un contesto che suona palesemente come giustificatorio: i vicini dicono che Alex era tanto educato, professori e compagni di scuola spendono parole di elogio per lui. Il che è probabilmente tutto vero e fondato, se non fosse che le cronache utilizzano queste informazioni per suggerire chiaramente che abbia fatto benissimo a macellare il genitore. Parte del quadro giustificatorio è dato dal fatto che dopo il delitto Alex si è costituito e che il ministro Azzolina si è prodigata ad assicurare che il giovane eroe potrà comunque fare la maturità “per poter ripartire”. Certo: fare a brandelli un padre è roba che permette di ripartire in quattro e quattr’otto, che vuoi che sia? Mentre i media insufflano questa chiave di lettura, una óla in pieno giubilo si alza dalle pagine social, dai blog e dai siti femministi, quelli che usualmente se la ridono e gioiscono alla morte di un uomo. Il giovane patricida è il loro idolo per un giorno, l’angelo vendicatore cui inneggiare senza vergogna.


Alex l’omicida diventa subito un po’ meno eroe.


Eppure molte cose non tornano. Non c’è traccia dei maltrattamenti e delle violenze che sarebbero durate da anni: nessuna segnalazione, nessun ricovero al pronto soccorso, nessuna denuncia, né da parte della donna né da parte dei familiari. I vicini dichiarano di aver captato di tanto in tanto urla e liti, ma niente di particolarmente allarmante. I colleghi del morto non lo descrivono come un beone fuori controllo, bensì come “un lavoratore che faceva sempre la sua parte. Una persona a posto”. Ma soprattutto non tornano le 24 coltellate di Alex, una in più di quelle ricevute da Giulio Cesare, ucciso dal figlio Bruto, con l’aiuto però di un gruppo di senatori. Per difendere se stessi o qualcun altro, non ne servono così tante, insomma. Anche nella concitazione del momento, due o tre ben mirate possono mettere fuori gioco chiunque. Gli osservatori disincantati già nelle prime ore dopo il delitto prevedono che, secondo il solito copione, tutto verrà archiviato come autodifesa, dato che il morto è un uomo, padre, asserito come violento, ora che non può più parlare in propria difesa.

Ed è questo il senso che resta di tutta la vicenda nelle zucche vuote che, in maggioranza, compongono l’opinione pubblica italiana. Anche perché al seguito della vicenda non viene certamente dato lo stesso rilievo delle cronache “a caldo”. Anzi, per trovare qualche riscontro occorre andare a scavare in qualche sito di nicchia o locale. E quello che si trova ribalta tutto il senso dato al racconto del fatto in prima battuta. “Alex ha agito con inaudita e sproporzionata violenza contro il padre, probabilmente più per rabbia/vendetta che per indispensabile legittima difesa”. Così scrive Stefano Vitelli, GIP del Tribunale di Torino, che ha disposto il carcere per il diciottenne. I grandi media tacciono sul fatto, le femministe e i loro megafoni si sono improvvisamente spenti. Le parole del giudice di Torino fanno sfumare sullo sfondo la giustificazione delle violenze contro la madre, dunque Alex l’omicida diventa subito un po’ meno eroe. Benedetto subito dal movente sacrosanto, nel momento in cui il movente stesso viene messo in discussione, il giovane viene immediatamente degradato al rango di un normale assassino.


Il doppio standard giudiziario e mediatico.


E’ che Alex ha un difetto originario da cui non si può prescindere e che forse lui stesso e i suoi legali avevano sottovalutato. Probabilmente hanno pensato ai molti casi precedenti dove un genitore, un padre, è stato soppresso da un figlio o una figlia, con la ragione di difendere la madre dalle continue violenze. Uno dei più noti negli ultimi tempi è stato quello, controversissimo, di Lorenzo Sciacquatori, ucciso a Monterotondo nel maggio 2019 da una coltellata alla nuca sferrata dalla figlia Deborah. Controversissimo perché difficilmente ci si auto-difende piantando un coltello alla nuca: gli aggressori non attaccano di spalle. Eppure la ragazza venne scarcerata quasi subito, elevata anche lei al rango di eroina da tutto il tentacolare mondo dei media e del femminismo che lo pervade. Su questo, come su tanti altri casi simili, forse Alex e i suoi legali speravano, nell’approcciare l’incriminazione per omicidio: lui, come Deborah Sciacquatori, come altre, cercava solo di difendere la madre, donna vittima di violenza. Dunque avrebbe dovuto essere d’obbligo l’indulgenza.

Problema: Alex è maschio. Il suo essersi prestato alla superiore e benedicente causa della difesa di una donna vittima di violenza non basta per redimerlo da questa colpa primigenia. In quanto maschio è portato per natura alla carcerazione tanto quanto lo è alla prostatite. Sta scritto nel suo destino, come tante altre cose: il morire al lavoro, il suicidarsi, il finire in mezzo a una strada. Non può pretendere, dopo 24 coltellate al padre, di godere degli stessi lasciapassare concessi a chi fa parte della razza eletta, quella delle donne. Nel loro caso anche 48 o 72 coltellate sarebbero state non per legittima, ma per legittimissima difesa. Procura e tribunale ci avrebbero messo la mano su un fuoco debitamente acceso e alimentato dai media, dalle opinion maker della politica e dei salotti, e dalle varie associazioni e coordinamenti in rosa. Non è fantasia né piagnisteo: il doppio standard giudiziario e mediatico tra uomini e donne colpevoli di reato in Italia è lampante. E cortocircuiti innescati da casi come quello di Alex Pompa lo dimostrano apertamente.


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