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Denunce, maltrattamenti e ricoveri a go-go per i 330 centri antiviolenza

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varie_antiviolenzadi Giuseppe Augello – Dice un recente titolone de “La Repubblica” che esistono 33.000 donne da salvare all’anno. Sono le clienti dei centri antiviolenza, in pericolo di annegamento, non nel Mar Mediterraneo, ma nella violenza maschile degli ex partner. Corrisponde a quanto tempo fa esposi in ipotesi in un precedente articolo. Una goccia rispetto al mare magnum dei violenti potenziali assassini, già denunciati o che stanno per esserlo, o che non lo sono ancora, dicono le nazifemministe. Ma quali sono i dati? Facilmente reperibili.

Il database ISTAT dedicato alla tematica parla chiaro: 14.000 denunce di maltrattamenti in famiglia all’anno, e 11.000 per atti persecutori (stalking) per un totale di 25.000. Circa 3000 condanne per maltrattamenti e 1600 per stalking all’anno. Ora, supponendo che siano tutte relative a separazioni conseguenti, e non è vero, e supponendo, ad abundantiam, che siano tutte relative a donne che si pongono “in salvo” in un centro antiviolenza, e non è vero, avremmo una bella quota rispetto al numero di separazioni annue. Casualmente, ma non tanto, poiché il 75% delle separazioni sono consensuali, significa che un 25% delle 90.000 separazioni annue imbocca la scorciatoia della denuncia per maltrattamenti o altro. Perché di scorciatoia per la separazione spesso si tratta.

varie_separazioneInfatti dato che il 25% delle separazioni è giudiziale, significa, con le ipotesi fatte, che la totalità e anche più delle separazioni giudiziali avviene oggi con presentazione di denuncia da parte di uno dei coniugi. Ovvero in preponderante misura da parte della ex moglie, mentre solo a loro volta il 20% di tali denunce finisce con una condanna. C’è qualcosa che non va. Su 33.000 ospiti dei centri antiviolenza se va bene solo 4600 condanne, di cui solo 3000 per maltrattamenti tra cui minacce e varie. Pure ipotizzando che tutte le denuncianti ricorrano ad un centro antiviolenza, ma non è sicuramente così, i conti non tornano. Aggiungendo pure qualche centinaio di denunce e una percentuale analoga di condanne per percosse e lesioni, non ci siamo lo stesso. Arriveremmo a 5000. E le altre 28000 donne che ci sono andate a fare in un centro antiviolenza?

Se hanno denunciato, i partner sono stati assolti o la denuncia è stata archiviata. Se non hanno denunciato, che pericolo correvano e perché hanno abbandonato casa e famiglia e privato il padre dei figli minori? Chi ha indirizzato tali ricoveri? E le condanne, saranno quelle originate da denunce fondate, o sono pesantemente influenzate innanzi tutto dallo stesso ricorso a un centro antiviolenza? Stando così le cose e i numeri, occorre infatti sottoporre a una seria indagine che rapporto esiste tra il ricovero in un centro antiviolenza e l’esito delle denunce, che svolgono i loro effetti devastanti per l’uomo già dal momento del ricorso della donna ad esso. E perché una sentenza di un giudice di primo grado definisce già tale evenienza, il ricovero in un centro antiviolenza, una prova sia dei maltrattamenti subiti che della veridicità del racconto della denunciante. Occorre perseverare probabilmente. Rimpolpare il dato. Aumentare ancora il numero dei 330 centri antiviolenza nazionali che rendono credibili le denunce dinanzi ai giudici. In spregio alla legge, al buon senso, al diritto alla difesa, ed ai pronunciamenti della Cassazione. La giurisdizione, in materia di violenza in famiglia, sarà dunque sostituita da un qualunque centro antiviolenza? Perché ancora, a ben guardare, la legge non lo consentirebbe.

Cassazione-come-si-scrive-il-ricorso.-Principio-di-autosufficienza-Vediamo: il reato di maltrattamenti in famiglia, e questa è la controinformazione che vorrei diffondere, può sussistere solo in quanto espressione di una condotta che richiede l’attribuibilità al suo autore di una posizione di “abituale prevaricante supremazia alla quale la vittima soggiace”. Nel dettaglio: “Perché sia integrato il reato in questione occorre, secondo il significato riconducibile al termine “maltrattare”, che, come più volte affermato dalla giurisprudenza, l’agente eserciti, abitualmente, una forza oppressiva nei confronti di una persona della famiglia (o di uno degli altri soggetti indicati dall’art. 572 c.p.) mediante l’uso delle più varie forme di violenza fisica o morale. Ne deriva che in questa fattispecie si richiede che vi sia un soggetto che abitualmente infligge sofferenze fisiche o morali a un altro, il quale, specularmente, ne resta succube. Se le violenze, offese, umiliazioni sono reciproche, pur se di diverso peso e gravità, non può dirsi che vi sia un soggetto che maltratta e uno che è maltrattato” (Cassazione, Sez. VI, 3 marzo 2009, n. 9531; Sez. VI, 2 luglio 2010, n. 25138). La Corte ha quindi ritenuto non consumato il reato di cui all’art. 572 c.p. dal marito che, per almeno tre anni, infligga al coniuge ingiurie, minacce, percosse, violenze, offese umilianti, lesive tutte, in se stesse, dell’integrità fisica e morale della moglie, qualora quest’ultima abbia un carattere “forte” e non sia rimasta, quindi, “intimorita” dalla condotta maritale: in casi siffatti, tra i coniugi sussiste, invero, solo una situazione di tensione). Le cosiddette “liti familiari” cassate dal vocabolario della propaganda contro la violenza di genere e definite “minimizzazione della violenza da parte dell’abusante” dalla pagina inerente l’argomento del sito dei carabinieri oggi addestrati alla logica femministoide.

Le condotte di minaccia o molestia per integrare il delitto di atti persecutori, oltre che reiterate, devono risultare idonee a ingenerare certi mutamenti sul piano psichico (“perdurante e grave stato di ansia o di paura”, ovvero “fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”), o comportamentale (alterazione “delle proprie abitudini di vita”). Basta quindi effettivamente che la denunciante si presenti col suo bagaglio di emozioni e turbamenti e dire che il suo maltrattante le rovina la vita, che grazie alla sua testimonianza sia confermata la colpevolezza? Sì, nella suggestione del messaggio mediatico nazifemminista, nella propaganda della violenza di genere, e in quella tendente a mistificare e scassinare ogni storia familiare col grimaldello della sempiterna violenza dell’uomo contro la donna. Ma non è così, è falso, e quella legge che le guerrafondaie in rosa giudicano inadeguata a fermare la “violenza domestica dell’uomo” (perché non prevede la pena di morte), indica invece molto bene come non fermarsi alle apparenze.

violenza-sulle-donne-566615.660x368Infatti, sulla sussistenza del grave e perdurante stato di turbamento emotivo preso in considerazione dal c.p. la Suprema Corte ha precisato che “non deve confondersi un fatto con la sua prova (fumus, in sede cautelare). La prova di un evento psichico, qual è il turbamento dell’equilibrio mentale di una persona, non può che essere ancorata alla ricerca di fatti sintomatici del turbamento stesso atteso che non può diversamente scandagliarsi “il foro interno” della persona offesa. Assumono allora importanza sì le dichiarazioni della predetta persona offesa, che vanno rigorosamente e con molta cautela analizzate, ma anche le sue condotte, conseguenti e successive all’operato dell’agente, ed – infine – la condotta stessa di quest’ultimo, che ovviamente va valutata tanto in astratto (dunque sotto il profilo della sua idoneità a causare l’evento), quanto in concreto, vale a dire con riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui essa si è manifestata” (Cassazione, Sez. V, 14 aprile 2012, n. 14391).


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Ciò significa che “l’effetto destabilizzante deve risultare in qualche modo oggettivamente rilevabile e non rimanere confinato nella mera percezione soggettiva della vittima del reato. In tal senso anche la ragionevole deduzione che la peculiarità di determinati comportamenti suscitino in una persona comune l’effetto destabilizzante descritto dalla norma corrisponde alla segnalata esigenza di obiettivizzazione, costituendo valido parametro di valutazione critica di quella percezione” (Cassazione, Sez. V, 18.6.2012 n. 24135). Va peggio purtroppo per la configurazione del delitto di stalking. Infatti, anche se il reato di stalking ex art. 612-bis c.p., alla stressa stregua di quello di maltrattamenti in famiglia, è un reato necessariamente abituale, la Suprema Corte ha ridotto alla soglia minima quella abitualità persecutoria che la norma sembrerebbe richiedere, ritenendo che “anche due soli episodi di minaccia o molestia possono valere ad integrare il reato di atti persecutori previsto dall’art. 612-bis c.p., se abbiano indotto un perdurante stato di ansia o di paura nella vittima, che si sia vista costretta a modificare le proprie abitudini di vita” (Sez. V, 5 luglio 2010, n. 25527).

varie_stalkerTale principio è stato ribadito da Sez. V, 28 febbraio 2011, n. 7601: “Il termine “reiterare” denota, in sostanza, la ripetizione di una condotta una seconda volta ovvero più volte con insistenza. Se ne deve evincere, dunque, che anche due condotte siano sufficienti a concretare quella reiterazione cui la norma subordina la configurazione della materialità del reato”Forse in questa faciloneria nella configurazione del reato sta il motivo per cui, da quanto è entrato in tempi recenti e in esito alle istanze antiuomo, nel codice penale, (al contrario dei maltrattamenti, di millenaria considerazione) come fattispecie da poco individuata, il reato va tanto di moda come corollario di una separazione giudiziale.

Viceversa, non integra, dice la giurisprudenza, il delitto di maltrattamenti in famiglia, la consumazione di episodici atti lesivi di diritti fondamentali della persona non inquadrabili in una cornice unitaria caratterizzata dall’imposizione ai soggetti passivi di un regime di vita oggettivamente vessatorio (Sez. VI, 2 ottobre 2010, n. 45037). La condotta del maltrattante, pertanto, non deve limitarsi a sporadici episodi di violenza, di minaccia o di offesa, come espressione reattiva – magari – ad un particolare e contingente clima di tensione (Sez. VI, 7 luglio  2010, n. 1417). Il maltrattamento deve intendersi come una condotta duratura, facente parte di un preciso disegno dell’agente verso la vittima. In mancanza, il reato non sussite. O non dovrebbe sussistere. Ne tengano conto i padri di famiglia che pure si incaponiscono qualche volta a non rassegnarsi al lutto della perdita della stessa. Ovvio che meglio non compiere alcuna azione degna di denuncia, ma è altrettanto ovvio che se questa giungesse, come una tegola sulla testa di un passante ignaro di tutto, almeno bisognerebbe difendersi nei dovuti modi e non pagare anche per reati non commessi a rigore di codici. Uno schiaffo è uno schiaffo, e va punito dietro querela. Da chiunque provenga e a meno di reciprocità. Ma il reato dell’art.572 c.p. è cosa diversa. E’ infangante per l’intera vicenda di convivenza; umiliante sia per l’accusato che per l’accusante, che si accorge dopo anni e dopo avere concepito dei figli col partner che, improvvisamente, una totale cecità ha impedito di scorgere in lui preventivamente il mister Hyde esistente dietro il dott. Jekill cui ci si è uniti. Quando non sia la scoperta solo il frutto di una sopravvalutazione iniziale o post-partum di altre doti più prosaiche dell’uomo, divenuto da un certo punto in poi più utile da maltrattante onerato di assegno e risarcimento, che da compagno-padre.

varie_divorzioEcco il motivo del perché si contano tante assoluzioni (in verità una percentuale leggermente calante nel tempo). Non è certamente e facilmente addebitabile, ciò, ad un fallout del sistema giudiziario inadeguato (tranne quando condanna i padri). Anzi, il contrario. Ecco perché non si può ex abrupto privare della genitorialità un padre oggetto di denuncia, nella presunzione che le accuse della ex siano da tenere in conto a tutti i costi. Occorre infatti che sia individuato se sussiste il reato, come solo una autorità giudicante può fare. Quindi indirizzare una accusante a un centro antiviolennza, furbescamente, senza che la sua vita o incolumità siano realmente in pericolo, e privare da un giorno all’altro dei minori del loro padre, è un crimine che andrebbe punito con severità. Ammesso che le accuse coinvolgano i minori con la presunta, automaticamente conseguente ad ogni denuncia,  “violenza assistita”.

Nei centri antiviolenza i minori e le donne vengono sottoposti immediatamente a forme di “recupero della propria autodeterminazione e per l’uscita dal ciclo della violenza”. Sottindendendo che tutto ciò sia immediatamente realistico. Un vero tribunale ideologico parallelo che ha sostituito quello reale. Ovvero esista anche dove non si avrebbe diritto di affermare che è esistita. Qualche operatore ha deciso di utilmente credere alla donna senza processo. In conseguenza alle sole affermazioni di una donna che si rivolga ad un consultorio, alle forze dell’ordine o ad un centro antiviolenza, fornendo la sua versione dei fatti, nel momento in cui il proposito di punire l’ex divenuto insopportabile è aspramente più vendicativo. Una verità impossibile da verificare però senza un contatto o un confronto con il presunto abusante. Che solo un regolare processo consente. Ma poiché non è consentito a nessuno, preliminarmente, di esercitare una mediazione o un confronto preventivo possibile (lo proibisce la convenzione di Istanbul e la messa in sicurezza nella cassaforte del centro antiviolenza che deve giustificare il congruo dispenso di denaro pubblico in suo favore) la verità va a farsi benedire fin da subito e il padre rimane monco di prole.

varie_bisbiglioUn sistema aberrante. Blindato in chiave antirisoluzione di ogni vertenza familiare ed antimaschio. L’intensa propaganda sulle varie forme di violenza, messa in atto dal mondo mediatico per impulso di certa politica, tende continuamente anche qui di abbassare sotto la suola delle scarpe la soglia della definizione di “maltrattamento”. Critiche, una battuta ironica, un richiamo a qualche minimo compito di natura familiare, (anche se giustificabile) e, dulcis in fundo, negazioni di condiscendenti e generose manifestazioni materiali di affetto, grazie al condizionamento delle operatrici del settore, assistenti sociali nei consultori, psicologi, legali attivi nella battaglia dell’antiviolenza di genere, divengono veri con(s)igli che fuoriescono dal cappello della prestigiatrice e che divengono ottimi passepartout verso i centri antiviolenza. Nei quali non si consiglia di denunciare, dice la accattivante propaganda, ma solo si ascolta se esiste la volontà di denunciare, tenendo presente che, dicono significativamente le statistiche propagandate, solo il 10% delle donne denuncia e le altre subiscono. E’ ciò, dicono le stesse operatrici che non consigliano, è aberrante. Immagino ad esempio un dialogo all’interno del centro antiviolenza: “noi non ti consigliamo di denunciare il padre dei tuoi figli ma, cara amica, come pensi di uscire dal tunnel della violenza? Che aiuto possiamo dare? Certamente noi possiamo dare supporto psicologico e legale…. ma la scelta ricorda che è tua (mica dirai ai giudici che te l’abbiamo suggerita noi…)”.

Tutti gli operanti coinvolti (grazie ai “protocolli antiviolenza” firmati tra procure, forze dell’ordine, presidi sanitari, ordini professionali) sono precettati nella ricerca ad ogni costo di clientela da inviare ai centri antiviolenza, come garanzia di “vendetta è fatta” verso un ex, divenuto insopportabile. Sono le 33.000 donne ospiti e loro figli minori che incrementano il business della solidarietà emotiva. Sul piano sociale conosciamo quali strategie si nascondano dietro la distruzione delle famiglie, ma sul piano individuale quali sono le armi con le quali si induce in realtà una ex moglie/compagna a ricorrere ad un centro antiviolenza? Una ipotesi: e se con l’arma del codice penale adito, il coacervo di forze (pubbliche) fossero funzionali ad abbattere meglio la resistenza di futuri padri riottosi o insolventi (per necessità o meno poco importa) ad elargire cospicui assegni per una frequentazione dignitosa dei loro figli? Che stanno ad assistere a cotanta violenza verso i loro padri? Comunque la si guardi, il marcio dello scambio di assegno garantito per un ricovero fruttifero di 100 euro al giorno di denaro pubblico, emerge.


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2 thoughts on “Denunce, maltrattamenti e ricoveri a go-go per i 330 centri antiviolenza

  1. I fatti riferiti possono corrispondere ad una notizia di reato. La veridicità va contestata in regolare processo. Questo è quanto occorre ribadire nella autodifesa. Ed ammettere solo la verità vera non la posticcia di marchio CAV.

  2. Ti segnalo, e penso lo facciano in molti, che sos donna operante presso il San Camillo di Roma, cooperatiba BEEFREE che fa capo alla casa internazionale delle donne di Roma, oltre sll’affermato supporto psicologico (chiaramente senza esecuzione di test scientificamente usati da psicologi e psicoterapeuti, fornisce anche una relazione da poter utilizzare nei processi penali che partendo dai “fatti riferiti” porge al Giudice un quadro avvalorando inopinatamente quanto riferito. I test fatti in CTU dimostrano la loro l’attendibilità strumentale al processo penale per maltrattamenti.

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