Emilia Romagna: un laboratorio sociale dell’orrore

bambiniSecondo molti, ciò che è avvenuto a Bibbiano è un fenomeno deviato diffuso in tutta Italia. E’ del tutto probabile che sia così, ma è altrettanto certo che l’Emilia Romagna abbia rappresentato, e ancora rappresenti, l’avanguardia più avanzata per esperimenti di ingegneria sociale di cui la Val D’Enza è solo un sintomo. E’ noto: dietro gli affidi illeciti c’era un grande business fatto con soldi pubblici. Ma c’era anche un grande impianto ideologico che permeava trasversalmente tutto il sistema, dal più insignificante degli assistenti sociali al più alto magistrato in ambito regionale. Quest’ultimo assunto è molto meno accettato, nella comunicazione pubblica si punta tutto sugli aspetti economici. Secondo me è un errore.

In rete sono ancora reperibili numerosi documenti prodotti dalla Regione Emilia Romagna che testimoniano bene quale tipo di esperimento è stato condotto e in base a quali direttrici teoriche. Molti PDF sono stati cancellati, molte pagine web modificate di corsa, ma ancora qualcosa si trova. E’ di non molti mesi fa (febbraio 2019), ad esempio il convegno “Le relazioni tra servizi e famiglie LGBT+“, patrocinato dalla Regione Emilia Romagna nell’ambito del progetto finanziato dall’Unione Europea “Doing right(s)”. Non che quel convegno sia particolarmente degno di nota: dai titoli degli interventi si desume che fosse la solita roba, ossia l’usuale tentativo di attribuire a quelle omogenitoriali lo status di “famiglia”. Di convegni così se ne tengono decine ogni giorno in tutto il paese. Raramente però tra i relatori si ospita il Presidente del Tribunale dei Minori della città capoluogo.


L’usuale tentativo di attribuire a quelle omogenitoriali lo status di “famiglia”.


Spadaro Emilia RomagnaEsatto, ci risiamo: Giuseppe Spadaro, di nuovo lui. Il magistrato presenzia al convegno con un intervento intitolato “Diritto e nuove genitorialità: il caso delle adozioni in casi particolari”. Si è già detto quale fosse il suo approccio alla questione. Un approccio se non oltre le leggi vigenti, sicuramente aperto a una loro, diciamo così, interpretazione estremamente ampia. Su Google è reperibile un set di diapositive che tratta proprio quell’argomento, esponendo un punto di vista molto “alla Spadaro”: forzare l’interpretazione della legge per consentire adozioni anche a coppie omogenitoriali, aggirando le leggi vigenti sul tema. Non è chiaro se quelle diapositive siano state realizzate proprio dal magistrato: Google a lui le attribuisce, posizionando il file tra i documenti dell’amministrazione regionale. Nel caso, sarebbe un’ulteriore conferma che il “laboratorio” Emilia Romagna era stato impostato come tale dai massimi ai minimi livelli e in tutti i settori-chiave, sulla base di alcuni assiomi assoluti.

Tali principi sono rapidamente riassumibili. Il primo, quello fondante, è che la violenza sulle donne, oltre a essere dilagante, è messa in atto solo ed esclusivamente dagli uomini. Un assioma che, come ho già segnalato, prendeva corpo a partire (guarda caso) proprio dal Tribunale dei minori di Bologna, che offriva agli utenti opuscoli dove la versione dei fatti è una e una sola: il violento in famiglia è sempre l’uomo. Autrice di quegli strumenti informativi a senso unico: Elena Buccoliero, giudice onorario e, come quasi sempre accade, collegata a diversi servizi privati, a loro volta collegati con la Hansel e Gretel di Foti, di cui Buccoliero è una degna allieva. Pochi giorni fa il Tribunale  dei minori le ha dato il benservito, il che è un’ottima notizia. I suoi mostruosi opuscoli però, mentre scrivo questo articolo, sono sempre disponibili sul sito del Tribunale stesso.


Il violento in famiglia è sempre l’uomo.


coppie omogenitorialiIl secondo assioma è una diretta emanazione del primo. Se tutta la dilagante violenza familiare è solo maschile, da un lato occorre tutelare le donne (domani vedremo come, nel dettaglio), dall’altro i bambini. Per questi ultimi è già pronta tutta la teorizzazione di Spadaro: c’è una legge per gli affidi, ma c’è anche una legge non scritta, derivata da un modo molto elastico di interpretare le norme vigenti, con cui è possibile intendere l’affido come una pre-adozione. Mentre gli affidi sono a scadenza, le “pre-adozioni” spadariane sono per sempre, e devono essere gestite dai servizi sociali. Con un occhio di riguardo, come si è sostenuto nel convegno di febbraio, per le coppie omogenitoriali. Il che è esattamente il “modello Val D’Enza”, e sa solo il cielo cosa accade nelle altre province emiliane, romagnole e del resto d’Italia.

Data la copertura giudiziaria e amministrativa, serve pure la copertura politica, anche per poter accedere ai molti milioni di euro che si giocano su queste partite. E’ sufficiente fare blande ricerche sul sito della Regione Emilia Romagna per trovare, oltre ai molti patrocini a convegni ed eventi come quello citato, veri e propri atti amministrativi “d’avanguardia” e “sperimentali” rispetto alla cessione di minori a coppie omogenitoriali, o più genericamente sbilanciate verso indirizzi politici smaccatamente pro-LGBT. Quell’amministrazione regionale, d’altra parte, è la stessa che ha promosso la mordacchia della legge contro l’omotransnegatività, e basterebbe quello per dimostrare come le tre dimensioni, quella giurisprudenziale, quella amministrativa e quella politica, cooperassero per un disegno unico e convergente sulla pelle di famiglie non di rado in difficoltà economiche.


L’amministrazione che ha promosso la mordacchia della legge contro l’omotransnegatività.


Al quadro si potrebbe probabilmente aggiungere un terzo pilastro, quello dell’assistenza agli immigrati (specie ai minori, come si è detto), argomento che però esula dalle competenze di queste pagine. Non esula invece la valutazione (e la demolizione) del primo assunto di base, ovvero della dilagante violenza contro le donne attuata da uomini. Nel 2017 (ultimo dato disponibile), secondo la banca dati ISTAT sulla violenza di genere, in Emilia Romagna le persone condannate per violenze di vario tipo (dallo stupro alle percosse) sono state 499. Il dato include uomini e donne, quello scorporato non è disponibile. Le persone (uomini e donne) condannate per omicidio o tentato omicidio sono state 71, ma non è specificato se le vittime fossero maschi o femmine. Nemmeno si dice quale sia la nazionalità dei condannati, e sarebbe importante per capire se tali crimini sono endemici o importati, dunque se il problema è la “cultura patriarcale” o l’immigrazione incontrollata.

Numeri risibili, insomma, quand’anche quadruplicati, rispetto alla popolazione regionale totale. Numeri che in nessun caso giustificano un apparato così trasversalmente mobilitato e accanito nella caccia alle situazioni critiche, nelle retate di bambini e nell’impegno a promuovere l’adozione camuffata da affido a coppie omogenitoriali. Eppure l’apparato c’era. Aveva i suoi interessi economici, è indubbio. Ma aveva anche le sue teorie ideologiche a supporto e i suoi ideologhi nei punti-chiave del sistema. Anche questo deve essere assolutamente fuor di dubbio e dovrebbe avere un peso nei procedimenti penali che, auspicabilmente, si apriranno tra non molto.


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