Femminismo e anarchia: accade durante il lockdown

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca – Nella sua guerra senza requie contro il patriarcato, il femminismo delle persone comuni non guarda in faccia a nulla e non si cura delle conseguenze del proprio agire. Esso è entropia, disordine, il grande caos: come Don Chisciotte trova il motivo della propria esistenza nell’assalto costante e militante contro un nemico suscitato nella sua immaginazione da una propaganda miratissima, promossa da élite che grazie alla sua dabbenaggine banchettano e prosperano. Queste all’orizzonte prefigurano un regime totalitario, come si è detto, per raggiungere il quale, in attesa di annientare il nemico, intanto scalano le posizioni di apice ovunque possibile. Sotto di esse, appunto, la plebaglia e il popolino irretito, specie quello femminile meno attrezzato, costruisce poco per volta uno stato di caos e anarchia. Si sente legittimato a farlo e opera in piena coerenza con il suo incarico.

Lo si è visto in un numero impressionante di casi durante il lockdown. I più attenti hanno notato che le notizie dove qualcuno ha preso a male parole qualche poliziotto, carabiniere o vigile urbano, o che ha sbandierato di aver violato le regole imposte dalla quarantena, riguardavano in gran parte donne. Qualche esempio: nonostante i divieti, una di esse a Bologna ha pensato bene di andare a prendere il sole al parco. Multata dai Carabinieri, si ribella e li insulta: “fascisti, cornuti”, beccandosi anche una denuncia per oltraggio. Predomina in una certa fascia di donne la necessità anche di esibire la propria trasgressività, come la signora sarda che, in spregio alle norme, si va a fare un picnic in spiaggia, a Palau, per poi postarne le foto su Facebook. Un’esibizione che non è piaciuta alla Polizia, che ovviamente l’ha multata. In provincia di Piacenza, invece, l’aggressione femminile ai Carabinieri ha avuto un che di sexy: coperta solo dagli slip, prima si sdraia sull’auto di servizio, poi aggredisce i militari.


Con un piglio tipicamente LGBT-aggressive.


O ancora la vigorosa cassiera veneta che, a fronte del rimprovero dei militari per un supermarket troppo pieno di gente, invece di scusarsi e provvedere a ripristinare le condizioni di sicurezza, ha pensato bene di coprirli di insulti e di guadagnarsi anche lei una multa. A Latina di nuovo si manifesta il morboso attaccamento di alcune all’esibizionismo social: porta fuori il cane quando non dovrebbe, viene richiamata dai vigili e su Facebook si sfoga contro di loro, attirando come mosche sulla merda un nugolo di altri hater. Risultato: multata. A Cesena il copione non cambia: prende la multa e invece di abbozzare li insulta (“parassiti”) indovinate un po’ dove? Su Facebook ovviamente. Beccata anche lei e costretta alle scuse pubbliche. Per non parlare delle due fidanzate toscane: fermate dalla Polizia, con un piglio tipicamente LGBT-aggressive, si sono approcciate così garbatamente agli agenti, per di più filmando il tutto, da essere finite dritte in questura.

Abbiamo portato qui soltanto alcuni esempi tratti dalla cronaca più recente, ma davvero se ne trovano a decine, specie nelle testate giornalistiche locali. Il lockdown sembra insomma aver risvegliato una violenza e un ribellismo latente soprattutto nel genere femminile, che pare non riuscire a tollerare di essere contestato nella sua ferma volontà di infrangere le regole, anche a costo di mettere a rischio se stesso ma soprattutto gli altri (chissenefrega? Prima di tutto il loro frainteso concetto di “libertà”, che in realtà è mera “licenza”). E quando questo tipo di genere femminile viene contestato o ostacolato, perde il controllo, abbaia, sbava, morte, grida, aggredisce. Se possibile in diretta social, altrimenti va benissimo la differita, purché tutti vedano quanto gliele ha cantate a quel bruto di poliziotto, carabiniere o vigile, e tutti prendano atto di quanto empowered siano diventate le donne, dopo tanto essere state oppresse. Di contro, sono davvero pochissime le notizie di uomini che abbiano perso la brocca durante un controllo o per una multa, e quei pochi al massimo hanno masticato amaro, senza sperticarsi in insulti o aggressioni, né dal vero né sui social.


La quota rosa dell’arroganza.


Lo sbilancio dei numeri e le modalità di reazione diametralmente opposte qualcosa significa. Ci sono moltissime donne là fuori che da tanti, troppi anni, sono bersaglio di una comunicazione mirata a suscitare dalle loro viscere e amplificare ogni più piccolo pulviscolo di rancore verso tutti, ma soprattutto verso le regole e verso gli uomini, laddove si presume che le prime siano fatte dai secondi per opprimere un intero genere. Ogni incrostazione di risentimento viene quindi sollecitata dalla propaganda femminista degli ultimi anni con una costanza e una determinazione che ora, durante la quarantena, sembra portare i primi frutti tra le persone comuni. Perché si possono anche tollerare (almeno così accade nel paese dei cachi, cioè il nostro) movimenti come “Non Una di Meno”, che firmano i muri delle città con frasi tipo: “armati sorella” e vomitano idiozia organizzata sui social: se tutto rimanesse al livello di una setta semi-adolescenziale di sciocchine, non ci si dovrebbe preoccupare granché. Diverso è se quella cultura della ribellione coatta e livorosa impregna le menti delel giovani e contagia nel profondo anche le donne comuni.

Un contagio che si manifesta con un’aggressività spontanea, istintiva, irrefrenabile, ispirata essenzialmente dalla sensazione di essere al di sopra di tutto: della legge, delle regole, delle sanzioni e di chi è legittimato a farle rispettare, tutti pronipoti di patriarchi oppressori e oppressori essi stessi. Sa solo il cielo con quale stupore le signore che abbiamo menzionato qui sopra abbiano accolto la giusta punizione. “Ma come? Non siamo sempre vittime noi? Non siamo sempre innocenti? Non abbiamo diritto al risarcimento?”. Questo, lo si diceva all’inizio, è il ponte più efficace verso il caos e l’anarchia: quando parti sempre più grandi di società sentono di poter infrangere le regole perché si percepiscono autorizzate a farlo. Autorizzate in quanto protette e protette perché “nel giusto”. E’ giusto e sacrosanto insultare le Forze dell’Ordine, magari anche gioire se uno di loro muore e fare la spaccona quando la cosa finisce sui media. Perché tutto ciò che è norma e regola, tutto ciò che è responsabilità e rispetto, è qualcosa da odiare sempre, e si ha ormai la convinzione che a una donna sia consentito farlo, come espressione di vendetta livorosa per l’oppressione pregressa. Mentre le élite femministe si spartiscono i bottini, insomma, le truppe e la marmaglia sotto l’incantesimo di anni di propaganda mette in pratica il femminismo del quotidiano, la quota rosa dell’arroganza. E ad ogni sciocchezza che fa, caos e anarchia si avvicinano sempre di più. Anche questo rende sempre più urgente un argine e una resistenza attiva da parte di tutti.


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