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Donne di oggi infelici e irrisolte: il femminismo sotto accusa

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persone_venkerRiprendo qui alcune riflessioni sviluppate recentemente da Suzanne Venker, saggista americana e colonnista del Washington Examiner, riguardo all’inabilità delle nuove generazioni a stabilire relazioni affettive significative e di lungo termine. Un’inabilità che può tranquillamente essere definita come il più pressante problema dei nostri tempi, specie se comparato a quanto avveniva in passato. Quel passato in cui darsi un appuntamento, incontrare qualcuno era divertente e tutto sommato facile, e in ogni caso presupponeva un’apertura possibilistica verso l’idea di un impegno di lungo termine, magari addirittura per tutta la vita. Esprimere concetti del genere, dice Venker, a una persona di età inferiore ai quarant’anni oggi farà si che questa ti guardi “come se avessi tre teste”.

Quello dell’incapacità delle giovani generazioni all’incontro con l’altro è un tema fortemente dibattuto oggi negli USA. Secondo il Wall Street Journal, ragazze e ragazzi della “Generazione Z”, coloro che oggi frequentano scuole medie o superiori, non sono capaci di gestire una relazione, sono meno indipendenti e resilienti, più portati a cercare una forma di protezione verso l’esterno. Diversamente dalle generazioni precedenti, per costoro il romanticismo non è né un piacere né un’opportunità, ma una sfida stressogena. I fattori che vanno a comporre il quadro causale di questa situazione di blocco sono numerosi e coinvolgono anzitutto i diversi cambiamenti che si sono verificati nelle due agenzie formative di riferimento per ogni individuo: la famiglia e la scuola. Lì si è creato il problema, dunque essenzialmente lì si devono assumere le eventuali azioni correttive necessarie per invertire un trend squalificante del concetto stesso di relazione affettiva e di investimento sentimentale a lungo termine.

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Children using technologyCercando di individuare le responsabilità principali di questa forma di degrado, Venker sostiene che ai ragazzi della “Generazione Z”, così come ai “Millennial” che li hanno preceduti, non sono state date né linee guida né incoraggiamenti rispetto a come gestire i processi relazionali che portano alla costruzione di un rapporto di lungo termine. Alle donne in particolare è stato fatto passare proprio il concetto opposto: “rimanda il matrimonio il più possibile, goditi i presunti vantaggi di brevi storie e del sesso libero, e metti la carriera al centro della tua vita”. Con queste premesse è abbastanza semplice capire la causa dei fallimenti che si registrano nei tentativi dei giovani di instaurare relazioni significative. Semplicemente una delle due parti è stata spinta a escludere quel tipo di relazioni dal novero dei propri obiettivi.

Se insomma la carriera è l’obiettivo numero uno, non c’è alcuna necessità di gestire le relazioni sentimentali con un occhio a traguardi di lungo termine. Non ha senso approcciarsi tenendo a mente che l’incontro con l’altra persona potrebbe prefigurarsi come qualcosa di duraturo, se non addirittura per la vita. “Che senso ha passare tutta la trafila se il matrimonio non è tra gli obiettivi?”, si chiede Venker. Meglio allora collezionare flirt passeggeri, in attesa di sentirsi pronti per mettere radici. Non che questo non abbia la dignità di un piano, di una strategia per la vita, ma è piuttosto evidente, proiettandolo nel futuro, che si tratta di una strategia produttiva per il sistema ma improduttiva se non dannosa per gli individui e la collettività sociale. Per valutare questo punto di vista Venker menziona un commento tanto brillante quanto malinconico trovato online, scritto da una donna cinquantenne:

La generazione dei miei genitori: incontrarsi, matrimonio, sesso

La mia generazione: incontrarsi, sesso, matrimonio

Ora: sesso, incontrarsi, matrimonio (forse)

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donna_femminismo68Tutto questo è davvero un problema? Certo dipende dai punti di vista e dalle premesse ideologiche, ma di fatto in America (e in tutto l’occidente) è riconosciuto e accettato che gran parte dei problemi sociali e delle politiche che si tentano di mettere in atto per risolverli derivino dalla necessità di prendersi cura e conferire benessere alle relazioni e alle famiglie. Il tutto mentre, con questi meccanismi, le relazioni e le famiglie crollano in pezzi. Ma quando è cominciato questo crollo? Venker ha una risposta piuttosto netta: cinquant’anni fa, con il femminismo. La saggista ritiene di ascrivere a quella generazione alcune follie distruttive ben identificate: il senso di repulsione verso gli uomini e il matrimonio, la squalificazione della significanza dei rapporti sessuali, la soppressione del desiderio di relazioni di lungo termine a favore dell’iper-specializzazione e della carriera produttiva.

Una serie di disvalori, sostiene Venker, che non solo va contro il naturale istinto delle donne, ma distrugge la possibilità di uomini e donne di incontrarsi e formare famiglie che possano sostenere una comunità. D’accordo o meno che si sia con questo principio, una cosa resta evidente: quei principi, quelle filosofie, quel piano non ha condotto a nulla di veramente buono e significativo, né per i bambini, né per le famiglie e tanto meno per le donne. Dopo quaranta-cinquant’anni è possibile tirare le somme e cominciare a elaborare un giudizio su quanto l’emergere del femminismo abbia contribuito al miglioramento delle condizioni sociali e di quelle relazionali che vi stanno alla base, in particolar modo per le donne. E sono di nuovo le scienze sociali, protagoniste in questo blog durante questa settimana, a tirare quelle somme in modo piuttosto incontrovertibile: le donne di oggi sono infinitamente meno felici delle loro madri o delle loro nonne. Il femminismo, come il marxismo volgarizzato di cui è stretto parente, ha ampiamente mostrato di essere nella pratica fallimentare, anzi dannoso. Nonostante questo c’è ancora chi ritiene sensato proporre teorie femministe (e/o marxiste) come ricetta risolutiva dei problemi del mondo. Sebbene sia evidente che tali teorie e chi le sostiene sono invece parte integrante di quei problemi.


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