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Con i “devoti della Pasqua” il regime scopre le carte

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tweet_obamaCi ho messo un po’ a capire perché i tweet di Barak Obama e Hillary Clinton sulla recente strage in Sri Lanka mi hanno provocato un profondo disagio. La vicenda è nota: un attentato terroristico poi rivendicato dall’ISIS ha lasciato sul terreno più di 320 morti e più di 500 feriti. Obiettivo dell’attentato islamista: turisti e la comunità cristiana raccolta nella preghiera della Pasqua. Cose semplici da dire, concetti facili da esprimere, limitandosi a registrare i fatti. Eppure i due politici americani di riferimento per l’area “radical” (una specie di sinistra a stelle e strisce che detta l’agenda a tutte le altre sinistre del mondo) esprimono il loro cordoglio parlando delle vittime come “Easter worshippers”, tradotto letteralmente: “i devoti della Pasqua”. Una formula che ha indignato molti in molte parti del mondo. Pare che Obama e Clinton, intrappolati nel politicamente corretto, non riescano nemmeno più a pronunciare la parola “cristiani”, più breve ed efficace tra l’altro, dovendo digitare un tweet.

Sulla vicenda sono intervenuti anche i debunker di professione come il sito Wired, che si appiglia a una presunta cattiva traduzione da parte degli ignoranti (cioè tutti tranne loro di Wired) per dire che no, quelle espressioni non erano volute né calcolate, ma un modo diplomatico per non fomentare divisioni. E per riprova citano Trump che né in questo caso, né in quello precedente e di senso opposto in Nuova Zelanda, ha definito l’appartenenza degli attentatori o delle vittime. Free-climbing sugli specchi per coprire una vergogna. Proprio quella che mi ha fatto provare disagio di fronte alla manipolazione terminologica dei due leader americani. E di cui voglio parlare qui perché, anche se non sembra trattandosi di politica e conflitti internazionali, ha una diretta parentela con i temi trattati usualmente in queste pagine. In particolare ha a che fare con il futuro.

varie_cristianislamiciC’è a tutti gli effetti una divaricazione totale tra il modo di comunicare della coppia Obama/Clinton e quello di Trump. Una divaricazione che è il segno di qualcosa di molto più grande e profondo di quanto si immagini. In tutti i suoi tweet il Presidente parla delle vittime usando il termine “people”, ossia “persone”. Generico sì, ma onnicomprensivo, unificante oltre che oggettivo e fattuale. In ogni caso rispettoso di chi è morto tragicamente, sia esso musulmano (come nel caso della Nuova Zelanda) o cristiano (come nel caso dello Sri Lanka). Un uso dei termini spiazzante nella sua chiarezza, ancor più se paragonato alla subdola tecnica comunicativa di Obama e Clinton, che per rispettare una religione ne sminuiscono un’altra, con il presupposto implicito che quest’ultima sia dominante (o lo sia stata anche troppo a lungo) e l’altra o le altre discriminate, dunque meritevoli di maggior rispetto e di maggiori tutele. Così il presunto rischio di offendere l’una li legittima a minimizzare l’altra privandola del suo termine definitorio principale.


Obama e Clinton per rispettare una religione ne sminuiscono un’altra, con il presupposto implicito che quest’ultima sia dominante (o lo sia stata anche troppo a lungo) e l’altra o le altre discriminate, dunque meritevoli di maggior rispetto e di maggiori tutele.


Non si tratta solo dell’uso o non uso del “politicamente corretto”, però. Non più, a questi livelli. A confrontarsi, per voce degli uomini più potenti della terra, oggi sono due visioni del mondo e dell’esistenza radicalmente opposte. Uscendo dalle tragiche vicende internazionali e analizzando la comunicazione per quella che è, si ha un’immagine molto nitida delle due forze contrapposte, del vero scontro di civiltà in atto in questa prima metà del secolo. Da un lato ci sono coloro che operano come si è sempre fatto, ossia osservando empiricamente i fatti, definendo la realtà per quella che è, talvolta utilizzando terminologie trasversali e unificanti (il “people” di Trump), talvolta chiamando le cose con il loro nome. Dall’altra c’è chi, prima di elaborare e trasmettere messaggi linguistici e significati, attua una valutazione preliminare della realtà sulla base di alcuni parametri di valore che possono prescindere, e quasi sempre lo fanno, dai fatti oggettivi, osservabili, verificabili. A seconda di quelle valutazioni, poi, orientano la comunicazione. E con la scusa del rispetto finiscono per amplificare divisioni, contrapposizioni e conflitti.

varie_femministainnescataOggi dunque si parla di “devoti della Pasqua” per non urtare, si dice, coloro che non lo sono; si parla di “cisessuale” per per non ferire, si dice, chi non è eterosessuale; si dice “femminicidio” per rimarcare che i morti ammazzati di sesso femminile sono più morti di quelli di sesso maschile, e così via. Urtareferireoffendere sono spauracchi assurti a parametri che cambiano il linguaggio ma non solo. Perché di conseguenza a cambiare sono anche i significati: “cisessuale” non è sinonimo di “eterosessuale”. Uno vuol dire “che si sente a proprio agio con il proprio genere biologico”, l’altro vuol dire “soggetto che si sente sessualmente attratto dal sesso opposto”. Affermando il primo concetto si cancella l’appartenenza biologica a un genere e si dà priorità al “sentirsi a proprio agio”, cioè a un fatto soggettivo, con il secondo ci si ferma a registrare un fatto. In altre parole: al contrario di quello di quello strettamente connesso ai fatti, il linguaggio preliminarmente filtrato da requisiti variabili e/o soggettivi cancella la realtà e il suo valore oggettivo, ponendone la definizione in mano alla stravaganza di individui o gruppi minoritari organizzati di individui, che così possono spadroneggiare sulla maggioranza, cancellando i fatti e determinando una realtà parallela a proprio uso e consumo.

Le parole identificano e descrivono la realtà. Se si cambiano le parole e i loro significati, oltre a commettere un’orribile violenza contro la libertà di parola, si cambia anche la realtà stessa, o per lo meno la sua percezione. Non è un fatto irrilevante, per due motivi. Il primo è che una percezione manipolata della realtà pone le basi per la manipolazione della società. Per un decennio, grazie a meccanismi simili e assai meno sofisticati, gli ebrei in Europa non sono stati considerati persone ma qualcosa di molto meno. Cambiando le parole si tolgono o si danno identitàdescrizione a fatti, persone, eventi, cose, relazioni. In questo senso la mutazione forzata dei termini è una rivoluzione subdola e strisciante capace di manipolare il presente per impostare un futuro diverso. Lo psicologo Jordan Peterson lo sa bene: ha combattuto (e perso, purtroppo) una lunga battaglia nella sua madrepatria contro l’introduzione dei pronomi personali “neutri” per le persone transessuali. Per non ferirle o urtarle con l’uso di pronomi femminili o maschili. “Non permetto che si comprima la mia libertà di parola né che si neghino i fatti solo perché feriscono qualcuno”, è stata la sua argomentazione. Sacrosanta, ma perdente nel Canada impazzito dello zerbino Trudeau.

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donna_incintaIl secondo è che alterando il linguaggio, l’identità delle persone, l’identificazione e descrizione della realtà, si creano i presupposti per l’introduzione di norme e disposizioni ugualmente alterate. Ovvero anch’esse in contraddizione con i fatti e con la realtà. A contare non è più il fatto oggettivo che un feto al nono mese di gravidanza sia a tutti gli effetti un essere vivente formato, ma come la madre si sente quando arriva a quel punto della gestazione. Per rispetto al suo sentire, se vuole lo può abortire. Così stabilisce una recente legge dello stato di New York, solo per fare un esempio, ed è la legalizzazione già oggi dell’infanticidio per decisione materna. Oppure: dato che la storia è imperniata su un orribile e oppressivo dominio maschile (il “patriarcato”) ora, per controbilanciare e restituire alle donne la dignità un tempo schiacciata, è legittimo far passare leggi “spudoratamente femministe”, anche se contrarie allo Stato di Diritto, alla logica, ai fatti. Anche se creano ingiustizie e sfracelli per altri individui.


Alterando il linguaggio, l’identità delle persone, l’identificazione e descrizione della realtà, si creano i presupposti per l’introduzione di norme e disposizioni ugualmente alterate.


Sono solo esempi, ma molto attuali. Amplificando e proiettando questa tendenza di oggi in un futuro dove rischiano di vivere persone cui è stato modificato il linguaggio a dispetto dei fatti, si ha quello che per molti, me compreso, è un incubo: il capriccio che diventa regime. Uno strumento sempre a disposizione per governare, tramite la divisione e il conflitto permanente, qualunque comunità di persone, sulla base di criteri sempre diversi, adattati alle situazioni. Un futuro che definirei quasi “sovietico”, dove una persona penserà di essere dal lato giusto dell’ideologia, che però potrà cambiare senza che se ne accorga, ponendolo fuori dal partito-comunità, facendolo diventare un “deviante”, come tale meritevole di sanzione. Una realtà-incubo già ampiamente prevista da grandi letterati come Ayn Rand negli anni ’50 e Guido Morselli negli anni ’70. Entrambi, in modi diversi, avevano tratteggiato questo orribile futuro e lo scontro di civiltà che l’avrebbe preceduto, enfatizzando, per ora purtroppo inascoltati, quanto fosse necessaria una resistenza strenua contro l’irrazionale.

varie_gfA modo suo Trump e altri come lui, su diversi versanti e a diversi livelli, cercano di resistere a quell’ondata di violenza ideologico-linguistica che sarà norma nel futuro e che con i tweet di Obama e Clinton ha fatto capolino in modo quasi spudorato nell’oggi. Ma è indubbio che i fautori della compressione della libertà di linguaggio e parola, questa preparazione calcolata di un incubo a venire dove non si potrà più parlare liberamente dei fatti se non nei termini stabiliti da altri sulla base di criteri insondabili, godono di una visibilità e di una potenza di fuoco straordinaria. Eleggono presidenti e leader, posseggono mezzi di comunicazione di massa, hanno colonizzato la formazione dall’asilo all’università, si giovano di strumenti finanziari e dotazioni economiche poderosi. Sono oggettivamente in vantaggio, sono loro oggi a porre le fondamenta di quello che sarà il futuro dei nostri figli e nipoti.

Possono essere fermati? Forse. Ma occorre una presa di coscienza diffusa, collettiva, con tutto ciò che ne consegue. A partire dal fatto che, davvero, ormai è in atto una guerra tra chi vuole continuare a basarsi sui fatti e a chiamare le cose con il loro nome, anche quando ciò offende o urta qualcuno, e chi vuole archiviare tutto intero quell’approccio per approdare ad altro. E va ammesso che quest’ultimo fronte è quello vincente finora, mentre dall’altro lato si sonnecchia o si resta attoniti. La guerra però si combatte con le masse schierate in campo, da un lato, e con le risorse economiche, dall’altro. Non ci sono alternative a tutto questo. Anche la battaglia perché il genere maschile e ogni persona per bene a prescindere dal genere non si veda superata, schiacciata o cancellata da pretese faziose e fantasiose veicolate anche dal linguaggio, fa parte di questa più grande guerra che si sta combattendo. E’ tempo ormai che chi non ha preso posizione la prenda con coscienza dei fatti. Ed è tempo che ognuno si mobiliti personalmente ed economicamente per combattere un conflitto che deve essere vinto. Ed è possibile riuscirci perché il nemico è grande e potente, fa paura da quanto lo è, ma ha un punto debole: è in errore, è bugiardo, è in malafede, è il Male.


E’ tempo che ognuno si mobiliti personalmente ed economicamente per combattere un conflitto che deve essere vinto.


grafica_uomodonnacervelliQuesto articolo non è e non vuole essere politico, sebbene sia partito da personaggi politici. E’ e vuole essere umano. Si rivolge a quella parte di umanità contemporanea che ancora ritiene un valore l’essere costruttrice del futuro. Davvero oggi è chiaro: non ci sono alternative al conflitto più feroce che abbia mai contrapposto due visioni del mondo, roba che i protagonisti della Guerra Fredda impallidirebbero. Qui non si tratta più di chi votare o non votare (quella è mera pantomima), ma di come agire nel quotidiano da ora in poi, come individui e come collettività. E il primo passo è iniziare a togliersi la paura di dire le cose come stanno, di chiamare le cose col proprio nome, e di farlo orgogliosamente, mostrando il petto a chi voglia colpirci per averlo fatto. Occorre smettere di pigolare, lamentarsi e piagnucolare sgocciolando indignazione spicciola sugli stramaledetti social network. E’ ora di armarsi di parole e di fatti e ricacciare l’inferno prossimo venturo in gola a chi l’ha concepito e lo sta imponendo. Mai come in questi tempi oscurissimi sono state valide le parole scritte da Gilbert Keith Chesterton nel lontanissimo 1905. Imparatele a memoria. Siamo esattamente là dove lui aveva previsto. E sta solo a noi, se lo vogliamo, cambiare verso alla storia. Mettendoci faccia, denaro e orgoglio.

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11 thoughts on “Con i “devoti della Pasqua” il regime scopre le carte

    1. Tutti, guarda caso, di destra.
      Gli stessi che dovrebbero indignarsi quando, ogni domenica, i commentatori Rai parlano di “fedeli in Piazza San Pietro” e non di “cristiani in Piazza San Pietro”.
      Se vai su siti di linguisti (ovvero non di politici), troverai che il problema non esiste.

    1. Distinzioni pelose e lana caprina. Le vittime erano “cristiane” e quello è lercio politically correct.

      1. Quindi, di fronte a posizioni di chi STUDIA le lingue (e, probabilmente, ne sa di più di me e di te), tu dici che sono questioni di lana caprina. Interessante.
        Come ho risposto sopra, la domenica indignatevi per i “fedeli”.

        1. Un conto è se certe espressioni le usano i pennivendoli, altro conto è se lo fanno dei leader planetari…

          1. Cerco di capire, sul serio (dal momento che il blog mi piace, veramente).
            I linguisti (una per tutte, Licia Corbolante) sono pennivendoli.
            I leader planetari (Obama e la Clinton, al momento non sono leader di un bel niente) usano terminologie forse un pò “forbite” ma assolutamente corrette (usate, per esempio, anche in altri casi simili).
            Nei luoghi degli attentati erano presenti anche NON cristiani.

            Di cosa diavolo stiamo parlando?

            1. I linguisti probabilmente hanno ragione, ma sono scienziati del linguaggio, che è una cosa diversa dall’utilizzo politico dei termini.
              Come ho scritto nell’articolo, sebbene privi di carica, Obama e Clinton sono i leader planetari della “sinistra” qualunque cosa voglia dire. Ne dettano l’agenda. Molti media e politologi di lingua anglofona hanno criticato la loro scelta di “Easter worshipprers” invece di “Christians”. Ogni politico (avveduto) sceglie le parole con cura, non le usa a caso. L’evento va contestualizzato: era di fatto un attentato contro i “cristiani” e come tali andavano definiti. In precedenti tweet riguardo alla strage in Nuova Zelanda gli stessi non hanno usato “Allah worshippers” o altri termini, ma “Islamic”. C’è una chiara scelta di campo nell’utilizzo dei termini. Il politicamente corretto non è (più) solo un modo delicato per trattare situazioni delicate (“diversamente abili” invece di “disabili” o peggio), ma denota oggi una scelta di campo (di civiltà, di ideologia) molto precisa. Esattamente come usare “cisgender” invece di “eterosessuale”. La differenza con i tweet di Trump, citata non a caso, denota ancora di più il valore del messaggio sotteso all’uso di determinati termini.
              Dai in pasto a un linguista il termine “convergenze parallele” e avrà uno shock anafilattico. E’ un analista, fa il suo mestiere. Non può capire le contorsioni della politica e il sottotesto che viene sempre utilizzato. Siamo tutti d’accordo che “Easter worshippers” significa “Cristiani”, se detto da una persona qualunque. Detto da un politico assume un’altro valore, porta con sé altri significati oltre a quello letterale, proprio perché fare politica è anche parlare per sottotesto. Non so se mi sono spiegato. Non dico che i linguisti non abbiano ragione, ma è come cercare di imporre una logica in una loggia massonica o in un manicomio. Non c’entra nulla.

              1. “Molti media e politologi di lingua anglofona”
                Oh, che curiosa coincidenza, tutti di destra.
                Quelli che sostengono queste posizioni (tipo i vari Salvini, Meloni, Mario Giordano e compagnia cantante) non vanno in chiesa nemmeno se li fucili. Non gliene frega ASSOLUTAMENTE niente dei valori cristiani, della fede e di tutte le cose “cristiane”

                Sono il primo ad essere infastidito dal politicaly correct, ma qui siamo al “molto rumore per nulla”.

                P.S. In quelle chiese non erano presenti solo cristiani, dal momento che in quelle zone le chiese sono “luoghi franchi” anche per altre confessioni religiose.

  1. Spiacente doverti dare una brutta notizia: è già successo, varie volte.
    Fasi di esaurimento del pensiero cinese, arabo, romano, greco.
    Succede quando le civiltà decadono.

    Questo non significa che non si può fare niente, la tecnologia e la velocità di scambio delle informazioni può essere un’arma molto efficiente per controbattere, è un fattore che in passato non c’era, con i vecchi sistemi di comunicazione tanto varrebbe lasciar perdere invece qui si può tentare e qualche possibilità di farcela c’è.
    E pure se va male le comunicazioni moderne possono essere usate per limitare notevolmente i danni.

    1. Per spiegare un pochino meglio: in tutti i casi i principi fondanti di ciascuna civiltà si svuotano di significato e nel contempo si estremizzano, diventano una specie di religione sganciata dalla realtà, impermeabile ai fatti.

      Andando avanti dovrebbero iniziare a parlare con frasi fatte, come litanie: considera ad esempio la frase “lo disse Aristotele” che veniva usata per BLOCCARE qualsiasi innovazione sul nascere.
      La natura umana è sempre quella, ma lo scenario tecnologico di oggi è molto diverso, e la comunicazione, lo scambio di opinioni sul tema, con persone di altre culture credo possa aiutare. Ovviamente non arabi (quelli debbono ancora riprendersi dalla loro caduta) né americani (sono in caduta quanto e più di noi, la cosa è particolarmente accentuata in Canada, UK e Svezia) ma, ad esempio, cinesi.
      La gente che ha prodotto e messo in onda questo spot, senza che ci fossero polemico, uno spot che a me non piace ma rappresenta bene la loro completa immunità al fenomeno:
      [youtube=https://www.youtube.com/watch?v=Few8kJ0zfnY&w=640&h=360]

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