STALKER SARAI TU

E se il divorzio fosse l’eccezione?

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

<

#separazione_casadi Giuseppe Augello – Dopo cinquant’anni dalla legge Fortuna-Baslini, nessuno si sogna di tirare una prima somma degli effetti del divorzio sulla società italiana? E di quello che fu un giorno la famiglia? Duecento separazioni e cento divorzi al giorno, per un totale di 80.000 separazioni l’anno e 40.000 divorzi, e più di 4.000.000 di famiglie separate, in cosa incidono sui costumi, sui modi di vita, sui valori, sulla crescita delle nuove generazioni, ed infine sul grado di infelicità? Nella scontata considerazione che, vabbè, tanto ormai va così nel mondo occidentale, nessuno si ferma a considerare quale modello di vita sociale ci siamo abituati a considerare. Eppure, se una legge, che era nata per risolvere situazioni familiari altrimenti irrisolvibili, dare ordine a incancrenite crisi familiari e nuove convivenze, fughe ingiustificate dal talamo coniugale, ha finito per distruggere un tessuto sociale che aveva affrontato persino le disgregazioni di due guerre mondiali, senza subire mutamenti, qualcosa da dire c’è.

Il divorzio è divenuto (o tempora o mores) una prassi giudiziaria e un sacrosanto diritto individuale. Lo è divenuto talmente che non frega più a nessuno per quali motivi si divorzi. Basta uno dei due che lo voglia e il gioco è fatto. Esso è riconosciuto come un diritto individuale, molto più che i diritti che erano riconosciuti discendenti dal matrimonio e dei diritti riconosciuti alla discendenza naturale covata nell’ambito della famiglia. Se dovessimo giudicare dai risultati, la legge sul divorzio, distruggendo il significato stesso del matrimonio, ormai sopravvivente in meno del 50% dei coniugati, è un completo fallimento, in quanto non ha prodotto affatto maggiore serenità ma un mare di sofferenze. Disagi e lacerazioni sociali, e un tasso di attentati alla vita dell’individuo, maggiore forse a quello della criminalità organizzata, se si considerano maschicidi, femminicidi, tragedie familiari e suicidi. E centinaia di migliaia di persone, per lo più padri separati, che hanno perso tutto, casa, salario, figli e dignità. La crisi del matrimonio ha poi portato alla glaciazione demografica. Italia all’ultimo posto del mondo occidentale per natalità, ed Europa in un assurdo calo demografico, segneranno la fine di culture e conquiste millenarie di civiltà.

famiglia_insiemeEsprimo fortemente un mio pregiudizio, riguardo alle idee comuni che stanno alla base della facilitazione dei divorzi: per i figli minori è meglio un divorzio che assistere a una conflittualità (un’assoluta falsità, nei limiti di non gravi violenze) e col divorzio cesserebbe, terminando la convivenza, il motivo alla base della conflittualità, la cosiddetta “incompatibilità di carattere”. Sono convinto, e non sono il solo, del contrario. Illuminante il libro “La Fabbrica dei divorzi: il diritto contro la famiglia” di Massimiliano Fiorin. L’articolo 29 della Costituzione continua a dirci, anche se nessuno vuol più ascoltare, che “la famiglia é una realtà naturale fondata sul matrimonio”. Non è, dunque, quello che le sentenze dei giudici vorrebbero che fosse. Il problema è proprio in quella radice ormai abbandonata da tutti, che è il matrimonio. All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, in tutto il mondo occidentale, si è deciso che il diritto individuale a separarsi dal coniuge fosse incondizionato, e comunque prevalente sul diritto dei figli a essere cresciuti da genitori conviventi. Trattando del diritto di famiglia nel terzo millennio, invece, giustamente si sottolinea che nella nostra epoca quel che è importante non è il matrimonio, ma i bambini. Tant’è che tutto il sistema, a parole, si basa sull’esigenza di tutelare il loro «superiore interesse». La clausola implicita, però, è che questo interesse deve sempre essere subordinato a quello di ciascuno dei genitori a «rifarsi una vita».

Studi psicologici e sociologici hanno dimostrato invece che il trauma della separazione dei coniugi permane nei figli minori per tutta la vita. Molto più che avere assistito a qualche lite, quando per forza di cose ricomposta. E che l’assenza per lo più del padre, dopo il divorzio, l’alienazione da parte materna, generano confusione, devianza, abbandono scolastico, criminalità, assenza di rispetto per i valori e per le leggi sociali.

tribunaleE per quanto riguarda la conflittualità, cosa succede con l’entrata in campo del divorzificio fatto di professionisti strizzacervelli e azzeccagarbugli nella migliore delle ipotesi interessati alla parcella? Cosa ancora, quando alla frattura si aggiunge l’abisso nazifemminista di denunce penali e di tremende accuse, nutrimento privilegiato delle arpie dell’arrivismo mediatico e delle professioniste dell’antiviolenza di genere? Un contesto che trova la complicità di una parte politica connivente nello sconvolgimento di milioni di vite, e che solo da poco comincia a pagare elettoralmente tale scelleratezza. Qualche residua madre preoccupata dell’avvenire dei suoi figli e i padri che vorrebbero continuare a svolgere il loro ruolo, guardano con crescente preoccupazione alla temibile alleanza tra le donne divorziste e una delle più potenti lobby contemporanee: “Buttatelo per la strada e tirategli dietro i suoi vestiti… non dovete preoccuparvi dei suoi diritti. Il vostro lavoro non è quello di prendere a cuore i diritti costituzionali dell’uomo che state calpestando”. L’individuo da trattare in questo modo è il padre di famiglia, la cui moglie abbia chiesto il divorzio e l’affidamento dei figli. E a fare questa raccomandazione fu Richard Russel, giudice della corte municipale del New Jersey, nelle istruzioni impartite in un seminario di formazione, nel 1994. Che ha fatto evidentemente scuola. In Europa si cerca, in qualche paese, di rimediare, in Italia ancora no!

La minaccia più grande, non tanto per la vita dei padri, ma per la stessa sopravvivenza della famiglia, nell’Occidente contemporaneo è infatti il funzionamento, marcatamente antipaterno, di quella che chiamiamo la fabbrica dei divorzi. Un organismo multiforme, dotato di enorme potere e influenza, che impiega e muove una buona fetta del reddito nazionale per disperdere le famiglie esistenti. In questa “fabbrica”, che in realtà distrugge anziché costruire, le decisioni più rilevanti appaiono prese dai giudici delle sezioni per il diritto di famiglia o dai tribunali dei minorenni, là dove sono operanti. Questi decreti, o sentenze, sono però accompagnati da una molteplicità di altre delibere, che possono decidere della vita di una famiglia e dei figli, e che dipendono da un vero esercito di impiegati della fabbrica dei divorzi: psicologi, assistenti sociali, periti di vario genere, amministratori di una quantità di enti. E ora anche centri antiviolenza destinatari di decine di milioni di euro estorti dal bilancio pubblico.

divorzioUn apparato ormai esperto nell’utilizzare gli apparati di potere dello Stato per distruggere la cellula base della società: la famiglia. Nell’insieme dei paesi occidentali, come nota Sanford Braver, psicologo all’Università di Stato dell’Arizona, circa il 70% delle rotture matrimoniali avviene per iniziativa femminile. Alla rottura del matrimonio, la madre è spinta sovente, e sempre poi sostenuta, dal variegato gruppo di operatori interessati. Tre su cinque rotture familiari coinvolgono bambini: negli USA più di un milione di bimbi americani all’anno vengono dunque presi dagli ingranaggi della fabbrica dei divorzi. Anche in Italia a chiedere la fine dell’unione matrimoniale sono soprattutto le donne, in misura non diversa dal dato medio occidentale. Secondo l’Istat  “le domande di separazione presentate dalla moglie sono più del doppio di quelle presentate dal marito”. L’aspetto dell’autonomia economica della moglie, che si separa più facilmente se il marito non è al suo livello di reddito, sembra rilevante: “Nel caso in cui la donna sia occupata, la percentuale si eleva, mentre se è casalinga, scende”.

E poi dice che uno si butta coi preti. La battuta di è quella di Totò, e non poteva essere altrimenti. Il principe De Curtis, infatti, non si prese mai troppo bene con il mondo cattolico, visto che ai suoi tempi le questioni massoniche, ma soprattutto quelle matrimoniali, venivano ancora prese sul serio. Di cosa sia diventato il divorzio oggi, la società secolare non ha affatto voglia di discutere. Anzi, persino nel mondo cattolico è palpabile una certa riluttanza nel riproporre la questione. Certo, sussiste ancora l’eroica fermezza di alcuni vescovi, specialmente quelli più vicini a Benedetto XVI. Esistono anche numerosi parroci che riescono ancora a far risplendere barlumi di autentica vita cristiana, tra le famiglie delle loro comunità. Ma in molte altre diocesi e parrocchie – forse la maggioranza – sembrano persino compiaciuti del fatto di “essersi attestati su nuove posizioni”, come recitavano i bollettini di guerra ai tempi dell’Eiar, per non fare capire che le nostre truppe erano state sopraffatte. In effetti, può sembrare che oggi non abbia più senso continuare a parlare di divorzio, visto che è venuto meno il senso stesso del matrimonio.

grafica_demografico2017I più recenti dati Istat ci dicono che in Italia ci si sposa sempre meno, e i figli nati al di fuori di unioni regolari sono già attorno al 25% del totale. L’accelerazione del fenomeno è stata fortissima a partire dall’inizio del XXI secolo, e le proiezioni ci dicono che nel 2020 i figli nati da genitori non sposati potrebbero essere uno su due. In breve tempo, l’Italia potrebbe anche colmare il ritardo – per così dire – che ancora la divide dal nord Europa o dal Regno Unito, dove già si parla del 75% delle nascite fuori dal matrimonio. Anche nel nostro Paese, con qualche residua differenza tra nord e sud, è venuto meno qualsiasi segno di differenziazione sociale tra l’essere o meno sposati. Fino a vent’anni fa era ancora diffusa l’idea dei figli come esito di un progetto di vita che partiva col matrimonio. Ma poi, a partire dagli anni novanta si sono rapidamente invertiti i termini. Dapprima si iniziò a sposarsi quando già erano venuti i figli, quasi a voler coronare il percorso compiuto. Ma anche questa fase è stata ormai superata. I paggetti e le damigelle che assistono felici al matrimonio di mamma e papà sono diventati un reperto vintage, come le voluminose videocassette che ce ne tramandano l’immagine. Oggi non ci si sposa nemmeno più, e i figli rimangono attestati sul tasso demografico dell’1,1 %, il più basso del mondo assieme a quello della Spagna. Se non cambia il trend, il popolo italiano in quanto tale si sta avviando a un’estinzione che non si era verificata in questi termini nemmeno ai tempi delle invasioni barbariche.

Joseph Ratzinger in alcuni suoi scritti lo aveva previsto con largo anticipo. La riforma protestante, che nel XVI secolo reintrodusse il divorzio nell’esperienza giuridica europea, in fondo non intendeva fare altro che tornare al passato, fino ai tempi di Gesù, 2000 anni fa, quando il ripudio era ammesso dalla legge mosaica come rimedio “alla durezza del cuore dell’uomo”. Invece, quel che si è introdotto in tutto l’Occidente negli ultimi quarant’anni, di pari passo con la rivoluzione sessuale, è stato qualcosa di essenzialmente diverso.

persone_reagan.jpgIl primo esempio moderno di no-fault divorce, divorzio senza colpa, è stato introdotto in California nel 1970, sotto il governatorato di Ronald Reagan. Fu la prima volta in assoluto che, in uno Stato moderno, divorziare diventò un diritto soggettivo insindacabile di ciascuno dei coniugi. E, secondo lo spirito del tempo, avrebbe dovuto trattarsi in particolare di un diritto femminile. Nel nuovo mondo femmistizzato, la donna avrebbe dovuto vedersi garantiti gli strumenti legali per liberarsi dalla dipendenza dal maschio. L’aborto fu solo il passo successivo.  Basta uno sguardo alle date per capire quanto fosse falsa la vulgata laicista sul “ritardo civile” che il nostro Paese avrebbe attraversato in quegli anni, a causa della presenza del Vaticano. La legge Fortuna sul divorzio è infatti anch’essa del 1970, mentre la grande riforma del diritto di famiglia è del 1975. Tra l’altro, per la legge italiana, come detto anacronisticamente, separazione e divorzio dovrebbero ancora rappresentare rimedi estremi per le crisi coniugali altrimenti irrisolvibili, e non un diritto soggettivo. Tuttavia, fin dal principio, di fatto i Tribunali non hanno mai preteso che venissero dichiarate le vere ragioni delle rotture coniugali, accontentandosi della generica affermazione – anche unilaterale – sulla “incompatibilità di carattere”. Ancora oggi, questa frase che non vuol dire assolutamente nulla, è alla base di quattro separazioni su cinque, e tre divorzi su quattro.

Il millenario istituto del matrimonio è così divenuto, nel giro di un paio di decenni, un negozio giuridico senza più alcun valore né privato né pubblico. Un vero e proprio caso unico del diritto civile, che per il resto si regge ancora sull’elementare principio per cui pacta sunt servanda, che non si applica da 50 anni al matrimonio. In realtà, le promesse del giorno delle nozze – coabitazione, fedeltà, impegno a crescere i figli insieme – oggi non hanno più alcun valore, perché i coniugi non hanno più strumenti per chiederne conto all’altro. La gente comune ha iniziato a percepirlo, e a regolarsi di conseguenza. Il motivo per cui occorre continuare a parlare del “divorzio” è che, per quanto nessuno lo dica apertamente, a cinquant’anni dalla legge Fortuna la questione non è stata per nulla metabolizzata. Potrebbe sembrare il contrario, se si pensa ai “Saloni del Divorzio”, dove si organizzano servizi vari per i single di ritorno, e si offrono a prezzi stracciati esami fai-da-te per l’accertamento della paternità. Ma si tratta solo della facciata mediatica, che fornisce copertura al sistema giudiziario. C’è bisogno di lubrificante per impedire che la macchina si inceppi, e con essa il suo fatturato multimilionario.

grafica_burocrateNella realtà quotidiana, invece, dalla fabbrica divorzista continuano a sgorgare sofferenza, disagio, malessere economico. In fondo, si tratta solo di una nuova applicazione della banalità del male di cui parlava Hannah Arendt. Nella catena di montaggio del divorzio, così come avveniva in quella della Shoah, ciascuno esegue il proprio compito obbedendo agli ordini ricevuti. Senza porsi il problema del significato e delle implicazioni di quello che fa. La crisi dell’istituto matrimoniale sta generando depressione, malesseri, e povertà collettiva, in maniera molto più ampia di quanto il mondo del diritto e della comunicazione siano disposti a ammettere.  Gli operatori di questi settori, infatti, lavorano tuttora sulla base delle coordinate culturali del preconcetto femminista. Vedono ancora, cioè, il divorzio come strumento di liberazione individuale, da contrapporre alla struttura irrimediabilmente autoritaria della famiglia patriarcale. Tant’è che, quando capita che i delitti da divorzio si impongano alle cronache, l’unico abbozzo di spiegazione burina che i media riescono a proporre è quella della ancestrale violenza del maschio, che non riesce a tollerare le nuove libertà femminili.

In tutto il mondo occidentale, allo Stato gliene sarebbe fregato sempre meno di come i cittadini si comportavano in coppia, ma si sarebbe sempre più interessato solo della valenza economica dei genitori. Previsione quanto mai azzeccata, viste le migliaia di perizie che oggi – solo in Italia – vengono stilate riguardo all’idoneità genitoriale di chi si separa in Tribunale, da cui derivano i provvedimenti economici. I costi e le conseguenze di questo modus operandi sono enormi, e contribuiscono all’impoverimento collettivo. Oltretutto, il sistema è ferocemente discriminatorio verso la figura e il ruolo maschile. Al di là della propaganda politicamente corretta, la guerra contro il padre pare essere la vera, persistente, finalità dell’intero sistema, nonché la sua fondamentale chiave interpretativa.

varie_caritas“Le donne si comportano come se avessero di fronte un nemico da distruggere… non è sufficiente l’affidamento dei figli, l’obiettivo vero è negare il partner come padre e come marito”, riconosceva Lia Cigarini, femminista storica e poi avvocato matrimonialista a Milano, in un’intervista del 2004. Da allora a oggi i successi in questo senso sono stati crescenti, la paranoia delle definizioni di ciò che è da definire “violenza sulla donna” soprattutto psicologica, è da vomito: “abuso emozionale” “sottintesa denigrazione”, “noncuranza”, “trascuratezza economica e affettiva”,  divengono tutti segnali di maltrattamento perseguibili d’ufficio, grazie a un apparato compiacente che si può giovare non solo del pregiudizio degli operatori giudiziari, ma anche di vere e proprie leggi speciali. In Italia sono stati gli operatori della Caritas (e poi dice che uno si butta coi preti) i primi a accorgersi del problema. Senza aspettarselo, hanno rilevato come stia crescendo sempre più la presenza dei padri separati tra i frequentatori delle loro mense e dormitori pubblici. E’ un esercito invisibile di disperati, che a causa dell’assegnazione della casa familiare alla moglie si sono ritrovati sulla strada nel giro di un mese, e con lo stipendio più che dimezzato.

Le false denunce di maltrattamenti, pedofilia, e di violenza sessuale, poi, sono diventate un vero e proprio affare per chi non ha scrupoli a ricorrervi. Il criminologo Luca Steffenoni, nel suo recente saggio “Presunto Colpevole” (ChiareLettere), ha individuato che solo il 17 per cento delle denunce di questo tipo si trasformano poi in condanne, sulle quali peraltro ci sarebbe molto da discutere. Quattro denunce su cinque provengono proprio dall’ex coniuge o convivente. Alcuni magistrati hanno iniziato a riconoscere apertamente che buona parte di queste denunce è strumentale, e finalizzata a mettere nell’angolo la controparte nelle cause civili per la separazione.

abitudini-a-rischio-relazione-di-coppiaGli effetti della persecuzione del padre, ad opera del sistema divorzista, sono già esplosi. Hanno cominciato a indagarli negli Stati Uniti, nel corso degli anni ’80. Agli Americani, si sa, piacciono i numeri e le statistiche, mentre invece noi Europei i dati preferiamo interpretarli. Ma i crudi numeri raccolti dall’US Department of Health and Human Services ci dicono che l’assenza del padre dal nucleo familiare in cui si è cresciuti è un fattore che ricorre più di tutti gli altri, rispetto ai casi di abbandono scolastico, alcolismo e droga, gravidanze precoci, depressione, suicidi, disoccupazione cronica, fino a arrivare alle situazioni più gravi di criminalità. Eppure, nonostante il sangue che scorre, l’impoverimento collettivo, i malesseri gravi dei soggetti coinvolti, l’ondata di emarginazione, ancora non si riesce a porre la questione nei termini di una vera emergenza sociale. E nemmeno a avviare un serio dibattito sul significato che, ancora oggi, potrebbe avere l’istituto del matrimonio. Perché, in fondo, il vero motivo per cui oggi tante coppie divorziano – e i più giovani non si sposano nemmeno – è perché sono incoraggiati a farlo. Il sistema li favorisce in tutti i modi. Gli avvocati sanno bene che un numero crescente di separazioni, specie tra le coppie di età più avanzata, non nasce da una vera rottura del loro legame, ma ha motivazioni nel disturbo psicologico che accompagna i cambiamenti del regime di vita per l’arrivo di figli, lo stimolo alla promiscuità in campo sessuale, la ripicca sempre in agguato per il non assoggettamento del partner ai diktat propri e delle famiglie di origine, ove le deboli coppie si rifugiano al minimo problema in cerca di sicurezza, i problemi economici imposti da un welfare a cui non frega nulla delle famiglie, considerate alla stregua di una impresa artigiana familiare in decadenza. Se i trentenni italiani di oggi non si sposano, ma nemmeno fanno scoppiare una nuova contestazione, forse è perché hanno troppe gatte da pelare. I loro genitori hanno costruito per se stessi un sistema che ha lasciato sulle loro spalle un onerosissimo debito pubblico, e in proiezione un ancora più spaventoso debito pensionistico. La generazione sessantottina oggi si sta godendo pensioni relativamente da favola, dopo avere accumulato risparmi, investimenti e proprietà immobiliari, che per i loro figli e nipoti rappresentano un autentico miraggio, mentre svuotano il salvadanaio. Del resto, anche senza scomodare le statistiche, alzi la mano chi oggi ha meno di quarant’anni e avrebbe mai potuto mettere su famiglia senza farsi aiutare dai suoi!

D’altra parte, i bamboccioni sono anche la prima generazione che è diventata adulta dopo avere conosciuto il divorzio di massa dei propri genitori. Anche questo probabilmente ha giocato un ruolo decisivo, sul piano psicologico, rispetto al loro attuale marriage strike. E mentre lo Stato e il sistema incoraggiano il divorzio alla minima crisi coniugale, l’avvento della teorizzazione della parità di genere, non nella dignità ma nel potere, ha trasformato gli ex coniugi in due concorrenti disposti ad una lotta all’ultima sangue, condotta anche a spese dei figli, nella quale, grazie alle istituzioni per il contrasto alla violenza dell’uomo, a uscirne perdente è sempre il padre. Una lotta patricida incentivata dal sistema divorzifici & C. sulla pelle degli orfani di padre vivente, e spesso non sopravvivente. Ecco perché la mediazione, come suggerisce il DDL Pillon, deve essere alla base, non solo delle condizioni di separazione, ma soprattutto a cominciare delle stesse motivazioni della separazione. E sulla recuperabilità dell’unione. Mediazione che allo stato costerebbe meno del malessere sociale e delle stragi familiari che scaturiscono da una completa inadeguatezza dell’assistenza alla famiglie, anche sul piano economico. Rendere del tutto sconveniente il divorzio per tutti, non solo per una parte, dovrebbe essere il minimo che sistema sociale interessato al futuro delle sue nuove generazioni, dovrebbe assicurare.

#famiglia_protezioneE allora che fare? Negli USA alcuni stati hanno cominciato a pensare a risposte anche sul piano giuridico, introducendo la possibilità di scegliere il covenant marriage, con il quale ci si impegna fin da prima delle nozze a non divorziare se non per cause oggettive, e dopo il ricorso alla mediazione familiare. Ipotesi ancora impensabile, in buona parte d’Europa. Però, sarebbe già un bel passo avanti se almeno cominciassimo a liberarci dei luoghi comuni da anni ’70, sui quali ancora si reggono le separazioni facili e le famiglie allargate. Come quello per cui i figli minori sarebbero meno pregiudicati da un divorzio rapido “tra persone civili”, piuttosto che dal crescere assieme a genitori che non vanno d’accordo, o non più innamorati. Serve combattere la subcultura che, per una madre, sia la propria personale felicità a essere necessaria per quella dei figli, piuttosto che il contrario. Basterebbe dunque, tante volte, che gli operatori coinvolti si informassero di più sulle dinamiche delle crisi familiari, e agli interessati ogni tanto sapessero dire la verità. E magari anche qualche no.


grafica_SST

20 thoughts on “E se il divorzio fosse l’eccezione?

  1. Siamo arrivati all’assurdo che se un uomo scopre la moglie che tradisce, deve chedere scusa del disturbo alla donna e all’amante, lasciare loro la casa, i figli e mezzo stipendio. Questa viene chiamata giustizia. Vergogna!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. Eccellente articolo che riflette al 100% la realtà, che i pregiudizi radicati con la propaganda del 68 impediscono di vedere. Qui non si tratta di religione e neppure di reazione, ma di semplice evidenza che non si vuol vedere, ignorando i millenni di civilizzazione che hanno permesso all’umanità di sopravvivere in tutte le regioni e culture.

  3. Condivido al 100%, complimenti al signor Giuseppe.

    Si fa un gran parlare della condizione dei figli di separati ed è giusto, i figli devono crescere con un padre e una madre. Ed è vero che i figli di divorziati crescono in un mare di problemi e da adulti potrebbero avere problemi di droga depressione, suicidi e quant’altro, ma dei padri separati, di quello che devono subire da divorziati, possibile che non importi a nessuno?

    Proviamo a immaginare una vita da barboni dormendo in macchina quando va bene o sulle panchine del parco comunale con un pezzo di cartone per coperta, magari in lotta con dei tossici o altri sbandati, battendo i denti dal freddo sotto la pioggia e la neve, MA DAVVERO SONO I FIGLI I PIU’ SVANTAGGIATI? Tutta la umana pietà ai figli e niente ai padri divorziati che magari non hanno nessuna colpa per la fine del loro matrimonio?

    1. la stragrande maggioranza ddei padri separati non dorme affatto sulle panchine nè in macchina o sotto i ponti, stanno in appartamento magari modesto ma comunque dignitoso, i più sfortunati tornano nella casa dei genitori ma di sicuro non fanno vita da barboni.

  4. una coppia che non si ama più deve poter divorziare, chi mette in dubbio questo diritto è un reazionario

    “Come quello per cui i figli minori sarebbero meno pregiudicati da un divorzio rapido “tra persone civili”, piuttosto che dal crescere assieme a genitori che non vanno d’accordo, o non più innamorati.” è esattamente così invece. un genitore costretto a un matrimonio infelice sarà un genitore pessimo

    1. Rileggi meglio, Ned. Come sempre, gli articoli di Augello sono lunghi, profondi e complessi. Bisogna concentrarsi per capirne il messaggio, per cogliere le questioni che pone. Che non sono interpretabili con uno slogan (“reazionario”, “fascista”, “retrogrado” e bla bla bla).
      Dai dai, concentrati, ce la puoi fare.

    2. Spesso chi dispensa etichette come queste, oltre a non essere sposato, non sa nemmeno cosa sia una donna, magari perché non gli interessa.

  5. “Nel caso in cui la donna sia occupata, la percentuale si eleva, mentre se è casalinga, scende”.

    Ma guarda. Da tempo,sostengo che l’arma più affilata che hanno usato per distruggere il matrimonio e di conseguenza la Famiglia è stato lo sdoganamento nella seconda metà degli anni 70 della donna nel mondo del lavoro su larga scala.. Molte volte, parlando con anziani (uomini e donne) ho avuto la conferma. Essi, parlando dei divorzi o di quello che è diventata oggi la famiglia, hanno additato LA DONNA NEL MONDO DEL LAVORO come causa principale del crollo del valore dell’istituto del matrimonio/famiglia.

        1. io non ho capito cosa propone l’autore. Due persone che non si amano più e si stanno magari reciprocamente sulle scatole devono continuare a convivere, da separati in casa praticamente, finchè i figli non superano i 18 anni? Solo perchè si è stabilito che per un bambino è preferibile vivere con due che si detestano, e magari ogni tanto si prendono anche a ceffoni oltre che a insulti, piuttosto che avere sto presunto “trauma” della separazione? Io non sono d’accordo. (per le coppie senza figli minori suppongo che valga il divorzio rapido)
          L’autore vorrebbe che si divorziasse solo in casi “eccezionali”? E quali sarebbero questi casi? Tradimenti multipli? Immagino che una scappatella col lattaio o con la segretaria non basti. Violenze fisiche reiterate? Chi lo decide quando si può divorziare e quando no? E se uno dei due ha una nuova storia d’amore ci deve rinunciare fino a quando i figli non hanno l’età per votare? Ma dai..Io trovo che ci sia la malcelata voglia di tornare al diritto di famiglia pre-1975 e questo è reazionario. A questo punto non mi stupirei se il prossimo articolo parlasse di ripristinare le attenuanti per chi ammazza il coniuge adultero, anzi facciamo che l’adulterio torni reato come ai tempi di Fausto Coppi e la Dama Bianca (“bei tempi” immagino secondo gli standard dell’autore che non sono ovviamente i miei)

          1. Vedi Paolo, lo spiego non per te (che sei notoriamente impermeabile a qualsiasi ragionamento sensato) ma per chiunque si trovasse a passare di qui e volesse capirci qualcosa della tua solita polemicuzza fondata sulla non comprensione (volontaria o no, è irrilevante) del testo.
            Il punto è che il matrimonio, se lo si vuol contrarre, deve essere un’unione che sacrifica dei diritti individuali per quelli dei un’entità più grande, la famiglia (genitori+figli), il cui valore è più grande della semplice somma dei valori dei componenti, e il cui obbiettivo va al di là della totale e unica soddisfazione di ogni esigenza individuale, comprese le minime. Non si è naturalmente obbligati a farlo, e proprio per queste sue caratteristiche che richiedono spirito di sacrificio ai contraenti andrebbe fatto solo se seriamente motivati e pienamente coscienti di quello che comporta. Invece il sistema odierno, che incoraggia il divorzio al primo refolo di vento, ha praticamente reso l’istituzione una barzelletta: il giorno delle nozze tutti festeggiano felici e contenti, scambiandosi promesse che si sa benissimo di poter smettere di mantenere quando si vuole, e ben sapendo che in realtà, soprattutto se si è donna, si potrà tornare indietro in ogni momento e senza (apparentemente) danni (e con un gruzzolo in più, se si ha un buon avvocato a disposizione). In questo modo l’istituzione è ormai crollata sotto il peso della propria incoerenza interna: a che serve giurarsi amore eterno, promesse di sacrificio e di rinuncia di una per quanto piccola parte di sé in nome di un bene superiore se il sistema stesso prevede un facile modo per rompere tali promesse? È semplicemente ovvio che il patto matrimoniale non valga la carta su cui è scritto se romperlo è facile quanto sottoscriverlo. Qui nessuno vuole la “donna in cucina” (o meglio, la vuole obbligata in cucina, ché se una liberamente vuole starci non vedo dove sia il problema), ma solo che chi, uomo o donna, contragga matrimonio, lo faccia con senso di responsabilità, sapendo che è una cosa seria, serissima, da cui non si può tornare indietro come si cambia idea sulla pizzeria dove andare a cenare, anche perché spesso può coinvolgere il benessere dei minori (su cui dovrebbe valere lo stesso: nessuno è obbligato a fare figli, nulla di male nel non averne, ma una volta che ce li hai beh, mi spiace, ma hai delle responsabilità cui non puoi sottrarti). Con questo non si vuole invocare un’abolizione dell’istituto del divorzio, sia perché naturalmente il mondo è grande e ci sono effettivamente casi in cui è davvero il male minore, sia perché questi problemi culturali non si risolvono legislativamente vietando una pratica ormai diffusa (esattamente come non si combatte l’alcolismo col proibizionismo), ma una società seria, guidata da una classe dirigente seria, si porrebbe a questo punto il problema e cercherebbe modi e maniere per risolverlo, per riaffermare che il matrimonio non è obbligatorio ma una volta contratto liberamente comporta degli oneri insieme agli onori, per scoraggiare l’uso strumentale e/o superficiale sia del matrimonio stesso che del divorzio e che se hai figli beh, per quanto individualista sia la società odierna devi rinunciare, senza per carità annullarti, a qualche tua libertà individuale per il loro benessere, che è superiore alle esigenze degli adulti.
            Non è una missione facile né dall’esito scontato, ma non si risolverà arroccandosi dietro prese di posizione ideologiche molto comode (aiutano a non pensare e a non mettersi in discussione) ma inevitabilmente inefficaci e meramente astratte.

          2. Ned, avrei voluto risponderti brevemente, non di leggere bene e meditare di più sul mio articolo, ma chiarendo qualcosa che forse ho espresso male. Ma poi ho letto gli altri commenti, ed allora ho capito che non sono io ad essermi espresso male, ma proprio tu che non hai letto bene o meditato. Vale per tutti il mio sogno di vedere il matrimonio restaurato e riportato ad una serietà di impegno nei riguardi delle vite che si mettono al mondo, e che meritano tale serietà ed una sacralità superiore all’interesse egoistico individuale! Poi ognuno sarebbe libero di non assumere tale impegno; sicuramente meglio che assumerlo irresponsabilmente!
            Auguri

          3. AVVISO AI NAVIGANTI
            Paol* alias NED non è qui per dialogare, ma bensì per fare azione di provocazione e proselitismo.
            E così in moltissimi altri luoghi digitali.
            Scaltro femminista si guarda bene dall’adottare linguaggio TROLL, ma il fine è il medesimo.
            Chi decide di dialogare con lui lo sappia.

  6. L’anno scorso ho letto un libro intitolato The Primal Loss, in cui vengono raccolte una 70ina di testimonianze di figli del divorzio. Basterebbe ascoltare queste voci per capire il danno mai più rimarginabile che il divorzio provoca sui figli. Purtroppo in questa nostra società tanto “civile” i bambini sono diventati le cavie da laboratorio per i nostri esperimenti di ingegneria sociale, ma poi, se l’esperimento non va come previsto, nessuno vuole ascoltare quello che le cavie hanno da dire. Per fortuna tra una 30ina d’anni l’Europa sarà islamizzata e allora le femministe e le donne in generale la smetteranno di fare danni.

      1. De nada! Peccato non sia stato tradotto in italiano, perché fa davvero capire che per il bambino il divorzio dei genitori è addirittura più devastante della stessa morte di uno dei genitori. Inoltre spesso si instaura una spirale, per cui se sei figlio del diorzio hai più probabilità di divorziare anche tu. Il libro ha una prospettiva un po’ “religiosa” che potrebbe far storcere il naso a qualcuno, ma sta di fatto che molte di quelle persone intervistate sono riuscite a ritrovare un po’ di serenità proprio grazie alla religione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: