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Femminismo radicale e complottismo: gemelli diversi (ma non troppo)

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varie_sospettoAvere dubbi è naturale e, in buona misura, salutare. Quando si ha un dubbio su qualcosa, ci si informa, si studia, ci si documenta, nel tentativo di chiarire qualcosa che ci è del tutto sconosciuto o oscuro. Diversa cosa è il sospetto: esso ha sicuramente alla base il dubbio, ma anche una buona dose di convinzione personale, a sua volta imparentata spesso con una serie di pregiudizi. Quando cerchiamo riscontri a un nostro sospetto tendiamo dunque a sovrastimare le prove che lo avvalorano e a sottostimare o ignorare quelle che lo smentiscono. A rigore, non è sbagliato avere sospetti se si è un magistrato o un inquirente, anzi in gran parte sul sospetto si basa il loro lavoro. Diverso è se si è persone comuni. Farsi portare dal sospetto invece che dal dubbio significa lasciarsi coinvolgere in un meccanismo regressivo e autoreferenziale.

Tali sono gran parte dei complottismi più diffusi oggigiorno. La loro radice profonda è sempre buona: il dubbio appunto, la ricerca di una spiegazione a fenomeni sconosciuti o inspiegabili. Per saltare a pie’ pari la fase di ricerca e documentazione, che è faticosa, molti sono portati a semplificare allontanandosi dal dubbio e affidandosi al sospetto, ossia partendo da un’idea precostituita o a una più o meno indotta. Pensare, raccogliendo riscontri (anche deboli) a favore e demonizzando quelli contrari, che le scie rilasciate dagli aerei nel cielo siano frutto di un complotto per avvelenare il mondo o determinare disastri meteorologici è alla fine un modo per banalizzare una situazione complessa da un lato, e dall’altro per deresponsabilizzarsi da ciò che quotidianamente non si fa per evitare di inquinare l’ecosistema e alimentare il riscaldamento globale, vera causa dei disastri meteorologici.

grafica_paradigmaOgni complottismo può essere riportato a questa logica: a fronte della propria incapacità, per paura o pigrizia, di attivarsi in prima persona per un cambiamento di situazioni globali o molto grandi e diffuse, ci si affida a una spiegazione semplificata basata su preconcetti o spiegazioni comode. In termini più elementari è ciò che sta alla base delle ideologie, che danno un paradigma fisso di lettura della realtà. Esempio: secondo l’ideologia comunista tutto è spiegabile sulla base dello sfruttamento dei lavoratori da parte del capitale; secondo l’ideologia nazista tutto è spiegabile sulla base dell’intervento distruttivo delle comunità ebraiche nell’economia e nella società. Dato il paradigma, tutto è spiegabile, il meccanismo del dubbio, che dovrebbe mettere in crisi anzitutto le proprie convinzioni, è disinnescato. Ci si siede comodamente sui dogmi della propria ideologia di riferimento e il mondo attorno appare sempre chiaro, anche se in realtà si stanno solo rimuovendo le ombre.

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I complottismi di diverso tipo raccolgono significative adesioni, lo sappiamo. Ma si tratta pur sempre di chiavi di lettura troppo controverse per coinvolgere trasversalmente una gran massa di persone. Le attività di debunking (sbugiardamento) poi, sono una muraglia molto efficace, data la loro frequente e incontrovertibile base logica e scientifica, alla diffusione di quel tipo di sospetto passivizzante. Anche per questo i complottismi vengono acquisiti solo in parte da grandi conglomerati di interessi, desiderosi di sfruttarli in qualche modo. Se così accadesse, diventerebbero rapidamente pura e indiscutibile verità. Il contrario è accaduto e sta accadendo con il femminismo radicale: un’ondata ideologica capace di coinvolgere un’amplissima trasversalità di persone è stata sposata dal sistema, che ha innescato su di essa interessi e meccanismi di gestione del potere.

grafica_mentecomplessaI dogmi, o meglio i richiami emotivi, all’ideologia femminista radicale sono noti: i secoli di “patriarcato”; la prevalenza, quando non l’unicità, della violenza maschile sulle donne; la considerazione della donna e del suo corpo come “oggetto”; la demonizzazione del versante opposto (l’uomo/padre), tanto simile all’ossessione antagonista dei complottismi contro i “poteri forti”; il conio di parole speciali e specifiche per isolare e dare più rilievo a un fenomeno che così può essere chiamato a sostegno dell’ideologia (il “femminicidio” o i vari hashtag come #mansplaining, #bodyshaming, eccetera) e rendere riconoscibili gli adepti. Di fatto sono dogmi avvalorati dalla logica, dai dati e dai fatti tanto quanto quelli secondo cui l’11 settembre gli americani se lo sono fatti da soli, l’allunaggio non è mai avvenuto, la terra è piatta e così via. Né più, né meno.

Al di là dei dati controversi a sostegno, quelli sulla violenza sulle donne, delle definizioni variabili a seconda delle convenienze (“femminicidio”), della verificabile fondatezza storica degli assunti (“patriarcato”), e anche al di là di ciò che tale ideologia afferma per il presente (necessità di una economia, o politica, o comunicazione “femminista” o “rosa” o simile), due sono gli elementi che più stanno contribuendo all’affermazione globale di questo complottismo in rosa. Il primo è la rimozione/demonizzazione feroce di tutto ciò che, dati e fatti alla mano, smentisce dogmi e assunti dell’ideologia. Questo meccanismo è diventato talmente forte e radicato che nella società, sui media e, cosa ancora più grave, nei luoghi dove si elabora l’analisi sociale (università e studi scientifici), che certe espressioni, certi ragionamenti non sono nemmeno più soltanto impropri, ma direttamente proibiti. La censura avviene tramite l’apposizione di etichette: mettere in dubbio i dogmi del femminismo radicale, in ogni sede, o cercare di affermare qualcosa di alternativo o integrativo, comporta l’etichettatura di maschilista, fascista, misogino e altre. Etichette che equivalgono ormai alla rimozione totale dal confronto, sebbene si stia parlando di fenomeni puramente relazionali, dove dunque “l’altra campana” andrebbe doverosamente ascoltata.

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grafica_alfaomegaAscoltarla però, dato lo scarsissimo fondamento dell’ideologia radicale femminista, comporterebbe una messa in discussione di tutto il sistema. L’effetto sarebbe quello che già coinvolge i complottismi più comuni: la loro recinzione in “riserve” tutto sommato minoritarie e irrilevanti. Così dovrebbe funzionare in una società dove discussione e confronto tendono a essere evolutivi e non regressivi. Così non accade perché l’ampiezza e l’appeal del radicalismo femminista, dei suoi dogmi e della sua retorica sono tali da aver attirato l’interesse di chi, cooptandolo, può trarne vantaggi ampi e concreti. Gli effetti di un’affermazione di un siffatto radicalismo coinvolge infatti quella parte di cittadinanza (le donne) notoriamente più inclini al consumo. Non solo: esso rappresenta un’efficacissima arma di distruzione delle relazioni umane stabili e costruttive, baluardo contro il consumo fine a se stesso, attraverso la polarizzazione delle posizioni. Politicamente il meccanismo è una manna dal cielo: sepolte le contrapposte ideologie politiche e sociali, ci si affida a una contrapposizione tra generi, capace di costruire clientele o carriere, e soprattutto di spaccare a metà le comunità e, com’è noto, questo lascia spazio al sempre efficace divide et impera.

Le conseguenze nel presente e nel futuro di tutto questo sono rovinose. Come le scie chimiche distolgono molti dal mettere in discussione il proprio stile di vita iper-inquinante, con ciò lasciando mano libera a chi vuole continuare a far profitti devastando l’ambiente, così la polarizzazione del conflitto uomo-donna (padre-madre) porta e porterà sempre di più a uno smembramento delle comunità, a un’incomunicabilità e conflittualità permanenti e croniche, a sbilanci nella distribuzione di ruoli e benessere sempre più iniqui per due tipologie di esseri umani, gli uomini e le donne, i maschi e le femmine, che invece sono progettati per stare insieme, proteggersi, contemperarsi, cooperare. Quest’epoca, dominata da questi fenomeni ideologici, si configura così distruttiva come nessun’altra mai è stata in passato.

grafica_goliaChe fare, dunque? Non ci sono altre strade che quella del debunking, a mio avviso. Occorre proseguire con forza l’attività di contro-informazione, sebbene in un contesto ostile come non mai, interiorizzando però (e questo è forse uno degli elementi chiave) due concetti di base: si sta combattendo contro un gigante che ha la stessa consistenza ideologica del “terrapiattismo”. Ovvero ha i piedi d’argilla. Questo dovrebbe, anzi deve indurre chiunque vi si oppone a un atteggiamento orgogliosamente provocatorio e combattivo. Superiore, sì: perché è indubbio che tra chi vive su sospetti affermati per interesse e chi fa del dubbio e della ricerca la propria stella polare, quelli più vicini alla verità sono questi ultimi.

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Il secondo concetto, altrettanto importante, è che si sta combattendo una guerra orientata alla pace. A muovere l’opposizione alla narrazione tossica del femminismo radicale non dev’essere assolutamente il gusto revanscista di soverchiare e annientare l’avversario, altrimenti si innesca un circolo vizioso e conflittuale irrisolvibile. L’obiettivo è, deve essere, portare tutti i membri della comunità umana, a prescindere dal genere di appartenenza, a un riavvicinamento. Una nuova alleanza dove luci ed ombre vengano chiaramente e preliminarmente messe sul tavolo, esposte, analizzate e accettate dalle parti. Tornando così a fare ciò per cui uomo e donna sono stati progettati per fare: non guardarsi in cagnesco a vicenda, ma marciare insieme, guardandosi le spalle, cooperando e guardando in cagnesco chiunque e qualunque cosa minacci la loro comune costruzione del presente e del futuro. Gli uomini e le donne intossicati dal complottismo femminista sono tanti, è vero. Ma altrettanti sono uomini e donne per bene, rimasti lucidi e razionali. Occorre combattere per rimuovere le proibizioni, la segregazione e demonizzazione del dubbio e dei suoi portatori, affinché quella maggioranza silenziata torni a far sentire la sua voce, l’unica capace di relegare i radicalismi sospettosi e interessati là dove devono stare: in una riserva isolata, recintata da un cordone sanitario, come un’area contaminata, e come tale severamente vigilata.


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2 thoughts on “Femminismo radicale e complottismo: gemelli diversi (ma non troppo)

  1. questo articolo è troppo lungo e intricato.
    Pretende di spiegare “verità profonde” quando la realtà è molto più semplice : abbiamo solo a che fare con una generazione di arrampicatrici sociali a spese altrui.
    In poche parole : delle grandi maleducate.

  2. Bell’articolo, come sempre. A rischio semplificativo dall’altro lato (i complotti purtroppo esistono, altrimenti ad esempio sapremmo la verità su Ustica), ma chiaro nel parallelismo tra meccanismi di chi fa il complottista di mestiere e le femministe. Giulietto Chiesa come Marina Terragni. David Icke come Nadia Somma.

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