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Chi davvero ha spinto Giulia nel vuoto?

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varie_triesteLa notizia è passata pressoché sotto silenzio, salvo che in alcune sezioni locali di alcuni quotidiani: una donna, una giovane madre di due bambini piccoli, si è suicidata settimana scorsa a Trieste. Un caso raro: è ben noto che l’atto suicidiario sia pressoché totale monopolio maschile. Anche per questo ci si sarebbe attesa maggiore attenzione dei media sul fatto. Dai pochi articoli usciti pare che Giulia, questo il nome della donna, prima di chiedere la separazione in tribunale, avesse denunciato il proprio ex compagno (o ex marito, non è chiaro) con svariate accuse: maltrattamenti, pestaggi di fronte ai bambini, minacce di morte. Il giorno prima dell’udienza per la separazione e l’affidamento dei figli, Giulia si è lanciata nel vuoto, morendo sul colpo.

Chi ne dà notizia non manca di proporre la propria interpretazione dei fatti: “chissà che quella denuncia”, si legge, “l’unica arma che aveva la giovane per difendersi dalle botte, in qualche modo non si sia trasformata nella testa e nel cuore della trentenne in un enorme senso di colpa per aver portato in tribunale il padre dei suoi figli”. A spingere Giulia all’atto estremo, dunque, per la narrazione che si vuol fare dell’accaduto, è stato un insostenibile rimorso che ha finito per involvere in un gigantesco senso di colpa o inadeguatezza, non altro. Ebbene, se lo fanno i media mainstream credo di potere anch’io formulare qualche ipotesi sull’accaduto, specificando alcuni dettagli che sulla vicenda vengono taciuti o raccontati in modo distratto.

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varie_antiviolenzaNon è scorretto definire inusuale la decisione di Giulia. A fronte dei pochi casi di reali violenze familiari, è statisticamente provato che le donne prima o dopo presentino denuncia. Fanno bene a farlo, quando le violenze sono reali. Fanno bene a sottrarre se stesse e i figli da un contesto di oppressione e pena. Nessuna di loro prova granché rimorso per averlo fatto, qualunque sia l’esito rovinoso che la denuncia ha sull’ex compagno, ed è giusto che sia così. La violenza non è mai scusabile, se non per autodifesa, e ogni atto per sottrarre se stessi e i figli da essa e per ottenere giustizia è sacrosanta. Dunque non solo non dovrebbero esserci sensi di colpa, in quei casi, ma anzi si dovrebbe provare un giustificabile orgoglio. Perché allora Giulia rappresenta un’eccezione da questo punto di vista? Per quale motivo una donna vittima delle vessazioni di cui il suo ex era accusato dovrebbe provare rimorso per un atto dovuto e di giustizia? Qualcosa non torna.

Qualche ora prima di commettere il suo gesto, Giulia ha scritto un messaggio al suo legale, revocandole il mandato per i procedimenti penali a carico dell’ex compagno e dichiarando di non voler proseguire con il procedimento civile di separazione e affido dei figli. Anche questo è un gesto inusuale: chi matura in se stesso l’idea terribile e pianifica la decisione fatale di togliersi la vita qualche volta lascia un foglio di spiegazioni, spesso neppure quello se la devastazione interiore ha preso il sopravvento. Giulia invece trova modo, tempo e spirito per scrivere al proprio avvocato di voler interrompere la feroce macchina giudiziaria che era stata in precedenza mossa contro l’ex compagno. C’è del rimorso celato dietro questo atto inusuale? Anche, ma a mio avviso c’è qualcosa di più.

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tribunaleQuel messaggio è un palese tentativo di tornare sui propri passi, di fermare di colpo un treno lanciato in corsa folle verso la distruzione di una persona che si sa colpevole di nulla o di molto molto meno. Così appare, con quel suo carattere ultimativo, la comunicazione di Giulia al suo avvocato: come il tentativo di trovare una rapida via di fuga dall’ipotesi di chiudere la faccenda togliendosi la vita. Giulia ha palesemente cercato di ritrarre il piede da un passo che aveva fatto e che l’aveva per qualche motivo impantanata in una situazione che non era in grado di gestire. In un tormento interiore che è spaventoso da immaginare, deve aver poi capito che certe cose non si fermano con uno schiocco di dita e tanto meno con un messaggio. Troppe carte bollate di mezzo, troppe procedure già avviate, troppe persone coinvolte, forse troppe forzature e troppo grandi. Come chiunque decida di togliersi la vita, Giulia ha visto se stessa con le spalle al muro e ha agito di conseguenza.

Il legale di Giulia era l’Avvocato Giovanna Augusta De’ Manzano, specializzata nella tematica della violenza sulle donne, fin dall’inizio della sua attività forense legata al G.O.A.P. – Gruppo Operatrici Antiviolenza e Progetti, ovvero un centro antiviolenza di Trieste. Va tenuto conto, poi, di alcuni dettagli riportati da alcuni giornali sulla vicenda: “il suo ex, un coetaneo dalla personalità apparentemente tranquilla ma che le carte giudiziarie descrivono come un uomo violento…”. Con estrema e pelosa prudenza si suggerisce così che forse la verità dei fatti era molto diversa da quella descritta dalle denunce compilate da Giulia e dal suo legale. L’uomo era apparentemente tranquillo, eppure nelle carte bollate risultava una specie di mostro. Di storie così, dove è siderale lo scollamento tra la realtà e la descrizione che ne viene fatta da una donna, spesso dietro suggerimento di qualche centro antiviolenza interessato, è pieno questo blog nonché le riposterie di ogni tribunale penale italiano, negli scaffali destinati alle “archiviazioni”.

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OLYMPUS DIGITAL CAMERA“Gli inquirenti vogliono andare fino in fondo”, dicono alcuni articoli. “I carabinieri stanno ora cercando di ricostruire i contorni della vita privata della vittima. Contatti, telefonate, messaggi. Soprattutto quelli del suo ex…”. Normale che accada così. Se posso, vorrei suggerire qualcosa agli inquirenti. Oltre all’ex compagno, sentano per benino l’Avvocato De’ Manzano, si facciano consegnare tutte le prove che erano state raccolte a dimostrazione delle violenze dell’ex compagno di Giulia e le valutino. Scavino sulle comunicazioni tra Giulia e il centro antiviolenza e cerchino di capire se quest’ultimo si era già costituito parte civile al processo penale contro l’ex compagno di Giulia o no. Se consentito dalla legge, provino anche a sentire i minori, per capire se e quanto le accuse che erano state avanzate contro l’uomo fossero fondate.

I miei sono solo suggerimenti perché a mio avviso una persona, tanto meno una donna vittima di violenza, non si suicida poco prima di liberare se stessa e i propri figli dall’oppressore. Tanto meno prima di togliersi la vita manda un messaggio al proprio legale tentando di smarcarsi da un’iniziativa che, forse, non sentiva del tutto sua. O che addirittura sentiva del tutto estranea a se stessa e alla realtà dei fatti. Non sono più il solo ormai a sospettare che i centri antiviolenza, più che accogliere e assistere vere vittime di soprusi, giochino con la vita altrui esacerbando situazioni e circostanze ordinarie per motivi puramente egoistici, ideologici e di interesse economico. Una strategia infame a cui molte donne prive di scrupoli accondiscendono, consce dei vantaggi e della protezione che loro concede il sistema vigente. Ma può essere che Giulia fosse una donna completa, con coscienza e scrupoli talmente forti da assordarla poco prima che la macchina infernale travolgesse ciò che rimaneva della sua famiglia. Cosa abbia fatto per interrompere le urla è noto. Cercate dunque, signori inquirenti, cercate bene e senza timori reverenziali chi davvero e perché abbia privato due bambini della madre spingendo Giulia nel vuoto. E abbiate la lungimirante lucidità di guardare oltre, ben oltre lo scontato bersaglio dell’ex compagno.


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5 thoughts on “Chi davvero ha spinto Giulia nel vuoto?

  1. Caro Davide,
    come ho scritto in passato ho raccolto un paio di testimonianze di donne vittime di violenza (nello specifico incesto) che rivoltesi ai centri antiviolenza con in mano prove concrete di quanto subito per anni si sono viste sbattere la porta in faccia o essere trattate con sufficienza. Il blog che dovevo aprire questo autunno e che invece partirà salvo ulteriori problemi a primavera raccoglierà queste storie e chissà che queste donne, autentiche vittime ma trattate paradossalmente come bugiarde o vaneggianti, possano arrivare alla ribalta e chiedere doppia giustizia (contro gli aguzzini e contro i CAV che le hanno tradite).

  2. Ho pensato immediatamente anche io all’ipotesi dell’interferenza schiacciante di qualche professionista dell’antiviolenza sulla donna. Non ho avuto la conferma da una mia seppur breve ricerca, ma c’è riuscito brillantemente Davide. Complimenti. E’ esattamente così, che i CAV e connesse avvocate distruggono le vite in una famiglia. Conosco una ex che non si è suicidata ma è tornata piangendo dal suo ex chiedendogli perdono di averlo denunciatao e di tornare insieme. Senza esito, per fortuna, con grande sofferenza di questa. “Quousque tantum, abutere CAV patientia nostrae?” direbbe Cicerone.

  3. Se veramente si tratta di un suicidio è non, invece, di un omicidio, può essere spiegato solo dal fatto che la suicida era alla vigilia di veder smentito in aula un castello di menzogne e di calunnie ai danni dell’ex partner.
    Al Tribunale di Trieste vi è una prassi tradizionale consolidata di false denuncie ai danni dell’ex marito, che vengono puntualmente ritirate quando l’ex coppia si accorda davanti al giudice sulle condizioni proposte, anzi imposte, dalla donna.
    Questo spiega che la maggioranza delle separazioni sia del tipo “consensuale”, anche quando iniziate come “contenzioso”.
    Si legga in proposito “L’affidamento delle palle al piede” di Alfredo Poloniato, Caosfera.

  4. Posso solo dirti che chi è accusato e calunniato non trova nessuna sponda che esamini i documenti che provano la propria innocenza. Ho cercato in tutti i modi, ma non faccio notizia, per cui devono passare anni e forse, e ribadisco forse, la verità emergerà. Nel frattempo se hai fortuna e forza vai avanti, e purtroppo molti non hanno ne l’una ne l’altra. L’epilogo di una vita che a volte ha tragiche conseguenze.

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