“Dumbo” di Tim Burton e la solita triste propaganda rosa

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“Dumbo” di Tim Burton e la solita triste propaganda rosa

varie_dumbodi Alessio Deluca – La situazione è talmente sfuggita di mano che non puoi più nemmeno portare tuo figlio al cinema a vedere un film per ragazzi (Dumbo, Walt Disney, regia di Tim Burton) senza doverti sorbire la lezioncina rompipalle di genere. Senza che le Consulenti dell’ufficio “vigilanza femminista” della PIXAR abbiano sindacato su come è giusto che si comporti il maschio per essere maschio (accettare un destino da sempliciotto inutile) e la femmina per essere femmina (diventare eroina salvatrice del mondo e dell’universo).

In questo remake, assai diverso dall’originale del 1941, troviamo come protagonista Milly Farrier, ragazzina di 12 anni che già nella prima scena, rifiutando l’invito del padre Holt (Colin Farrel) di partecipare alle attività del circo per campare, mette subito in chiaro le cose “io non voglio fare show, io voglio essere apprezzata per la mia mente”, seguito in sala da un bisbigliato “sticazzi!”. Lei che assieme al fratellino maschio (semplice comparsa ovviamente) farà di tutto per far riabbracciare il piccolo Dumbo e la madre elefante, è infatti una precoce appassionata di scienza e devota di madame Curie. Non ci concede un solo sorriso da bambina per tre quarti del film, espressione serissima e saccente di chi affronta una realtà che non sarà mai alla sua altezza, Milly ci regala grandi perle come una Greta Thumberg del Circo Medici.


“Io non voglio fare show, io voglio essere apprezzata per la mia mente”, seguito da un bisbigliato “sticazzi!”  in sala.


persone_burtonQuando il padre non crede che l’elefante voli grazie alle orecchie lei se ne esce con “chi non ha curiosità non merità di raggiungere la conoscenza” (altro “sticazzi!” in sala). Quando il padre Holt, che è figura sveglissima si è capito, non riesce a evitare l’allontanamento della mamma elefante dal circo lei gli rinfaccia che la sua di madre (morta) “avrebbe trovato sicuramente le parole per impedirlo”, ovvio. E così via per tutto il film, una sequela di perle di emancipata saggezza su un volto di una ragazzina dodicenne, in sprezzo al ridicolo. Fino al momento clou di indottrinamento rosa, nascosto tra le maglie della trama: siamo nel parco divertimenti Dreamland, il padre trova Milly assorta in profonde meditazioni di fronte a una statua di madame Curie all’interno Padiglione Scienza, “non potevo che trovarti qui” le dice e la esorta a seguirlo fino a un angolo dove è allestita una “rappresentazione del futuro”.

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Noi medievali abbiamo già capito come è il futuro che ci vogliono propinare, vero? Burton ci mostra un robot-donna con completo da uomo e cravatta, seduta tipo manager tra mille impegni e tecnologie al suo servizio, e di fianco in piedi un robot-uomo con grembiule a fiori da massaia che le versa il caffè, “tu farai grandi cose” le dice. Apoteosi! Applausi e arcobaleni! Qui immaginiamo le attiviste col foulard, i cazzullo, le murge e le boldrini provare intensi brividi di piacere. In sala per lo più ci si toccava in segno di scaramanzia.

persone_keatonLe figure maschili del film sono quelle previste dal copione politicamente corretto, il crudele impresario Vandevere (Michael Keaton) maschio tossico ricco bianco etero e avido che urla “nulla è impossibile!” anche quando tutto è perduto e rimane solo come un imbecille a guardare il suo regno crollare tra le fiamme, prototipo dell’Ubris di tutti i dittatori della storia. Poi c’è Holt Farrier, il padre presentato come un ex eroe di guerra senza un braccio e senza lavoro (i suoi cavalli sono stati venduti per fare cassa quando era al fronte), perdente ma di animo sensibile e perciò votato alle buone cause, l’unica figura di maschio accettabile per la propaganda rosa, rassegnato, goffo e rassicurante (l’elettore medio PD per intenderci). Assente una figura maschile dotata di carisma, di profondità, di autorevolezza, di ispirazione, di Parola significativa, di forza d’animo e di cuore. Mai un Uomo insomma: evidentemente i nostri figli maschi non meritano di ispirarsi a esempi autentici di virilità. Ma lo abbiamo capito: devono spiccare queste eroine, salvatrici tristi di un mondo banale e rassicurante.


Non una figura maschile dotata di carisma, di profondità, di autorevolezza, di ispirazione, di Parola significativa, di forza d’animo e di cuore.


Infine non si capisce perché dopo averci descritto le qualità superiori di questa ragazzina scienziata, sul finale non le abbiano fatto inventare almeno qualcosa di inedito e geniale in perfetto stile Disney. Al contrario la nostra Milly finisce per inventare un proiettore cinematografico, creato nella realtà dai fratelli Lumiére (due uomini) nel 1862. La vediamo da sola in fondo alla sala a gestire la proiezione, manca solo un gatto a farle compagnia. Salviamo le nostre figlie femmine da cotanta tristezza, viva i racconti di Principi e Principesse, e chissenefrega se si lamenta la femminista del quartiere.

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