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Amazon rinuncia al business per coerenza alla follia

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"Wonder Wheel" New York ScreeningQualche tempo fa sono stato al cinema e tra gli spot di anteprima mi avevano colpito le immagini del nuovo film di Woody Allen “A rainy day in New York”. A me Allen piace quasi sempre. Il suo genio talvolta si esprime sotto le aspettative, questo si sa, ma in ogni caso resta un grande cineasta. A prescindere da cosa fa o non fa con le donne, quello è irrilevante e soprattutto non mi riguarda. Se commette dei reati, quello è affare della polizia e dei giudici americani. Io sono uno spettatore e voglio godermi una bella storia raccontata bene, come lui spesso sa fare. Pare però che Amazon non voglia permetterlo né a me né a nessun altro. Ed è strano: in linea di massima i film del regista americano vendono piuttosto bene, i flop sono rari. Insomma, distribuire i suoi film ha il suo perché dal lato del business. Invece no, Amazon, che era incaricata per contratto di distribuire “A rainy day in New York”, ha stracciato l’accordo. Ed è per questo che non vedo il film di Allen nelle sale. Il regista si è ovviamente irritato e ha citato in giudizio la major che ha giustificato l’inadempienza e la connessa rinuncia al business appellandosi ad alcune dichiarazioni critiche di Allen rispetto al #MeToo e ad alcune accuse di molestie ricevute dall’attore. Paradossale ma è così: un distributore rinuncia a un business per mostrarsi coerente con la moda del momento. Sono certo che ad Amazon non freghi nulla del #MeToo e dintorni, eppure ritiene più profittevole adeguarsi, probabilmente per paura, per evitare critiche diffuse e aspre, a una occasione di fare utili. Chiaro, Amazon non ha bisogno del film di Allen per aumentare i suoi profitti, ma da qui a rinunciare all’occasione ce ne passa. Per la precisione ci passa la paura di diventare oggetto di attacchi, in questo clima di terrorismo di genere che dilaga in ogni parte di questo immiserito mondo occidentale.

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9 thoughts on “Amazon rinuncia al business per coerenza alla follia

  1. Per me Amazon è imprescindibile, non saprei come fare senza il mio kindle…
    Poi Amazon fu anche l’unica a distribuire il docu-film The Red Pill, che le femministe odiano.

    https://www.enzopennetta.it/2017/06/the-red-pill-il-film-che-le-femministe-non-vogliono-farti-vedere/

    Propendo per la spiegazione di Francesco Toesca.
    Il film di Woody Allen avrebbe fatto guadagnare meno delle conseguenze scatenate dalla propaganda metoo (un boicottaggio degli acquisti su amazon). Faccio notare che The Red Pill è uscito un anno prima del metoo: lo scontro sembra progredire velocemente.

    Martina Centofanti e le altre “farfalle italiane” hanno vinto il bronzo ai mondiali ieri, notizia passata un po’ sottotono sui giornali. La ginnastica ritmica dovrebbe essere lo sport più osannato dalle femministe perché la ginnastica ritmica è uno sport solo al femminile. Ma a loro interessa spingere contro il calcio perché il calcio è un territorio maschile.

    ”La figura della donna è abbastanza valorizzata? «Il nostro sport è solo al femminile, quindi è il simbolo eclatante. In altri meno, ma penso che ormai la donna sia libera di scegliere la strada che desidera, anche nella società»”

    https://www.corriereadriatico.it/sonar/donna/sonar_donna_martina_centofanti_sogno_mondaile_adesso_mai_piu-3206297.html

    Curioso il giornalista pentito che chiede se nella ginnastica ritmica la figura della donna è sufficientemente valorizzata…
    Ci sono solo loro.

    Comunque mi sono fatto l’idea che le femministe snobbano la ginnastica ritmica perché le ragazze sono giovani e belle, e sono anche molto aggraziate, direi molto “femminili”, una figura delle donna che evidentemente non deve piacere, perché piace agli uomini.

    Le femministe sono disposte a odiare le donne pur di odiare di più gli uomini.

  2. Io ormai compro da Amazon solo se la cosa che cerco non è reperibile altrove, altrimenti i miei soldi non glieli do. Prima cominciò eliminando certi libri sgraditi agli ebrei. Poi eliminò i libri di A. Dugin, colpevole di essere “antiamericano”. Ora Allen. Chiaramente un’azienda privata è libera di vendere o non vendere quello che meglio crede, ma chi crede nella libertà di espressione dovrebbe boicottarla.

  3. In questa società del primo mondo c’è una eccessiva ossessione per la donna , intendo tutto in funzione a lei.

  4. Dato che un colosso del genere non rinuncia mai ai profitti, significa che porta più soldi schierarsi che non gli incassi di Allen. Tanto par avere una misura, per ogni singolo film, aderire al metoo frutta più del botteghino di Woody.

    1. No, assolutamente.
      Sono tantissimi i casi di produttori che hanno ricevuto ingenti perdite a causa di incauti schiaramenti verso le ideologie dei crociati sociali. Troppi per essere considerati sono una questione di opportunità.

      All’inizio sì, lo fanno per fruttare la visibilità del fenomeno, e per questo motivo aprono le porte delle proprie aziende all’invasione dei suddetti crociati, che oltre a compiere il danno si infiltrano a vari livelli, creano delle vere e proprie camere dell’eco in cui domina il loro pensiero unico. Una volta incistiti diventano intoccabili, e come dei parassiti si muovono distruggendo tutto quello su cui mettono le mani.

      E’ capitato a mostri come Google, Disney e Sony. Può capitare a qualsiasi altra azienda. Anzi, paradossalmente più l’azienda è grossa e più è a richio. In una piccola azienda puoi identificarli e allontanarli, o comunque porre un freno alle loro capacità distruttive.
      Ma in una grossa azienda no. Tendono a riunirsi e a creare un gruppo di pressione interno, che immancabilmente agisce in modo settario e classista tracciando una linea di demarcazione netta tra loro e “gli altri”, ovvero tutti coloro che non sono si sono svegliati (woke). Chiunque osi criticare o anche solo essere discorde dalla loro ideologia diventa un nemico da bullizzare e fare cadere in disgrazia con ogni mezzo.
      Si sono lettaralmente impadroniti della moderazione dei vari social network, sono ovunque nei media online e non. Non sarebbe affatto strano che anche Amazon abbia subito una simile infiltrazione.

  5. Non c’entra nulla con questo articolo, ma la notizia è troppo ghiotta.. Sembra la pena del contrappasso per gli ominicchi che pullulano nei mass media e che hanno aspoggiato senza battere ciglio l’onda rosa dominante… Se qualcuno di loro verrà linciato mediaticamente, scusate la freddezza, non me ne importerà un piffero.. Chi la fa l’aspetti…. [link rimosso: non regalo click a notizie farlocche del mainstream].

    1. Concordo con la rimozione del link…ma è molto probabile che queste accuse nel mondo dei media abbiano un minimo di verità ..se certi personaggi non si fanno scrupoli nel rovinare la reputazione di una persona pur di aumentare il proprio audience, non si fanno scrupolo nemmeno a proporre scorciatoie indecenti a collaboratrici e colleghe … i media parlano tanto di abusi sulle donne, ma è proprio nel loro mondo che si dovrebbe iniziare a fare pulizia …

  6. Per coerenza alla follia.
    Bellissima questa frase, ed è profondamente vera.
    Se Amazon si è comportata così avrà avuto pressioni e ricatti da queste zecche.

  7. amazon è un colosso miliardario che possiede anche dei satelliti e si rifiuta di vendere un singolo film.
    incommentabile.
    USA puritani, giustizialisti e forcaioli, come al solito. Il linciaggio è nato proprio lì

    “Woody Allen is my friend and I continue to believe him. It might be of interest to take a look at the 60 Minute interview from 1992 and see what you think. https://t.co/QVQIUxImB1

    — Diane Keaton (@Diane_Keaton) 29 gennaio 2018

    La prima volta che Dylan Farrow accusò pubblicamente Woody Allen, nel 2014 con una lettera aperta al New York Times, la ragazza si rivolse direttamente a Diane Keaton, ricordando i momenti trascorsi insieme quando lei era ancora una bambina. Subito dopo, però, in un’intervista al Guardian, Keaton confermò di non aver mai frequentato Dylan e di aver visto due o tre volte al massimo Mia Farrow, “praticamente non la conosco” disse. Nel 1993 i risultati degli esami medici dimostrarono che non c’era stata forma di abuso e il tribunale stabilì che non c’erano “prove evidenti” a supporto delle accuse di Dylan Farrow. Nonostante questo, Dylan, oggi 32 anni, continua ad accusare Allen. L’ultima volta, la prima con un’intervista televisiva, il 18 gennaio scorso in un programma della rete Cbs.

    Un altro che ha recentemente preso le difese di Allen è l’attore Alec Baldwin che ha definito “ingiusto e triste” il fatto che colleghi si scagliassero contro di lui. Non sono stati in pochi, effettivamente, gli attori e le attrici che, sull’onda dello scandalo Weinstein, hanno annunciato che non lavoreranno più con Allen o che doneranno i compensi ricevuti per girare i suoi film ad associazioni contro la violenza sulle donne e ai fondi istituiti dai recenti movimenti Time’s Up e #MeToo. Greta Gerwig, Colin Firth, Ellen Page e Mira Sorvino sono tra questi, ma anche Timothée Chalamet, Selena Gomez e Rebecca Hall che sono i protagonisti dell’ultimo film di Woody Allen che è in lavorazione,
    A Rainy Day in New York e che, per questo motivo, potrebbe non vedere la luce. Fonti che hanno scelto di rimanere anonime hanno dichiarato al Post che l’ultimo film di Allen “potrebbe non uscire affatto o essere scaricato da Amazon – che produce – per problemi con il cast”. Amazon non ha ancora commentato la notizia”
    2018

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