Donne, basta contiguità con le “brigate rosa”

In tre anni di attività, ho raccolto molte storie, opinioni e condivisioni da parte di uomini, com’è ovvio che sia, essendo maschile l’audience a cui prevalentemente mi sono rivolto. E’ capitato però anche di avere riscontri dal mondo femminile. Al di là delle statistiche dei profili social collegati a questo blog, che danno il sorprendente risultato di 51% follower uomini e 49% donne, se mi fermo a considerare il riscontro reale e personale da parte della sfera femminile, posso dire di essere soddisfatto dal lato numerico. Nel corso del tempo ho ricevuto moltissimi messaggi da donne che mi hanno chiesto consigli o mi hanno raccontato le loro storie.

Il profilo medio di costoro è piuttosto facilmente delineabile. Nella maggior parte dei casi si trattava di compagne di uomini separati, con un vissuto traumatico alle spalle o ancora nel loro presente. Queste donne, soprattutto, sono coloro che hanno compreso il senso della mia battaglia: il loro amore per il compagno le rendeva combattive e aperte a sufficienza per comprendere che il mio messaggio tutto era tranne che misogino. Era anzi orientato a difendere gli uomini da soprusi e ingiustizie che quelle donne vivevano praticamente sulla propria pelle, riscontrando le devastazioni nell’uomo a cui si accompagnavano.


Io a confronto rischiavo di apparire moderato.


In altri casi le donne che mi hanno contattato si trovavano in condizioni similari: sorelle, madri o figlie che mi hanno interpellato perché il fratello, figlio o padre erano nei guai senza meritarlo. Uomini incastrati da denunce e procedimenti strumentali o fasulli che stavano facendo a pezzi la loro esistenza (oltre che il loro conto in banca), per i quali mi sono stati chiesti suggerimenti, che non ho mai mancato di dare. Sono capitate anche donne vittime di stalking da parte di altre donne e, in due casi, giovani ragazze ferite e umiliate dal fidanzato che le aveva lasciate che mi hanno chiesto consigli su come agire “per riconquistare” il cuore dell’ex senza incorrere in qualche reato, gli atti persecutori in primis.

Il filo rosso che lega tutte costoro è il fatto che in modo diretto o indiretto stessero sperimentando le anomalie che ho denunciato per tre anni. Amare un uomo che sta male perché gli sono stati sottratti i figli o che viene privato di un terzo del suo magari già magro stipendio non è per niente facile. Occorre amarlo davvero tanto per poter stare al suo fianco. Così come vedere un proprio caro inguaiato per la malafede di qualche furbetta. In questi casi ho riscontrato una furia antifemminista che io a confronto rischiavo di apparire moderato. “Ben svegliate”, pensavo, con una punta di malizia, quando le ascoltavo raccontare con grande rabbia le loro vicende. Sia chiaro: non c’è nulla di male a prendere coscienza di una situazione solo quanto ci si trova impantanati, ma questo stato di cose dice molto di più, in realtà.

Dice che le grandi assenti nella battaglia per un nuovo equilibrio tra uomo e donna sono, in questo momento, anche le donne. E mi riferisco a quelle “normali”, quelle che vivono la propria vita senza particolari scossoni, che non subiscono violenze o molestie, né hanno qualche caro di sesso maschile incastrato in situazioni anomale. Sono la schiacciante maggioranza e restano lontane dalle tematiche di questo blog. Lontane e silenziose, sebbene siano più o meno consapevoli di tutto. Sia delle storture che attanagliano il mondo maschile, sia della potenza avvelenatrice del femminismo suprematista, che è fonte primaria di quelle storture. Sanno tutto, ma se le interroghi non si dichiarano “femministe”, anzi si dicono lontane dal femminismo. Eppure tacciono di fronte agli eccessi. Perché?

Per comprenderlo occorre avere chiaro cosa sia il femminismo e, per converso, cosa significhi essere anti-femminista. Oggi, molto più che in passato, il femminismo è un’ideologia, nel senso più deteriore del termine. Cioè si tratta di un cubo di cemento contenente alcune idee-chiave con cui interpretare il passato e il presente, e sulla base di cui impostare gli obiettivi per il futuro e l’azione nell’oggi che dovrebbe spianare la strada al raggiungimento di quegli obiettivi. Non importa che l’elaborazione teorica sia fondata o sensata, né che il raggiungimento degli obiettivi comporti danni o svantaggi per altri. Come tutte le ideologie a carattere totalitario, il cubo di cemento viene posato su tutto, forzato dentro la realtà, anche schiacciando i fatti e la verità delle cose.


Un pericoloso fiancheggiamento delle istanze ideologiche femministe.


Essere anti-femminista significa essere contro quel cubo, anzi volerlo demolire. Come tale, non ha nulla a che fare con la misoginia, ovvero l’odio verso le donne. L’ideologia femminista infatti fa i suoi proseliti tra uomini e donne indistintamente (anche se le leader sono tutte donne ovviamente), e d’altro canto essere antinazista non significa odiare tutti i tedeschi, né essere antifondamentalista significa odiare tutti gli arabi. E’ questo il passaggio che manca alla maggioranza delle donne che si avvicinano a contenuti come quelli di questo blog, complici anche i media mainstream, che per castrare dal principio ogni possibile presa di coscienza, etichettano chi fa un’informazione non conforme in modo da non essere attrattivo verso le entità neutrali che compongono l’opinione pubblica.

Ma non è solo la persuasione più o meno occulta dei gatekeeper, che distinguono a monte i buoni e i cattivi. C’è un atteggiamento, nelle donne “normali”, di pericoloso fiancheggiamento delle istanze ideologiche femministe. Mi spiego: era chiaro a tutti gli operai degli anni ’70 che le Brigate Rosse fossero una formazione criminale, che agiva, sia in termini ideali che pratici, al di fuori del buon senso e della legalità, fino a sbordare nella criminalità vera e propria. Eppure, è noto, tenevano verso i terroristi un atteggiamento di silente approvazione. Erano, nel narrato comune, i “compagni che sbagliano”. Sbagliano, sì, ma restano “compagni”. Una contiguità durata fin tanto che le BR non uccisero senza motivo uno di quegli operai, il sindacalista Guido Rossa. Lì avvenne lo scollamento e le Brigate Rosse persero ogni copertura, finendo poi smontate dagli apparati di sicurezza dello Stato.


Così vengono su i totalitarismi.


Oggi la situazione è quasi uguale. Non scorre sangue, vivaddio, non c’è violenza fisica o morti. Sussiste una violenza culturale e psicologica di un gruppo, il femminismo suprematista, chiamiamole con poca originalità “Brigate Rosa”, contro la figura maschile e, per estensione, contro il concetto di famiglia. Diversamente dalle formazioni terroristiche anni ’70, esse godono dell’appoggio incondizionato di politica e media, grazie al grande circuito di interessi e denaro che sono capaci di innescare. Sono infatti in moltissimi a guadagnare sul loro estremismo e sulla superficialità olimpica dei loro ideali di base. La vera analogia sta dunque nella contiguità della comunità femminile nazionale (e internazionale) verso le portavoce di quello che può essere definito socio-psicoterrorismo. Che non comporta gambizzazioni o attentati, ma uno smontaggio scientifico e calcolato della figura maschile e di tutto ciò che vi ruota attorno (paternità, famiglia).

Come gli operai degli anni ’70 trasmettevano un tacito consenso verso i brigatisti rossi, chiudendo un occhio sui volantini nelle fabbriche o sulle riunioni promosse e appoggiate dai partiti di riferimento, così oggi le donne qualunque guardano con distante approvazione le soperchierie organizzate dal femminismo suprematista. Distante, perché non si rispecchiano negli eccessi verbali e pratici, non scenderebbero mai in piazza a fare balletti patetici atti a colpevolizzare un intero genere, non eleverebbero mai cartelli triviali contro “il patriarcato”, ma pur sempre contiguo. Perché, questo è il retropensiero, “male non fanno, in fondo”. E magari così facendo ottengono dei vantaggi per il genere femminile. Questa è la contiguità, la complicità: tacere, lasciar fare, non opporsi, sperando in un tornaconto di qualche tipo. Così vengono su i totalitarismi o i fenomeni tragici come il terrorismo brigatista: con la passività di chi avrebbe potuto fermare la degenerazione, ma non l’ha fatto.


Non si vede alcun mattino che annunci un buon giorno.


Guido Rossa, ucciso nella sua auto dalle Brigate Rosse

Come detto, il risveglio c’è solo quando ci va di mezzo qualche uomo di famiglia o l’uomo amato. Allora si ha il risveglio, si ingoia la pillola rossa e si vede quant’è profonda la tana del Bianconiglio. Ma fino a quel momento c’è un silenzio che è assolutamente complice e sordo alle argomentazioni che disvelano la natura del femminismo e le terribili conseguenze del suo dilagare. Sono costoro le grandi assenti sul campo di battaglia contro un’ideologia che fa del metodo mafioso e fascista il proprio marchio caratteristico: forse occorre attendere che, come accaduto con Guido Rossa, qualche soggetto eccellente della “classe femminile” venga colpito perché la gran massa delle donne lontane dal femminismo comprenda e prenda le dovute distanze, lasciando sole e prive di protezione le quattro gatte impazzite e le loro accolite terroristiche.

Da questo punto di vista però non si vede alcun mattino che annunci un buon giorno. Un simbolo femminile di successo come J.K. Rowling è stato appena fatto a pezzi pubblicamente per aver sostenuto la verità dei fatti, eppure il mondo femminile silenzioso e maggioritario persiste nel suo lassez-faire, che dà ancora più linfa alle “sorelle che sbagliano”. Mentre dunque il fronte maschile appare diviso e impotente, come si vedrà domani, il suo complementare, ovvero quella maggioranza di donne che ama gli uomini, li stima, li considera essenziali nel gioco relazionale che fa girare il mondo, resta inattivo e silenzioso, illuso com’è che le iniquità del doppio standard nelle separazioni, nei processi penali, nell’economia, nel lavoro, nella scuola e in ogni altro luogo possano in qualche misura riverberare dei vantaggi anche su di loro.


Basterebbe che voi gli voltaste le spalle.


Non è così e non sarà mai così. A voi mi rivolgo, donne meravigliose, figlie, madri, sorelle orgogliose del vostro ruolo nella società al fianco e in continua e pacifica tensione relazionale con i vostri uomini: non illudetevi che le “sorelle che sbagliano” possano portare qualcosa di buono. L’uomo rovinato, il padre suicida, l’innocente incarcerato oggi è un altro, domani potrebbe essere vostro padre, figlio, fratello o amico. Il tutto senza che nulla di buono sia nel frattempo maturato per nessuno. Questo blog e i tanti altri simili (con qualche eccezione estremista che purtroppo non manca mai) non parla contro di voi e i vostri diritti, ma contro coloro che vi stanno irretendo per portare in piena comodità un attacco all’odiato maschio, magari guadagnandoci sopra qualcosa. Gli uomini oggi combattono come possono, in una condizione oppressiva che non li favorisce. Per togliere ogni linfa al brigatismo sterile e rovinoso basterebbe che voi gli voltaste le spalle. Si creerebbero così le condizioni per una costruzione concertata e comune di un futuro rinnovato per le relazioni tra uomini e donne. In queste pagine non troverete mai odio verso di voi, ma strumenti per combattere quella battaglia insieme ai vostri uomini, che sono poi tutti gli uomini.

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