Donne e abusi sui bambini: un caso ogni 36 ore

dati falsiAbusi, maltrattamenti, violenze e omicidi oggi si contano a ore o a giorni, a seconda dell’allarmismo che si vuole suscitare nell’opinione pubblica. E’ una banalizzazione politico-giornalistica che nulla ha a che fare con la statistica seria e la misurazione coscienziosa dei fenomeni sociali, in realtà. Ma basta esserne coscienti per ritenerla tutto sommato accettabile. Meno accettabile è che, come accade con la classificazione dei cosiddetti “femminicidi”, si allarghino o restringano i confini della definizione del fenomeno per aumentarne o diminuirne la portata a seconda delle convenienze. Quando si tratta di “femminicidio”, per altro, l’obiettivo è sempre dilatare quei confini al massimo possibile.

La distribuzione nel tempo di un fenomeno, così come viene comunicata, ha l’utilità, volendo essere generosi, di dare un’idea di massima della frequenza con cui taluni fenomeni accadono, e dunque della loro diffusione nella società. Sulla base di questa classificazione chi ha responsabilità decisionali dovrebbe fare scelte specifiche, a seconda dei casi per frenare o accelerare i fenomeni in questione. In teoria sarebbe così, ma è noto che la necessità di acquisire facile consenso finisce per sovvertire tutto, e così 21 “femminicidi” da inizio anno, pari a uno ogni quattordici giorni (288 giorni / 21 casi), diventano più urgenti, ad esempio, di un morto sul lavoro ogni 12 ore (288 giorni x 24 ore = 6912 ore / 700 casi).


E’ una banalizzazione politico-giornalistica.


Sarà forse perché quelle che muoiono lavorando sono soprattutto persone di sesso maschile, dunque poco rilevanti nel clima androfobico imperante, ma quel rateo non viene mai comunicato. A riprova, quando si parla della fattispecie, come domenica scorsa, giornata dedicata proprio alle vittime di infortunio o morte sul lavoro, la suddivisione per sesso non si fa mai (vedasi il relativo paginone di Repubblica). Un doppio standard evidente che si applica su tutto: se la misurazione del fenomeno permette un piagnisteo sui danni per le donne, allora la ripartizione “per genere” si fa, altrimenti la si omette.

Oppure non si dà proprio notizia del fenomeno. E’ il caso degli abusi, maltrattamenti, violenze e omicidi perpetrati da persone di sesso femminile nei confronti dei minori. Certo di tanto in tanto i casi finiscono sui giornali, in genere testate locali, e riguardano soprattutto maestre d’asilo o di scuola, ma non ho mai visto da nessuna parte qualcuno provare ad aggregare il dato per darne una visuale complessiva. Unica eccezione, non per vantarmi, il “Conteggio infame” tenuto da questo blog. Che ad oggi assomma 165 casi di donne abusanti o maltrattanti contro minori, pari a poco più di un caso ogni 36 ore (288 giorni x 24 ore = 6912 ore / 165 casi).


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Un doppio standard evidente.


abusiLa fonte, come si può vedere nella pagina, sono le notizie apparse sui media da inizio anno e divise per regione. Vengono considerati solo i casi di flagranza di reato (immagini riprese dalle telecamere, in genere) o di sentenze di colpevolezza emesse dalla magistratura. Questo vuol dire che sono esclusi tutti i presumibilmente moltissimi casi che non vengono notiziati, o che non emergono. Cioè i 165 casi è probabile che siano la punta di un iceberg molto più profondo, di grandezza proporzionale alla resistenza che si è fatta contro la proposta di mettere telecamere negli asili e nelle scuole (e nelle case di riposo), non a caso affossata dall’attuale maggioranza.

Non solo: il “Conteggio infame” enumera, divisi per regione, il numero di donne implicate nei maltrattamenti o negli abusi. Non è però in grado di contare il numero di vittime, ed è una mancanza significativa. Perché la singola maestra colta a maltrattare ad esempio due bambini è probabile che ne maltratti sistematicamente, fuori dalle rilevazioni video, molti di più e ne abbia maltrattati un numero ben più alto nella sua precedente carriera di abusante. Pur con tutti questi limiti, tuttavia, il conteggio dà un risultato complessivo che forse meriterebbe le prime pagine ben più di altri fenomeni che oggi godono di straordinaria visibilità.


I 165 casi è probabile che siano la punta di un iceberg.


Anche perché esso integra un altro dato, meno frequente ma tuttavia ugualmente significativo: i casi di violenza femminile sugli anziani. Qui il trend, misurato con le stesse modalità per la fattispecie sui minori, è un pelo migliore: un caso ogni 4 giorni (288 giorni / 74 casi), a meno che non lo si aggreghi a quello relativo ai bambini. Nel qual caso abbiamo il dato di un caso di donna maltrattante e abusante di soggetti deboli, bambini e anziani, al giorno (288 giorni / 239 casi). Sempre escludendo i molteplici fatti che non finiscono sulle pagine dei quotidiani.

Propongo periodicamente queste rilevazioni alle varie redazioni dei più importanti quotidiani, forte del fatto che questo tipo di rilevazione, facendo riferimento a notizie pubblicate da altri, non può essere tacciata di settarismo o manipolazione da parte mia, eppure non è mai uscita una riga negli ultimi due anni. Viene da chiedersi il motivo. Forse lo stesso che ha indotto Repubblica a dare i dati dei morti sul lavoro senza scorporare uomini e donne e che induce tutti i media a strombazzare come emergenza nazionale i 21 “femminicidi” (pari a 0,09 donne uccise ogni 100.000 abitanti) da inizio anno. La versione ufficiale che vuole tutte le donne sempre vittime e tutti gli uomini sempre carnefici (o tranquillamente sacrificabili) non può e non deve essere smentita. Ecco il banale e vergognoso motivo per cui il “Conteggio infame” resta un dato esclusivo di un modesto blog “di nicchia”.


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