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Bongiorno e Spadafora alleati nel comprimere la libertà di parola

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persone_spadabongSembravano essersi affrontati a muso duro Vincenzo Spadafora, Sottosegretario alle (im)pari opportunità e Giulia Bongiorno, Ministro della funzione pubblica. L’occasione è stata la sparata del ministro LGBT contro il presunto “sessismo” di cui Salvini sarebbe stato promotore nelle sue critiche a Carola Rakete. Bongiorno è subito insorta a difesa del suo “Capitano”, quello che le ha garantito un seggio e un posto da ministro, buttando in faccia al Sottosegretario il “grandioso” risultato del Codice Rosso. A guardarlo da fuori, cioè dalle cronache giornalistiche, sembrava uno scontro al calor bianco, tra un furbetto del sottobosco della politica ora assurto a un ruolo nazionale e un avvocato scaltrissimo, oltre che tra le più estremiste fautrici del femminismo suprematista. Ma, come spesso accade in politica, era tutta una messinscena.

Mentre infatti i due fingevano di litigare, sotto sotto lavoravano insieme per far passare, in modo silenzioso e molto discreto, una direttiva che Bongiorno ha costruito a quattro mani proprio con Spadafora. E’ indirizzata a tutte le amministrazioni pubbliche e mira a eliminare, a partire dal linguaggio usato, gli “stereotipi di genere” che sfavoriscono le donne. Secondo la direttiva, tutti i documenti pubblici dovranno utilizzare nomi collettivi al posto di nomi che indicano il genere. Ad esempio “persone” al posto di “uomini”, e così via. L’intenzione, si dice, è “riequilibrare i rapporti di forza” già nell’espressione verbale ufficiale, come se fosse in atto una guerra spontanea tra uomini e donne. Che c’è, a tutti gli effetti, ma è indotta proprio da politiche come quelle di Bongiorno e Spadafora, che su quel conflitto si costruiscono una credibilità di cui altrimenti sarebbero del tutto privi.

varie_neolinguaE così il “vademecum” Bongiorno-Spadafora entra in scena ufficialmente qualche giorno fa. In esso si legge che le amministrazioni pubbliche d’ora in poi “devono curare che la formazione e l’aggiornamento del personale, ivi compreso quello con qualifica dirigenziale anche apicale, contribuiscano allo sviluppo della cultura di genere, anche attraverso la promozione di stili di comportamento rispettosi”. Cosa nel concreto questo voglia dire non si sa, se non una violenza al linguaggio per raggiungere una forma di “parità” forzata tramite un galateo verbale artificiale, assurdo come le femminilizzazioni dei termini maschili che si dilettava a fare la non compianta Laura Boldrini. A dimostrazione che la follia femminazista alligna ugualmente a destra come a sinistra.

In tutto questo c’è anche chi si è già portato avanti nella follia. Lo nota Giorgia Meloni sui suoi social, pescando delle linee guida interne al Comune di Velletri, dove si danno indicazioni di cui la premiata ditta Boldrini, Spadafora e Bongiorno sarebbero fierissimi. Nelle linee guida si esorta a non anteporre “uomo” a “donna” quando scritti assieme, a coniugare al femminile le serie di parole, se quelle femminili sono maggioritarie (cosa vietata dalla grammatica), a non usare termini come “fratellanza” o “fraternità” se riferito a uomini e donne, a evitare di citare quelle femminili come categorie “a parte”. Meloni, pur se donna, si indigna, e ne ha tutte le ragioni. Non si tratta solo di sovversione grammaticale ma, da Velletri ai ministeri, di una vera e propria violenza perpetrata alla libertà di espressione individuale. Perché dalle linee guida comunali e dai vademecum ministeriali a una legge cogente per tutti il passo non è breve come si pensa. E se nessuno ferma questi pazzi, tra poco saranno le leggi a imporci cosa si può dire e come. Punendoci severamente se non accetteremo di farcelo imporre.


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5 thoughts on “Bongiorno e Spadafora alleati nel comprimere la libertà di parola

  1. “Passare” tutti i nomi al femminile. Ma se uno lavora nell’esercito, magare nella fanteria, non è il massimo metterlo al femminile (ricordando una famosa bibita zuccherata).

  2. Nella pubblica amministrazione lavorano più donne che uomini.

    Quindi NON si chiede di “osservare il principio di pari opportunità nelle procedure di reclutamento (art. 35, comma 3, lett. c), del d.lgs. n. 165 del 2001) per il personale a tempo determinato e indeterminato” BENSI’ di
    “NON osservare il principio di pari opportunità nelle procedure di reclutamento (art. 35, comma 3, lett. c), del d.lgs. n. 165 del 2001) per il personale a tempo determinato e indeterminato, E RECLUTARE ANCORA PIU’ DONNE E ANCOR MENO UOMINI”.

    Ma se in un concorso vincono per il 67% donne (esempio: GIUDICI, ultimi tre concorsi), si può fare ricorso, proprio sulla base di questa direttiva.
    Ovviamente lo si perderà, ma in tal modo diventa poi per le misandriche più difficile fare ricorsi ove passino il 60%-70% di uomini…

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